Contro l’uso strumentale delle religioni

dialogo 2ISTANBUL, 4. In un contesto storico in cui si registrano con sempre mag-giore frequenza atti violenti di anti-giudaismo, cristianofobia e islamo-fobia, i credenti devono rispondere promuovendo spazi di dialogo e di educazione alla pace, all’amicizia tra i popoli e alla fraternità.
Si è parla-to subito di attualità al simposio in-ternazionale per il dialogo islamo-cristiano che sul tema «Essere stra-niero e dialogo con l’altro» si è svolto nei giorni 28 e 29 settembre a Yesilkoy, cittadina alla periferia di Istanbul. A dare il benvenuto ai partecipanti sono stati i rappresen-tanti delle famiglie francescane pre-senti a Istanbul che, insieme con la fondazione dei giornalisti e scrittori in Turchia e la partecipazione della facoltà teologica dell’Università di Marmara, hanno promosso l’iniziati-va. Tra i presenti, religiosi e laici cri-stiani e anche un rappresentante della comunità ebraica di Istanbul. Il simposio si è aperto con un mi-nuto di silenzio perché ognuno po-tesse pregare Dio. Il tema dello straniero e del dia-logo con l’altro è stato sviscerato dai relatori secondo la duplice visione cristiana e islamica, dalle prospettive terminologiche a quelle bibliche e coraniche fino alle implicazioni con la società. Promosso con lo scopo di avvicinare musulmani e cristiani fa-vorendo l’incontro e la conoscenza reciproca, il seminario ha anche pre-visto momenti di preghiera: i parte-cipanti hanno infatti potuto assiste-re alla preghiera nella moschea cit-tadina, accolti calorosamente dall’imam, il quale ha riservato loro un posto d’onore. Invito che è stato poi ricambiato il giorno dopo nella chiesa di Santo Stefano di Yeþilköy. Libertà di espressione, non di in-sulto: il simposio si è svolto in un momento di forte tensione soprat-tutto nei Paesi del Medio Oriente. È infatti risuonata forte anche qui la protesta contro il film su Maometto e le vignette francesi. A parlarne in apertura del simposio è stato per primo Suat Yildirim, docente dell’Università di Marmara e presi-dente di Kadip, piattaforma musul-mana per il dialogo interculturale. «Sono manifestazioni di violenza — ha detto riferendosi alle reazioni estremiste — che non ci trovano d’accordo e sono un peccato contro l’umanità. Ma accusare o calunniare le religioni è un crimine. La libertà di espressione non può trasformarsi in un diritto a insultare. Per questo sosteniamo la richiesta che alcuni Stati hanno presentato alle Nazioni Unite perché l’Onu faccia una rac-comandazione alla comunità inter-nazionale sul rispetto di tutte le reli-gioni». Quanto però sta accadendo, ha aggiunto, «non ci deve scorag-giare, ma deve rafforzare il nostro impegno nel dialogo». Sulla stessa lunghezza d’onda l’intervento di monsignor Yusuf Sağ, vicario pa-triarcale dei siro-cattolici, nonché presidente della Commissione per il dialogo interreligioso. Il vescovo ha parlato dell’importanza che rivesto-no i simboli religiosi per i cristiani, i musulmani e gli ebrei e ha esortato anche i presenti a vedere gli "inte-ressi economici e politici" che si na-scondono dietro ai fatti di violenza. «Dove trovare la soluzione? Chi so-no i buoni e i cattivi? Non sta a noi fare analisi — ha detto il vescovo — ma rispondere tutti, patriarchi, imam, mufti, rabbini con responsa-bilità e coscienza facendo entrare nelle chiese, nelle moschee, nelle si-nagoghe il filo del dialogo. Solo co-sì le nuvole si diraderanno e il sole potrà di nuovo brillare. Non inviti alla rivolta ma esortazioni alla pace, all’amicizia e alla fraternità». Secondo padre Alberto Ambrosio, dell’Istituto di studi domenicani di Istanbul, non è in atto uno «scontro di civiltà, ma uno scontro politico portato avanti con l’utilizzo anche di tutti i mezzi antropologici a di-sposizione, comprese la civiltà e la religione». Forse — aggiunge — è più giusto parlare di un utilizzo strumentale della religione. «Come ha sottolineato Benedetto XVI nel viaggio in Libano, occorre che an-che le figure religiose sappiano re-cuperare un’autonomia e affermare l’indipendenza della religione dalla strumentalizzazione politica». Quale via allora per un futuro di convivenza? Per il religioso, l’incon-tro è essenziale. Occorre «ritrovarsi nell’idea comune di essere credenti nel Dio unico».

© oSSERVATORE rOMANO - 5 OTTOBRE 2012