“Addai e Mari”, una preghiera antica alle origini delle liturgie eucaristiche
- Dettagli
- Creato: 29 Ottobre 2011
- Hits: 2436
Gianni ValenteRoma Il titolo “criptato” del Congresso internazionale in corso di svolgimento alla Pontificia Università Gregoriana («la genesi anaforica del racconto istituzionale alla luce dell’Anafora di Addai e Mari») fa subito pensare ad un'assise da ultra-specialisti. In effetti, persino nelle facoltà teologiche occidentali non tutti saprebbero dire cosa sia la cosiddetta anafora di Addai e Mari. Eppure, negli ultimi lustri, intorno a quella antichissima preghiera eucaristica usata presso alcune Chiese orientali d’origine apostolica si è accesa tra teologi e liturgisti cattolici di diverso orientamento una partita piena di implicazioni ecumeniche e dottrinali decisive per tutta la Chiesa, tanto da chiamare in causa anche i dicasteri vaticani. Adesso, la sede stessa che ospita il Congresso e gli interventi di peso affidati a gesuiti orientalisti di fama internazionale – tra gli altri, il vescovo caldeo siriano Antoine Audo e i professori del Pontificio Istituto Orientale George Nedungatt, Cesare Giraudo e Robert Taft – documentano l’audace scelta di campo operata da settori qualificati della Compagnia di Gesù con il solo fatto di tentare una riflessione sistematica sull’intera vicenda.
L’anafora di Addai e Mari è una antica preghiera eucaristica documentata da tempo immemorabile nelle liturgie eucaristiche dalla cristianità siro-orientale della Mesopotamia. Si tratta di una delle anafore più antiche ancora utilizzate: tradizionalmente attribuita a Taddeo di Edessa e Mari, discepoli di Gesù (anche se la maggior parte degli studiosi la datano al III secolo dopo Cristo), viene ancora usata nelle liturgie della Chiesa assira d’Oriente al momento della consacrazione, quando il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo. Tra le altre caratteristiche, nel suo linguaggio semplice e poetico, l’anafora di Addai e Mari ha la peculiarità di non contenere il cosiddetto racconto di istituzione, cioè la narrazione sintetica dell’Ultima Cena e la ripetizione ad litteram delle parole con le quali Gesù transostanziò il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue, istituendo il sacramento dell’eucaristia.
In Occidente, la Chiesa latina fin dai tempi di sant’Ambrogio ha indicato proprio quelle espressioni di Gesù («Prendete e mangiate: questo è il mio corpo…. Prendete e bevete: questo è il mio sangue… Fate questo in memoria di me») come le “parole di consacrazione” da ripetere nel corso della preghiera eucaristica per rinnovare in ogni messa quello che accadde nell’Ultima Cena. Nel corso del tempo, gli scolastici del XII secolo, col loro linguaggio d’ascendenza aristotelica, hanno codificato la tesi secondo cui le parole dell’istituzione ripetute nella preghiera eucaristica sono l’essenziale e indispensabile «forma del sacramento», e effettuano da sole la consacrazione del pane e del vino. Una dottrina ripresa e definita dal Concilio di Trento, nel frangente storico in cui la Chiesa di Roma lottava con le teorie che negavano il dogma della transustanziazione.
La questione della “validità” dal punto di vista cattolico della anafora di Addai e Mari ha assunto rilievo pastorale negli anni Novanta. Nell’Irak sconvolto dagli interventi militari a guida occidentale, i fedeli della Chiesa caldea – in comunione col vescovo di Roma –trovavano spesso nella partecipazione alle liturgie eucaristiche della Chiesa assira d’Oriente - separata dalla Chiesa cattolica – l’unica chance di garantire continuità alla propria vita sacramentale.
In quel contesto, su iniziativa del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, si iniziò a lavorare a un documento di orientamento per l’ammissione reciproca all’eucaristia fra le due Chiese, la caldea e l’assira. Il testo vide la luce nell’ottobre del 2001 dopo aver ricevuto semaforo verde dalla Congregazione per la dottrina della fede, che il 17 gennaio di quello stesso anno, dopo uno studio lungo e accurato, aveva riconosciuto l’anafora di Addai e Mari come preghiera valida di consacrazione eucaristica.
Lo studio approfondito del testo della anafora di Addai e Mari, intensificatosi in quegli anni su input dei dicasteri vaticani, ha permesso di verificare che in esso le parole dell’istituzione usate da Gesù, seppure non riportate in mode letterale, sono comunque richiamate in molti riferimenti espliciti, anche se indiretti, all’Ultima Cena, al corpo e sangue e sacrificio di Cristo e all’oblazione della Chiesa. Quando la pronunciavano, i celebranti delle comunità cristiane della Mesopotamia manifestavano chiaramente l’intenzione di obbedire al comando di Cristo «Fate questo in memoria di me», ripetendo quello che Lui stesso aveva fatto. Nelle ipotesi scientifiche di alcuni studiosi – che verranno discusse al Congresso della Gregoriana – l’anafora di Addai e Mari rappresenta addirittura un’espressione della prassi eucaristica della Chiesa apostolica temporalmente precedente alle preghiere eucaristiche che contengono il racconto dell’Ultima Cena e le parole d’istituzione. Una sorta di “prima versione” che portava in grembo, in uno stadio ancora embrionale, le anafore che più tardi avrebbero inglobato come propria parte costitutiva le ipsissima verba pronunziate da Gesù nell’Ultima Cena.
Il pronunciamento vaticano del 2011 è stato accolto con entusiasmo da teologi e liturgisti di sensibilità conciliare. «Si tratta del documento magisteriale più importante dopo la promulgazione dell’ultimo dogma cattolico, vale a dire dal 1950 quando Pio XII proclamò il dogma dell’Assunta», ha sostenuto con la consueta baldanza il gesuita Robert Taft, professore di liturgia delle Chiese d’oriente al Pontificio Istituto Orientale. Con tale decisione si è riaffermato il principio cattolico per cui i manuali di teologia in uso nella Chiesa d’Occidente non possono essere utilizzati come strumento di misura retroattivo per giudicare l’ortodossia dogmatica di forme e prassi liturgiche diverse ma compresenti nella Chiesa primitiva, sulla base della condivisa fede apostolica. E si è anche applicato in concreto il testo del Concilio Vaticano II secondo cui la Chiesa di Roma riconosce nella Chiesa Assira d’Oriente e nelle altre Chiese orientali – comprese quelle con cui non si trova in piena comunione – la presenza di «veri sacramenti, soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l'Eucaristia» (Unitatis redintegratio, n. 15).
Di tutt’altra specie è stata la reazione di ambienti teologici e liturgici di sensibilità pre-conciliare. Il teologo tomista Brunero Gherardini, considerato vicino alle istanze dei tradizionalisti, già in un articolo pubblicato nel 2004 sulla rivista Divinitas si appellava alla Tradizione della Chiesa definita dal Magistero per ricordare che «non si dà, né si fa una celebrazione eucaristica in assenza delle parole con le quali Cristo transostanziò il pane ed il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue». Se oggi il Magistero affermasse il contrario – deduceva in quell’articolo il professore emerito della Lateranense - «darebbe l’impressione di mettersi in contraddizione con se stesso». A tale proposito, Gherardini nel suo argomentare tendeva a sminuire l’autorevolezza del documento vaticano del 2001, attribuendone ispirazione e titolarità esclusiva al pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, a quel tempo guidata dal cardinale Walter Kasper.
In realtà, in quell’occasione la validità dell’anafora orientale fu oggetto di un consenso palese, meditato e certo non “estorto” anche da parte della Congregazione per la dottrina della fede. A quel tempo, il dicastero dottrinale d’Oltretevere era guidato dal cardinale Joseph Ratzinger. Insieme all’accordo coi luterani sulla giustificazione per grazia, il pronunciamento vaticano sull’ammissione all’eucaristia fra la Chiesa caldea e la Chiesa assira d’Oriente continua a rappresentare un’obiezione sostanziale alle caricature che ancora attribuiscono al Papa-teologo pulsioni anti-ecumeniche e pre-conciliari.
© http://vaticaninsider.lastampa.it - 25 ottobre 2011
Segue documento del
PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELL'UNITÀ DEI CRISTIANI
ORIENTAMENTI PER L’AMMISSIONE ALL’EUCARISTIA
FRA LA CHIESA CALDEA E LA CHIESA ASSIRA DELL’ORIENTE
Data la situazione di grande indigenza di molti fedeli caldei e assiri, nei loro paesi d’origine e nella diaspora, la quale impedisce a molti di loro una normale vita sacramentale secondo la propria tradizione, e nel contesto ecumenico del dialogo bilaterale fra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira dell'Oriente, è stato richiesto di disporre per l'ammissione all'Eucaristia fra la Chiesa caldea e la Chiesa assira dell'Oriente. La richiesta è stata dapprima esaminata dalla Commissione congiunta per il Dialogo teologico fra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira dell'Oriente. I presenti orientamenti sono stati successivamente elaborati dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani in accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede e la Congregazione per le Chiese Orientali.
1. Necessità pastorale
La richiesta di ammissione all'Eucaristia fra la Chiesa caldea e la Chiesa assira dell'Oriente è connessa alla particolare situazione geografica e sociale nella quale vivono attualmente i loro fedeli. A causa di svariate e a volte drammatiche circostanze, molti fedeli assiri e caldei hanno lasciato il loro paese d’origine e sono emigrati in Medio Oriente, in Scandinavia, in Europa occidentale, in Australia e in Nord America. Poiché, in una diaspora tanto estesa, ciascuna comunità locale non può disporre di un sacerdote, numerosi fedeli caldei e assiri si trovano in una situazione di necessità pastorale per quanto riguarda l'amministrazione dei Sacramenti. Documenti ufficiali della Chiesa cattolica, come il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 671, §2-§3 e il Direttorio per l'Applicazione dei Principi e delle Norme sull’Ecumenismo, n. 123, stabiliscono norme speciali per tali situazioni.
2. Riavvicinamento ecumenico
La richiesta è anche connessa all'attuale processo di riavvicinamento ecumenico in atto fra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira dell'Oriente. Con la Dichiarazione comune cristologica, firmata nel 1994 da Papa Giovanni Paolo II e dal Patriarca Mar Dinkha IV, è stato risolto il principale problema dogmatico fra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira dell'Oriente. Di conseguenza, anche il riavvicinamento ecumenico fra la Chiesa caldea e la Chiesa assira dell'Oriente è prevenuto ad una ulteriore fase di sviluppo. Il 29 novembre 1996, il Patriarca Mar Raphaël Bidawid e il Patriarca Mar Dinkha IV hanno firmato un elenco di proposte comuni nell’intento di pervenire al ristabilimento della piena unità ecclesiale fra le due eredi storiche dell'antica Chiesa dell'Oriente. Il 15 agosto 1997 i Sinodi delle due Chiese hanno approvato tale programma e lo hanno confermato con un «Decreto Sinodale Congiunto». I due Patriarchi hanno approvato, con l’appoggio dei rispettivi Sinodi, un'ulteriore serie di iniziative volte a promuovere il progressivo ristabilimento della loro unità ecclesiale. La Congregazione per le Chiese Orientali e il Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani incoraggiano tale processo.
3. L'Anafora di Addai e Mari
La principale questione per la Chiesa cattolica nei riguardi dell’accoglimento della richiesta, si riferiva al problema della validità dell'Eucaristia celebrata con l'Anafora di Addai e Mari, una delle tre Anafore tradizionalmente in uso nella Chiesa assira dell'Oriente. L’Anafora di Addai e Mari è singolare in quanto, da tempo immemorabile, essa è adoperata senza il racconto dell’Istituzione. Poiché la Chiesa cattolica considera le parole dell'Istituzione Eucaristica parte costitutiva e quindi indispensabile dell'Anafora o Preghiera Eucaristica, essa ha condotto uno studio lungo e accurato sull'Anafora di Addai e Mari da un punto di vista storico, liturgico e teologico, al termine del quale, il 17 gennaio 2001, la Congregazione per la Dottrina della Fede è giunta alla conclusione che quest'Anafora può essere considerata valida. Sua Santità Papa Giovanni Paolo II ha approvato tale decisione. La conclusione a cui si è giunti si basa su tre principali argomenti.
In primo luogo, l'Anafora di Addai e Mari è una delle più antiche anafore, risalente ai primordi della Chiesa. Essa fu composta e adoperata con il chiaro intento di celebrare l'Eucaristia in piena continuità con l'Ultima Cena e secondo l'intenzione della Chiesa. La sua validità non è mai stata ufficialmente confutata, né nell'Oriente né nell'Occidente cristiani.
In secondo luogo, la Chiesa cattolica riconosce la Chiesa assira dell'Oriente come autentica Chiesa particolare, fondata sulla fede ortodossa e sulla successione apostolica. La Chiesa assira dell'Oriente ha anche preservato la piena fede eucaristica nella presenza di nostro Signore sotto le specie del pane e del vino e nel carattere sacrificale dell'Eucaristia. Pertanto, nella Chiesa assira dell'Oriente, sebbene essa non sia in piena comunione con la Chiesa cattolica, si trovano «veri sacramenti, soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l'Eucaristia» (Unitatis redintegratio, n. 15).
Infine, le parole dell'Istituzione Eucaristica sono di fatto presenti nell'Anafora di Addai e Mari, non in modo narrativo coerente e ad litteram, ma in modo eucologico e disseminato, vale a dire che esse sono integrate in preghiere successive di rendimento di grazie, lode e intercessione. Infine, le parole dell'Istituzione Eucaristica sono di fatto presenti nell'Anafora di Addai e Mari, non in modo narrativo coerente e ad litteram, ma in modo eucologico e disseminato, vale a dire che esse sono integrate in preghiere successive di rendimento di grazie, lode e intercessione.
4. Orientamenti per l'ammissione all'Eucaristia
Considerando: la tradizione liturgica della Chiesa assira dell'Oriente; la chiarificazione dottrinale circa la validità dell'Anafora di Addai e Mari; il contesto attuale in cui vivono i fedeli assiri e caldei; le relative norme previste nei documenti ufficiali dalla Chiesa cattolica; il processo di riavvicinamento fra la Chiesa caldea e la Chiesa assira dell'Oriente, si formulano le seguenti disposizioni:
1. In caso di necessità, i fedeli assiri possono partecipare a una celebrazione caldea della Santa Eucaristia e ricevere la Santa Comunione; parimenti, i fedeli caldei per i quali è fisicamente o moralmente impossibile accostarsi ad un ministro cattolico, possono partecipare a una celebrazione assira della Santa Eucaristia e ricevere la Santa Comunione.
2. In entrambi i casi, i ministri assiri e caldei celebrano la Santa Eucaristia secondo le prescrizioni e i costumi liturgici della loro propria tradizione.
3. Quando dei fedeli caldei partecipano a una celebrazione assira della Santa Eucaristia, il ministro assiro è caldamente incoraggiato a introdurre nell'Anafora di Addai e Mari le parole dell'Istituzione, secondo il benestare espresso dal Santo Sinodo della Chiesa assira dell'Oriente.
4. Le suddette considerazioni sull'uso dell'Anafora di Addai e Mari e i presenti orientamenti per l'ammissione all'Eucaristia, si intendono esclusivamente per la celebrazione eucaristica e per l'ammissione all'Eucaristia dei fedeli della Chiesa caldea e della Chiesa assira dell'Oriente, a motivo della necessità pastorale e del contesto ecumenico sopra menzionati.
Roma, 20 luglio 2001
AMMISSIONE ALL'EUCARISTIA IN SITUAZIONI DI NECESSITÀ PASTORALE
DISPOSIZIONE FRA LA CHIESA CALDEA
E LA CHIESA ASSIRA DELL'ORIENTE
Il Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani ha recentemente emanato un documento dal titolo: «Orientamenti per l'ammissione all'Eucaristia fra la Chiesa caldea a la Chiesa assira dell'Oriente», elaborato in accordo con la Congregazione per la Dottrina della Fede e con la Congregazione per le Chiese Orientali. Il presente articolo ha lo scopo di chiarire il contesto, il contenuto e l'applicazione pratica di tale disposizione.
1. La Chiesa Caldea e la Chiesa Assira dell'Oriente
Fin dai primi tempi dell'attività missionaria cristiana, si sviluppò in Mesopotamia o Persia una fiorente Chiesa locale. In quanto situata oltre i confini orientali dell'Impero romano, essa fu comunemente chiamata «Chiesa dell'Oriente». Nel 1552, dopo una serie di conversioni individuali di vescovi ovvero di unioni provvisorie, parte della «Chiesa dell'Oriente» entrò nella piena comunione con la Sede Apostolica di Roma. Da quell’epoca, la Chiesa particolare in piena comunione con Roma à stata comunemente chiamata «Chiesa caldea», mentre l'altra Chiesa particolare è stata definita «Chiesa assira dell'Oriente». Entrambe queste Chiese particolari continuano a condividere la stessa tradizione teologica, liturgica e spirituale. Esse celebrano i Sacramenti o Misteri Sacri secondo la tradizione siriaca orientale.
L'11 novembre 1994 Papa Giovanni Paolo II e Mar Dinkha IV, Patriarca della Chiesa assira dell'Oriente, hanno firmato una Dichiarazione comune cristologica, che ha rimosso il principale ostacolo dottrinale fra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira dell'Oriente[1]. I due capi di Chiesa hanno dichiarato: «Prescindendo dalle divergenze cristologiche che ci sono state, oggi noi confessiamo uniti la stessa fede nel Figlio di Dio che è diventato uomo perché noi, per mezzo della sua grazia, diventassimo figli di Dio. D'ora in poi, noi desideriamo testimoniare insieme questa fede in Colui che è via, verità e vita, annunciandola nel modo più idoneo agli uomini del nostro tempo e affinché il mondo creda nel Vangelo di salvezza. (...) Vivendo di questa fede e di questi sacramenti, le Chiese cattoliche particolari e le Chiese assire particolari possono, di conseguenza, riconoscersi reciprocamente come Chiese sorelle».
Nella loro Dichiarazione comune cristologica Papa Giovanni Paolo II e il Patriarca Mar Dinkha IV si sono anche impegnati a «fare tutto il possibile per rimuovere quegli ostacoli del passato che impediscono ancora il raggiungimento della piena comunione tra le nostre Chiese, per poter rispondere meglio all'appello del Signore per l'unità dei suoi discepoli, una unità che deve essere evidentemente espressa in modo visibile». A tal fine, essi hanno deciso di istituire una Commissione congiunta per il dialogo teologico fra la Chiesa Cattolica e la Chiesa assira dell'Oriente, che ha iniziato a riunirsi regolarmente a partire dal 1995. Durante i suoi incontri annuali, la commissione ha affrontato soprattutto questioni di teologia sacramentale in vista di pervenire all’elaborazione di una futura «Dichiarazione comune sulla Vita Sacramentale».
La Dichiarazione comune cristologica ha anche avviato un processo di riavvicinamento ecumenico fra la Chiesa caldea e la Chiesa assira dell'Oriente. Dal 1994, Mar Dinkha IV e Mar Raphael I Bidawid, Patriarca della Chiesa Caldea, sostenuti dai rispettivi Sinodi, hanno approvato diverse iniziative volte a promuovere un progressivo ristabilimento dell'unità ecclesiale fra le loro Chiese particolari. Questo processo è incoraggiato sia dalla Congregazione per le Chiese Orientali che dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.
Attualmente molti fedeli caldei e assiri vivono in una diaspora alquanto estesa territorialmente. A causa di molteplici e, a volte, drammatiche circostanze, essi hanno lasciato il loro paese d’origine (Iraq, Iran e Turchia) e sono emigrati in Occidente. La grande maggioranza dei fedeli assiri vive attualmente in Medio Oriente, in Scandinavia, in Europa occidentale, in Australia e nel Nord America. Soltanto un'esigua minoranza è rimasta in patria. Sebbene la maggioranza dei fedeli caldei viva ancora in Iraq, circa un terzo di loro si è trasferito in Medio Oriente, in Europa e nel Nord America. Pertanto la Chiesa caldea e la Chiesa assira debbono confrontarsi, in varie parti del mondo, con una uguale necessità pastorale, vale a dire che molti dei loro fedeli non possono ricevere i Sacramenti da un ministro della propria Chiesa.
In considerazione della situazione di grande indigenza di molti fedeli caldei e assiri, nei loro Paesi d'origine e nella diaspora, che non permette a molti di loro una normale vita sacramentale secondo la propria tradizione, e nel contesto ecumenico del dialogo bilaterale fra la Chiesa cattolica e la Chiesa assira dell'Oriente, sono state richieste delle disposizioni pastorali per l'ammissione all'Eucaristia, in caso di necessità, fra la Chiesa assira dell'Oriente e la Chiesa caldea.
2. L'Anafora di Addai e Mari
La principale questione per la Chiesa cattolica nei riguardi dell’accoglimento della richiesta, riguardava la validità dell'Eucaristia celebrata con l'Anafora di Addai e Mari, una delle tre anafore tradizionalmente in uso nella Chiesa assira dell'Oriente[2].
Questa particolare Anafora deve aver avuto origine in Mesopotamia, probabilmente nella regione di Edessa. Non si è potuto stabilire con certezza la data della redazione finale di tale Anafora. Alcuni studiosi la situanoattornoall'anno 200, per altri, essa risale all'inizio del III secolo; per altri ancora , l’Anafora sarebbe stata redatta durante il III secolo. La Chiesa assira dell'Oriente tiene in massimo conto questa Anafora quale elemento essenziale dell'eredità apostolica ricevuta da Addai e Mari, che essa venera come facenti parte del gruppo dei 72 discepoli di Cristo e come missionari fondatori della loro Chiesa particolare. L'Anafora di Addai e Mari, tuttavia, così come essa è riprodotta negli antichi codici giunti fino a noi, e così come è utilizzata nell'ininterrotta pratica liturgica della Chiesa assira dell'Oriente, non contiene un coerente racconto dell'Istituzione. Per molti anni, gli studiosi si sono chiesti quale fosse la versione originale dell'Anafora di Addai e Mari. Per alcuni, la formula originale dell'Anafora sarebbe stata più sviluppata ed avrebbe contenuto un racconto dell'Istituzione. Altri studiosi ritengono invece che essa non abbia mai contenuto un racconto coerente dell’Istituzione, e che di conseguenza la versione breve sia quella originale. Tuttavia, la maggior parte degli studiosi sostiene attualmente che la seconda ipotesi è con tutta probabilità quella esatta. In ogni caso, tale quesito storico non può essere risolto con assoluta certezza a causa della scarsità o meglio dell'assenza di fonti contemporanee. Ne consegue che la validità dell'Eucaristia celebrata con l'Anafora di Addai e Mari non può basarsi su argomenti storici, e deve basarsi su argomenti dottrinali.
La Chiesa cattolica considera le parole dell'Istituzione parte costitutiva dell'Anafora o Preghiera Eucaristica. Il Concilio di Firenze ha affermato che «Forma di questo Sacramento sono le parole con cui il Salvatore l’ha consacrato. Il sacerdote, infatti, consacra parlando in persona di Cristo. E in virtù delle stesse parole la sostanza del pane si trasforma in corpo di Cristo, e la sostanza del vino in sangue (D.H. 1321). Lo stesso Concilio di Firenze ha definito le parole dell'Istituzione «formula [forma verborum] che la santa chiesa romana […] ha sempre usato [semper uti consuevit] nella consacrazione del Corpo e del Sangue del Signore» (D.H. 1352), senza pregiudicare della possibilità da parte della Chiesa di una qualche variazione della loro articolazione. Sebbene non abbia alcuna autorità sulla sostanza dei Sacramenti, la Chiesa ha il potere di determinare la loro configurazione concreta per quanto riguarda il segno sacramentale (materia) che per quanto si riferisce alle parole dell'amministrazione (forma) (cfr. CCCO, can. 669). Da ciò deriva la questione dottrinale della validità dell'Anafora di Addai e Mari, se utilizzata nella sua versione breve senza un coerente racconto dell’Istituzione. Le parole dell'amministrazione (forma) corrispondono alle condizioni di validità, come richiesto dalla Chiesa cattolica? Per rispondere a questa domanda sono stati presi in considerazione tre argomenti principali.
In primo luogo, l'Anafora di Addai e Mari è una delle preghiere eucaristiche più antiche e risale ai primordi della Chiesa e alle prime norme liturgiche. Fu composta ed utilizzata con il chiaro intento di celebrare l'Eucaristia in piena continuità con l'Ultima Cena, in obbedienza all'esortazione del Signore e secondo l'intenzione della Chiesa. L'assenza di un coerente racconto dell’Istituzione rappresenta, di fatto, un'eccezione se paragonata alle tradizioni bizantina e romana sviluppatesi nel IV e nel V secolo. Questa eccezione, tuttavia, può attribuirsi alle sue origini primitive e al successivo isolamento della Chiesa assira dell'Oriente. La validità dell'Anafora di Addai e Mari, infatti, non è mai stata ufficialmente confutata. La Chiesa assira dell'Oriente utilizza anche altre due Anafore eucaristiche che sono di alcuni secoli più tarde: l'Anafora di Nestorio, riservata a cinque occasioni liturgiche e l'Anafora di Teodoro di Mopsuestia, adoperata dall'inizio dell'anno liturgico fino alla Domenica delle Palme, per circa sedici settimane. L'Anafora di Addai e Mari, tuttavia, viene utilizzata durante il periodo più lungo e importante dell'anno liturgico, dalla Domenica delle Palme alla conclusione dell'anno liturgico stesso, e copre circa duecento giorni. Inoltre, l'uso di queste tre anafore non è libero, come nella tradizione latina, ma prescritto dal calendario liturgico. In tutta coscienza di fede, la Chiesa assira dell'Oriente è sempre stata convinta di celebrare l'Eucaristia in modo valido e di compiere così in pienezza ciò che Gesù Cristo chiese di fare ai suoi discepoli. Essa ha espresso questa coscienza di fede utilizzando l'Anafora di Teodoro di Mopsuestia, l'Anafora di Nestorio o l'Anafora di Addai e Mari, indipendentemente dal fatto che soltanto le prime due Anafore, di origine più tarda, contengono il racconto dell'Istituzione. Bisognerebbe aggiungere che, per quanto riguarda il periodo del Patriarcato cattolico sotto la guida del Patriarca Sulaka (1551-1662), non esiste alcun documento attestante che la Chiesa di Roma abbia insistito per l'introduzione di un coerente racconto dell’Istituzione nell'Anafora di Addai e Mari.
La Chiesa assira dell'Oriente adopera anche il cosiddetto sacramento o mistero (Rasà) del Santo Lievito. Da tempi immemorabili, la tradizione assira racconta che Gesù diede a San Giovanni due pezzi del pane che Egli aveva preso nelle sue mani, benedetto, spezzato, e dato ai suoi discepoli. Gesù chiese a san Giovanni di mangiare uno dei pezzi e di conservare l'altro con cura. Dopo la morte di Gesù, San Giovanni immerse il pezzo di pane nel sangue che sgorgava dal suo costato. Da ciò deriva il nome di «santo lievito», dato a questo pane consacrato, intriso del sangue di Gesù. Fino ad oggi, il «santo lievito» è stato conservato e rinnovato ogni anno nella Chiesa assira dell'Oriente. Il Vescovo locale lo rinnova il Giovedì Santo, unendo al lievito rimasto quello nuovo. Egli lo distribuisce poi a tutte le parrocchie della sua diocesi, affinché esse lo adoperino nel corso dell'anno, per ogni pane appositamente preparato dal sacerdote prima dell'Eucaristia. Nessun sacerdote può celebrare l'Eucaristia utilizzando il pane eucaristico senza il «santo lievito». Questa tradizione del sacramento o mistero del «santo lievito», che precede la celebrazione eucaristica vera e propria, è da considerarsi certamente come un segno visibile di continuità storica e simbolica fra l'attuale celebrazione eucaristica e l'istituzione dell'Eucaristia da parte di Gesù.
In secondo luogo, la Chiesa cattolica riconosce la Chiesa assira dell'Oriente come autentica Chiesa particolare, edificata sulla fede ortodossa e sulla successione apostolica. La Chiesa assira dell'Oriente ha anche preservato pienamente la fede eucaristica nella presenza di nostro Signore sotto le specie del pane e del vino e nel carattere sacrificale dell'Eucaristia. Nella Chiesa assira dell'Oriente, sebbene essa non sia in piena comunione con la Chiesa cattolica, si trovano dunque «veri sacramenti e soprattutto, in forza della successione apostolica, il sacerdozio e l'eucaristia, per mezzo dei quali restano ancora unite con noi da strettissimi vincoli» (Unitatis redintegratio, n. 15).
Infine, bisogna osservare che le anafore eucaristiche occidentali e orientali, pur esprimendo lo stesso mistero, hanno tradizioni teologiche, rituali e linguistiche diverse. Le parole dell'Istituzione Eucaristica sono di fatto presenti nell'Anafora di Addai e Mari, non in maniera coerente e ad litteram, ma piuttosto in un modo eucologico disseminato, ossia, integrate nelle preghiere di rendimento di grazie, di lode e di intercessione. Tutti questi elementi costituiscono un «quasi-racconto» dell'Istituzione Eucaristica. Nella parte centrale dell'Anafora, oltre all'epiclesi, vi sono espliciti riferimenti al Corpo e al Sangue eucaristici di Gesù Cristo («Tu, mio Signore, per le tue molte e indicibili misericordie, abbi un ricordo buono e accetto di tutti i padri, retti e giusti, che furono graditi davanti a te, nella memoria del corpo e sangue del tuo Cristo, che noi offriamo a te sull’altare puro e santo, come tu ci hai insegnato»), al mistero dispensatore di vita della Passione, della Morte e della Resurrezione di Gesù che viene commemorato e celebrato («ti conoscano tutti gli abitanti della terra […] e anche noi, mio Signore, tuoi servi piccoli, deboli e miseri, che siamo riuniti e stiamo davanti a te, abbiamo ricevuto per tradizione l’esempio che che viene da te, rallegrandoci, glorificando, esaltando, facendo memoria e celebrando, questo mistero grande e terribile della passione, morte e resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo»), all'offerta eucaristica per il perdono dei peccati, alla dimensione escatologica della celebrazione eucaristica e all'esortazione del Signore «fate questo in memoria di me» («Venga, mio Signore, il tuo Spirito santo e riposi su questa offerta dei tuoi servi, la benedica e la santifichi; affinché sia per noi, mio Signore, per la remissione dei debiti, per il perdono dei peccati, per la speranza grande della resurrezione dalla morte, e per la vita nuova nel regno dei cieli, con tutti coloro che furono graditi davanti a te»). In tal modo le parole dell'Istituzione non sono assenti nell'Anafora di Addai e Mari, ma menzionate esplicitamente, anche se disseminate attraverso i passaggi più importanti dell'Anafora. è anche chiaro che i suddetti passaggi esprimono la piena convinzione della commemorazione del Mistero pasquale del Signore, nel senso forte di renderlo presente, ossia, con l'intento di tradurre in pratica esattamente quanto Cristo ha stabilito con le parole e con le azioni nell'istituire l'Eucaristia.
L'Anafora di Addai e Mari è stata studiata a lungo e attentamente da un punto di vista teologico, liturgico e storico. Il 17 gennaio 2001, la Congregazione per la Dottrina della Fede è giunta alla conclusione che essa può essere considerata valida. In seguito Papa Giovanni Paolo II ha approvato questa decisione.
3. Provvedimento pastorale
La Chiesa cattolica prevede norme speciali per situazioni di necessità pastorali come quelle che la Chiesa assira dell'Oriente e la Chiesa caldea affrontano oggi.
Il Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, can. 671, §2 e 3§, afferma: «Se però lo richiede la necessità, oppure lo consiglia una vera utilità spirituale, e purché si eviti il pericolo di errore e di indifferentismo, è lecito ai fedeli cristiani cattolici, ai quali è fisicamente o moralmente impossibile recarsi dal ministro cattolico, ricevere i sacramenti della penitenza, dell'Eucaristia e dell'unzione degli infermi da ministri acattolici, nella cui Chiesa siano validi i predetti sacramenti. Così pure i ministri cattolici amministrano lecitamente i sacramenti della penitenza, dell'eucaristia, e dell'unzione degli infermi ai fedeli cristiani delle Chiese orientali che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, se lo chiedono spontaneamente e sono ben disposti». Il Direttorio per l'Applicazione dei Principi e delle Norme sull’'Ecumenismo, nn. 123 e 125, prevede le stesse regole.
Questa disposizione del Diritto Ecclesiale Cattolico Orientale e del Direttorio per l'Applicazione dei Principi e delle Norme sull'Ecumenismo può essere applicata d'ora in avanti nelle relazioni fra la Chiesa caldea e la Chiesa assira dell'Oriente. Se necessario, i fedeli assiri possono ricevere la Santa Comunione in una celebrazione caldea della Santa Eucaristia. Parimenti, i fedeli caldei ai quali sia fisicamente o moralmente impossibile accostarsi a un ministro cattolico, possono ricevere la Santa Comunione in una celebrazione assira della Santa Eucaristia. In entrambi i casi, i ministri caldei e assiri dovrebbero continuare a celebrare la Santa Eucaristia secondo le prescrizioni liturgiche e i costumi della propria tradizione, in particolare circa l'uso dell'Anafora (cfr. CCEO, can. 674, §2).
Quando dei fedeli caldei partecipano alla celebrazione assira della Santa Eucaristia, il ministro della Chiesa assira è caldamente incoraggiato a introdurre le parole dell'Istituzione nell'Anafora di Addai e Mari. Nella Chiesa assira dell'Oriente questa possibilità già esiste. Infatti, il Santo Sinodo della Chiesa assira dell'Oriente, riunitosi nel 1978 a Baghdad, ha dato ai ministri della Chiesa assira l'opzione di recitare le parole dell'Istituzione nell'Anafora di Addai e Mari. Sebbene questa opzione non intacchi la validità dell'Anafora di Addai e Mari, può avere una rilevanza particolare da un punto di vista liturgico ed ecumenico. Dal punto di vista liturgico potrebbe essere uno strumento adeguato per rendere l'uso attuale dell'Anafora di Addai e Mari conforme all'uso generale in ogni preghiera eucaristica sia nell'Oriente sia nell'Occidente cristiani. Da un punto di vista ecumenico, può essere un'espressione corretta di rispetto fraterno per i membri di altre Chiese che ricevono la Santa Comunione nella Chiesa Assira dell'Oriente e sono abituati, secondo la tradizione teologica e canonica della propria Chiesa, ad ascoltare la recita delle parole dell'Istituzione in ogni preghiera eucaristica.
Va osservato che queste considerazioni sull'uso dell'Anafora di Addai e Mari e gli orientamenti per l'ammissione all'Eucaristia valgono soltanto per la Chiesa assira dell'Oriente e la Chiesa Caldea. L'Anafora di Addai e Mari è parte del patrimonio liturgico e dell'identità ecclesiale della Chiesa assira dell'Oriente da tempo immemorabile, e tale dovrebbe restare. La Chiesa assira ha conservato e trasmesso rispettosamente questa Anafora di epoca in epoca, evitandone l'alterazione o l'adattamento nella sua recita per rispetto verso la sua origine venerabile, tradizionalmente collegata al periodo apostolico. Poiché ogni Chiesa particolare celebra i sacramenti secondo le proprie tradizioni, i propri principi e le proprie norme, sarebbe liturgicamente scorretto trasferire elementi particolari di una tradizione liturgica ad un'altra. Le tradizioni liturgiche, infatti, sono come le lingue, con un proprio vocabolario e una propria grammatica. Gli elementi essenziali di una tradizione liturgica non possono essere trasferiti in un'altra senza attingere alla particolarità della prima e danneggiare la coerenza della seconda.
Conclusione
I presenti orientamenti sono stati trasmessi a Sua Santità Mar Dinkha IV, Patriarca della Chiesa assira dell'Oriente e a Sua Beatitudine Mar Raphael I Bidawid, Patriarca della Chiesa caldea. La promulgazione di queste disposizioni fra la Chiesa assira dell'Oriente e la Chiesa caldea è di competenza delle due Chiese particolari e delle loro rispettive autorità (cfr CCEO, can. 670, §1; 671, §4.5). Prendendo in considerazione circostanze e condizioni concrete, esse dovranno elaborare procedure particolari e fornire strumenti pastorali appropriati per la loro realizzazione.
Questo provvedimento per l'ammissione all'Eucaristia in situazioni di necessità pastorale non è equiparabile alla piena comunione eucaristica fra la Chiesa caldea e la Chiesa assira dell'Oriente. Sebbene strettamente collegate l'una all'altra in materia di fede e di vita sacramentale, le due Chiese particolari non hanno ancora raggiunto la piena comunione. Avanzano ancora, con speranza e coraggio, verso quel giorno benedetto nel quale si otterrà la comunione piena e visibile e sarà possibile celebrare insieme in pace la Santa Eucaristia del Signore. Come Papa Giovanni Paolo II ha scritto nella sua Lettera Enciclica Ut unum sint: «Da tale unità fondamentale, ma parziale, si deve ora passare all'unità visibile necessaria e sufficiente, che si iscriva nella realtà concreta, affinché le Chiese realizzino veramente il segno di quella piena comunione nella Chiesa una, santa cattolica. apostolica che si esprimerà nella concelebrazione eucaristica» (n. 78).
ottobre 2001
[1]Traduzione dell’originale in lingua inglese della Dichiarazione comune cristologica fra Chiesa cattolica e Chiesa assira dell’Oriente, in:Enchiridion Vaticanum 14, Documenti Ufficiali della Santa Sede, 1994-1995, EDB, 1997, n. 1821-1829.
[2]Traduzione italiana: Segno di Unità: le più antiche eucaristie delle chiese, ed. Sabino Chialà, Ed. Qiquajon, Comunità di Bose, 1996, p. 302-305.
© www.vatican.va
© www.vatican.va