Parabole d’oriente
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- Creato: 17 Settembre 2014
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di SILVIA GUIDI Quanto sembrano lontane le parole dello storico francese Fernand Braudel, che negli anni Cinquanta parlava del Mediterraneo come «dell’unità di un sistema coerente, dove tutto si mischia e si ricompone in un’unità originale». Attraverso lo sguardo di Michele Borzoni, e l’intensità composta dei suoi scatti, siamo accompagnati invece a guardare da vicino le fratture e i conflitti che oggi spaccano il Medio oriente. Borzoni — scrive la curatrice Renata Ferri introducendo il catalogo della mostra «Parabole d’Oriente.
Il cristianesimo alla sfida del nuovo millennio» — racconta ogni luogo con immagini di paesaggi di grande equilibrio compositivo, capaci di comprendere la natura stessa del territorio. «Questo è un progetto — continua Ferri — nato dal desiderio del viaggio, della scoperta, interpretati con rigore formale, sottoposto alla necessità della costruzione narrativa in cui le manifestazioni e i riti collettivi ottengono la stessa rilevanza degli ampi scenari, nell’intento di restituire un racconto che affidi a elementi diversi la responsabilità della rappresentazione». L’esposizione, promossa dall’Ambasciata della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede con il patrocinio del Pontificio Consiglio della cultura, allestita presso il complesso del Vittoriano a Roma — e aperta al pubblico dal 19 settembre al 1° ottobre — costituisce la tappa romana di una serie di mostre che toccheranno nell’arco di un anno diversi luoghi, passando per Bruxelles, Ginevra e New York. La prima tappa si è svolta a Rimini, alla XXXV edizione del Meeting per l’amicizia tra i popoli. Le immagini esposte — di Michele Borzoni, ma non solo, accompagnate dai testi di Andrea Milluzzi — offrono una molteplice visione delle stesse aree del mondo, affidata a linguaggi della fotografia contemporanea differenti e, per molti aspetti, complementari. Borzoni ha dedicato più di tre anni alle comunità cristiane del Medio oriente, viaggiando in ogni singolo Paese in tempi diversi per concentrarsi sulle comunità e sui paesaggi. In questo modo ha potuto conoscere e abitare i luoghi dell’indagine fotografica e, soprattutto, osservare la difficile situazione attuale delle comunità là dove il cristianesimo ha avuto origine. L’indagine viene condotta attraverso la ripresa di momenti di vita privata, ritratti d’interni e gesti quotidiani che, come una punteggiatura, accompagnano lo spettatore a guardare ogni scena dove tutto è silenziosamente vita. Le immagini della cronaca, che compongono la seconda sezione della mostra, sono invece un punto di partenza inevitabile nell’illustrare il ruolo della fotografia come testimonianza. Oggi le hot news , le immagini dell’ultimo minuto utilizzate nell’informazione di carta e di pixel, sono la fonte primaria delle notizie. Per costruire un racconto si è scelto di mostrare la realtà trasfigurata dalla guerra e dalla sofferenza delle comunità cristiane tentando di evitare gli stereotipi e la facile iconografia, restituendo alla fotografia uno dei suoi compiti fondamentali: essere un documento, testimonianza diretta di ciò che accade, un puntuale e indispensabile strumento per la ricostruzione della storia. È impossibile anche solo pensare di avere un quadro d’insieme della complicatissima geopolitica dell’area, ma l’intento è offrire una misura dell’entità del disagio e la possibilità di una parziale e personale ricostruzione della situazione in corso attraverso ogni singolo fotogramma. Parabole in senso materiale — le antenne che permettono di vedere i network televisivi, da qui il titolo della mostra — e parabole narrative contenute in uno scatto, capaci di descrivere un mondo.
© Osservatore Romano - 18 settembre 2014