Sant’Atanasio e la fede nella divinità di Cristo

cantalamessa-11È stata dedicata ad Atanasio, «campione della divinità di Cristo», la prima predica di Quaresima tenuta dal sacerdote cappuccino Raniero Cantalamessa venerdì mattina, 9 marzo, nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico, alla presenza di Benedetto XVI. Il predicatore della Casa Pontificia ha ricordato come il santo vescovo di Alessandria abbia lasciato un segno profondo nella storia della Chiesa», soprattutto per la sua riaffermazione del dogma «della divinità di Cristo», per il quale «subì sette volte l’esilio». Del resto — ha affermato — «tutta la sua opera consisterà nel mostrare che questa è stata sempre la fede della Chiesa. Il suo merito è stato di rimuovere gli ostacoli che ne avevano impedito fino allora un riconoscimento pieno e senza reticenze». Dopo aver illustrato quali erano questi ostacoli, padre Cantalamessa si è soffermato sulle motivazioni di Atanasio che gli venivano «non dalla speculazione, ma dalla vita». Quindi il predicatore ha messo in luce ciò che è possibile imparare oggi da Atanasio. «La divinità di Cristo — ha detto — è la verità con la quale la Chiesa sta o cade». Questo dogma infatti «è la pietra angolare che sorregge i due misteri principali della fede cristiana; la Trinità e l’incarnazione. Essi sono come due porte che si aprono e si chiudono insieme. Scartata quella pietra, tutto l’edificio della fede cristiana crolla su se stesso ». Da qui l’invito a «lasciarci investire in pieno da quella domanda così rispettosa, ma così diretta di Gesù: “Ma voi, chi credete che io sia?”». In pratica «bisogna demolire in noi credenti, e in noi uomini di Chiesa, la falsa persuasione di credere già, di stare a posto per quanto riguarda la fede. Bisogna provocare il dubbio — non su Gesù, ma su di noi — per poterci mettere poi alla ricerca di una fede più autentica». Inoltre Atanasio ricorda un’altra verità: che la fede nella divinità di Cristo non è possibile, se non si fa anche l’esperienza della salvezza operata da Cristo. «Senza questa — ha sottolineato il predicatore — la divinità di Cristo diventa facilmente un’idea, una tesi. Solo a una vita — dicevano i Padri del deserto — non c’è nulla che si possa opporre». L’esperienza della salvezza — ha proseguito padre Cantalamessa — si fa leggendo la parola di Dio, amministrando e ricevendo i sacramenti, soprattutto l’Eucaristia, esercitando i carismi, mantenendo un contatto con la vita della comunità credente, pregando. E Atanasio ebbe il merito di impedire che «la ricerca teologica rimanesse prigioniera della speculazione filosofica delle varie “scuole”». Ciò ci interpella oggi in modo particolare, «dopo che la teologia si è definita come una “scienza” ed è professata in ambienti accademici, sganciati dalla vita della comunità credente». Questo fu uno dei motivi — ha confidato il predicatore — che lo spinsero ad abbandonare l’insegnamento per dedicarsi a tempo pieno al ministero della parola. Però — ha subito precisato — «la soluzione a questo problema non è abolire gli studi accademici di teologia». Del resto «la situazione italiana ci fa vedere gli effetti negativi prodotti dall’assenza di facoltà di teologia nelle università statali. La cultura cattolica e religiosa in genere è respinta in un ghetto e nelle librerie laiche non si trova un libro religioso». Ecco allora la necessità «di affiancare allo studio e all’insegnamento anche qualche attività pastorale. Se non si può e non si deve togliere la teologia dagli ambienti accademici — ha concluso — c’è una cosa che i teologi accademici possono fare ed è di essere abbastanza umili da
riconoscere il loro limite».

© Osservatore Romano - 9 marzo 2012