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Trascinatore nella fede

di Mario Ponzi
sandri copy copy Una Chiesa non da museo, ma viva e creativa. È il volto della comunità cattolica in Medio Oriente così come disegnato dal cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congrega-zione per le Chiese Orientali, al rientro dal Libano, dove ha avuto «la gioia di essere accanto al Papa — ha detto nell’intervista rilasciata al nostro giornale — in queste storiche giornate. Ho visto l’immagine di un gregge mai spaventato dai latrati dei lupi, che riscopre tutta la forza e tutto il coraggio che gli viene dalla vicinanza sicura di un pastore pre-muroso che non esita a mettersi in cammino con lui quando la minaccia si fa più vicina». Ha poi manifestato la speranza che questa Chiesa «abbia la possibilità, reale e concreta, di continuare a dare in comunio-ne, la sua grande testimonianza».

Quale impressione, secondo lei, ha ricevuto il Papa dall’incontro con la realtà viva della Chiesa in Medio Oriente?
Al Papa in questi giorni si è mostrato il volto di una Chiesa viva. Una Chiesa piccola, ovviamente, di fronte al contesto musulmano così come a quello cristiano-ortodosso. Ma si sarà certamente reso conto che si tratta di una Chiesa viva, pronta a testimoniare l’amore di Dio. Una Chiesa che è impegnata soprattutto a formare i cristiani, i giovani in particolare. Le nostre scuole sono aperte a tutti fin dall’inizio. E si propongono innan-zitutto come prima occasione di convivenza pacifica. Lo hanno testi-moniato senza ombra di dubbio proprio i giovani che si sono presen-tati all’incontro con il Papa a Bker-ké. Ed è proprio grazie a questo im-pegno che si registra un costante au-mento delle vocazioni sia maschili sia femminili. Il Papa in Medio Oriente ha incontrato una Chiesa non da museo, ma viva e creativa, capace di formare i cittadini del fu-turo così come i sacerdoti di doma-ni. Sarà stata per il Papa una grande sorpresa vedere questa vitalità della Chiesa orientale cattolica.
Una realtà che conosceva ma che ora ha potuto toccare con mano.

Una realtà che rischia di scomparire dal Medio Oriente.
È un rischio reale. E non riguarda solo i cattolici; tocca anche gli ortodossi. Il confronto è con la forza travolgente della maggioranza mu-sulmana. Tuttavia sono fiducioso. L’islam, quello vero, si è sempre di-stinto per il rispetto e per la tolleranza nei confronti degli altri. Forse ci sarebbe bisogno di qualcosa che vada anche oltre e consenta una pre-senza più attiva della Chiesa nella vita quotidiana. Del resto la storia stessa dei Paesi mediorientali sareb-be incomprensibile se si prescindesse dalla presenza della Chiesa cattolica, delle Chiese cristiane. Credo che che, se c’è un rischio di sparire, evi-tarlo dipenderà soprattutto dal no-stro impegno, dei sacerdoti soprat-tutto. Mi riferisco in particolare alla testimonianza di vita che è stata riaffermata dal Papa nell’esortazione apostolica, e alla comunione tra i patriarchi, i vescovi e i sacerdoti. Sarà necessario far sì che la cosiddetta sinodalità non sia una parola vuota ma esprima una reale comunione all’interno della Chiesa. Se si resta solo ai documenti, solo alle parole, senza trasformarli in una presenza che attira gli altri con l’esempio del-la vita, rischiamo veramente di con-tribuire alla sparizione della fede cri-stiana e del cristianesimo nel Medio O riente.

Cos’è da ripensare nel rapporto tra i diversi riti della Chiesa cattolica?
Il dialogo tra i diversi riti della Chiesa cattolica è costante e si sono anche raggiunte intese. Tuttavia, a volte non si rispecchiano nei com-partimenti. Per valorizzare la ricchezza dei diversi riti e non disper-dere le forze della Chiesa, essi do-vrebbero lavorare come vasi comunicanti e contribuire alla vitalità della Chiesa, apportando ciascuno la pro-pria identità, la propria caratteristica come rito ma anche come vita di Chiesa, come tradizione, come liturgia, come disciplina, come vita monastica. Ciò non vuol dire uniformità, ma unità nella varietà. Purtroppo a volte non si realizza pienamente questa possibile osmosi tra di loro, e questo un po’ ci penalizza ancora. Devono capire che abbiamo un impegno comune, non di ricerca di potere ma di servizio di amore verso tutti i cristiani, ma anche verso i musulmani per i tanti valori che condividiamo con loro sul significato della vita umana e sulla dignità della persona. Dunque avremmo bisogno di rafforzare il legame tra i patriarchi e tra le Chiese dei diversi riti. Si sta lavorando su questo aspetto. A dicembre ci sarà una riunione tra di loro per affrontare la questione. Mi hanno invitato a par-tecipare. Ci sarò. Certamente è una strada lunga e in salita; ma bisogna percorrerla fino in fondo.

In tutto questo, come non pensare ai cristiani orientali che hanno scelto di rifugiarsi all’estero?
Di per sé la Congregazione per le Chiese Orientali già si occupa di tutti quelli che vivono in diaspora, perché siamo consapevoli della ric-chezza che essi rappresentano. Il Pa-pa lo sottolinea anche nell’esortazio-ne apostolica post-sinodale, quando accenna alla grande ricchezza spiri-tuale che la diaspora può portare al-la Chiesa latina e alla Chiesa occidentale. È chiaro che dobbiamo im-pegnarci molto di più per aiutare questi fedeli. Dobbiamo dedicare maggiore attenzione alla ricchezza della loro testimonianza così come alla loro sofferenza. A quella soffe-renza che li ha spinti a cercare rifu-gio all’estero. Il Papa ha fatto cenno alla necessità di sostenerli, ma ha anche rivolto un pressante appello a tutte le Chiese, quelle in Europa e in America soprattutto, affinché si adoperino per offrire ai loro fratelli mediorientali gli aiuti necessari per restare radicati nei loro Paesi. Sareb-be molto importante per le stesse nazioni mediorientali, visto il contri-buto che molti emigrati stanno dan-do allo sviluppo delle società che li hanno accolti e inseriti nel circuito pro duttivo.

Cosa ha significato per lei vivere que-st’esperienza accanto al Papa?
È stata soprattutto una grande sorpresa cogliere alcuni aspetti particolari del ministero di Benedetto XVI. Ho compreso la sua perfetta sintonia con la schiera dei profeti; sono rimasto impressionato dal vedere che tanto più si presenta così come, in tutta la sua mitezza, completamente disarmato, tanta più forza acquista il suo messaggio. Basta leggere i suoi discorsi: sono di una forza profetica enorme. Quello che mi ha colpito di più, in questo viaggio, è stato il discorso rivolto ai giovani riuniti davanti al patriarcato maronita di Bkerké. È un programma di vita. E i giovani lo hanno accolto con tanto, tantissimo entusiasmo. In quel momento ho anche compreso che questo Papa è un tra-scinatore, un trascinatore nella fede e nelle virtù della carità e della speranza.
(©L'Osservatore Romano 19 settembre 2012)