Oceano di dolore

oceano di doloreDi fronte all’«oceano di dolore» provocato dal conflitto in Siria, Iraq e nei Paesi vicini «nessuno può fingere di non sapere» o «abbandonare le vittime». Parlando ai partecipanti a un incontro promosso dal Pontificio consiglio Cor unum ricevuti in udienza giovedì 17 settembre, il Papa ha rivolto parole forti all’intera comunità internazionale che «non sembra capace di trovare risposte adeguate» a quello che appare, ha detto, «uno dei drammi umanitari più opprimenti degli ultimi decenni ». E tra le vittime del conflitto un pensiero particolare è stato rivolto da Francesco ai cristiani perseguitati, «vessati a causa della propria fede, cacciati dalle proprie terre, tenuti in prigionia o addirittura uccisi». Sono la dimostrazione che «il male distrugge gli edifici e le infrastrutture, ma soprattutto distrugge la coscienza dell’uomo».
I nuovi martiri della Chiesa sono stati ricordati dal Pontefice anche all’inizio dell’incontro avuto, sempre nella mattinata di giovedì 17, nell’aula Paolo VI con cinquemila giovani consacrati. A loro Francesco ha confidato di portare con sé una piccola croce donatagli da un sacerdote iracheno: «era la croce che aveva in mano il sacerdote che è stato sgozzato per non rinnegare Gesù Cristo ». Di fronte alle testimonianze «dei nostri martiri di oggi», ancor più numerose di quelle dei primi secoli, il Papa ha sottolineato come ancora «la Chiesa compia nel suo Corpo quello che manca alla Passione di Cristo». Alle aggressioni e alle persecuzioni, infatti, la Chiesa «risponde testimoniando Cristo con coraggio, attraverso la presenza umile e fervida, il dialogo sincero e il servizio generoso a favore di chiunque soffra o abbia bisogno, senza alcuna distinzione». Quindi l’accorato appello del Pontefice: «Non abbandonate le vittime di questa crisi, anche se l’attenzione del mondo venisse meno!». La stessa paterna attenzione all’umanità sofferente e degradata da una società che pure si vanta «di essere moderna» è stata infine espressa da Francesco parlando ai partecipanti a un simposio sulla pastorale della strada organizzato dal Pontificio consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti. I bambini e le donne costretti a vivere in strada o a procurarsi da vivere sulla strada, ha ricordato, «non sono numeri, non sono “pacchi” da scambiare» ma «esseri umani con un proprio nome e un proprio volto, con un’identità donata da Dio a ciascuno di loro».

© Osservatore Romano - 18 settembre 2015