Il gesuita che sfidò le ideologie
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- Creato: 11 Dicembre 2013
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Un mukl, un uomo destinato alla liquidazione. Così venivano chiamati i condannati ai lavori forzati nei campi di detenzione disseminati sul territorio della ex-Cecoslovacchia. Ed era questo il piano pensato per il sacerdote gesuita cèco Adolf Kajpr (1902-1959) che doveva essere dimenticato, cancellato e di cui non si doveva conoscere nemmeno il luogo della sepoltura. Perché le generazioni future non dovevano poter coltivare memoria di chi osò sfidare le grandi ideologie del ventesimo secolo, quella nazionalsocialista prima e quella comunista poi. Ma oggi questo coraggioso testimone della fede rivive grazie a una biografia scritta da un teologo dell'università Carolina di Praga, Vojtech Novotny, che strappa il religioso dall'oblio. Per scrivere il libro di 444 pagine Maximální krestanství - Adolf Kajpr SJ a list katolík, Novotny si è avvalso di tutti gli archivi resi finalmente accessibili, tra i quali anche quello della famigerata polizia segreta Stb, e questo conferisce al suo lavoro un valore inedito, oltre che storico.
Dell'opera di Novotny si dà il 12 dicembre al Pontificio Istituto Orientale una lettura pubblica a cura del gesuita Richard Cemus. L'appuntamento si inserisce nel ciclo "I giovedì dell'Orientale" pensato per far conoscere anche a un pubblico di non specialisti la spiritualità e gli sviluppi storici del cristianesimo in Georgia, in 'Armenia e in altri Paesi slavi.
Cemus, che del volume ha curato una recensione italiana, per la lettura ha scelto alcuni brani che commenterà assieme ai presenti. "Il Pontificio Istituto Orientale - ricorda Cemus - è stato affidato dalla Santa Sede alla Compagnia di Gesù. Noi abbiamo il dovere di fare conoscere il nostro ordine. Il libro di questa sera racconta di un gesuita che non avrebbe alcuna possibilità di diventare noto in Italia in quanto il libro è scritto in cèco. E la lettura del 12 dicembre vuole rendere omaggio a un membro dell'ordine di sant'Ignazio, splendido per la coerenza e per il coraggio della sua testimonianza in un'epoca durissima".
Morto nel nono anno della detenzione nella più famigerata prigione cecoslovacca - la fortezza di Leopoldov - ai familiari di Kajpr venne negato il permesso di portare il defunto nel cimitero di Praga; fu sepolto nel prato fuori della prigione. Ma perché il regime aveva tanta paura di lui, sia da vivo che da morto?
(©L'Osservatore Romano 12 dicembre 2013)