L’avventurosa presenza dei cappuccini in Turchia

cappuccini-in-turchiadi EGIDIO PICUCCI

La recentissima nomina di un cap-puccino di nazionalità turca a defi-nitore generale dell’ordine (il primo a ricoprire tale incarico) ha dato l’occasione ai centossessantanove re-ligiosi riuniti a Roma per l’84° capi-tolo generale di ripensare alla glo-riosa presenza in Turchia, iniziatasi quattrocento anni fa. Il neo eletto è padre Pio Murat, nato a Izmir (Smirne), ricevuto all’ordine nel 1981 e ordinato sacerdote nel 1985. Ag-gregato alla provincia di Parigi, ne era il superiore provinciale, titolo che gli ha consentito di partecipare al capitolo cominciato il 18 agosto e che si chiuderà il 22 settembre. In un’intervista, padre Murat ha detto di essersi fatto cappuccino do-po aver letto la vita di san France-sco a Istanbul, la città in cui i primi frati arrivarono nel 1551 (ventitré an-ni dopo l’inizio della loro riforma), con padre Giovanni da Medina del Campo (Spagna) e padre Giovanni da Troia (Puglia). Più che una mis-sione fu un’avventura personalmente appassionata, ma oggettivamente te-meraria, e che si risolse non con la pena capitale, com’era stato deciso, ma con un’espulsione, grazie a un indennizzo in denaro pagato da ma-ni pietose. A riprova che i due vole-vano realmente annunciare il Vange-lo c’è il fatto che subito dopo si re-carono prima in Palestina poi in Egitto, dove morirono di inedia in carcere. Un secondo viaggio a Istan-bul fu compiuto nel 1587, su decisio-ne del capitolo generale, da quattro religiosi di cui faceva parte anche san Giuseppe da Leonessa. Anche questa spedizione finì male perché due missionari morirono di peste e padre Giuseppe, che ebbe l’ardire di entrare nel Topkapi (il palazzo im-periale), fu appeso a una trave per una mano e un piede per tre giorni. Liberato, tornò in Italia. La terza spedizione fu organizzata sotto il patrocinio di padre Giusep-pe de Tremblay, amico e collabora-tore del cardinale Richelieu, a quel tempo ministro plenipotenziario di Luigi X I V. Nella sua molteplice atti-vità e nei suoi contatti con le fami-glie più illustri della Francia e dell’Europa, egli aveva pensato a un’ennesima crociata per liberare Gerusalemme dai turchi, ma varie difficoltà gli fecero provvidenzial-mente decidere che era meglio invia-re in Oriente inermi missionari. L’approvazione del Papa, che gli diede mano libera per scegliere gli uomini ritenuti più adatti, gli permi-se di individuare un centinaio di re-ligiosi che inviava in Medio Oriente man mano che giungevano i per-messi delle autorità locali. A Co-stantinopoli ne furono inviati quat-tro, accolti dall’ambasciatore france-se che li presentò al sultano, rice-vendone subito il permesso di sog-giorno e di movimento in tutti i suoi territori. Furono ospitati nel quartiere di Galata, dov’era concen-trato il maggior numero di cattolici e dove aprirono anche una scuola, pur mettendo in primo piano l’assi-stenza agli schiavi esposti al rischio dell’apostasia per i duri maltratta-menti che ricevevano nel famoso “Bagno” o fra quelli destinati alle galere. Con la loro vita austera, ac-quistarono prestigio non solo presso i cristiani ma anche nell’ambito tur-co. Col tempo, da Istanbul si spar-sero in tutto l’Oriente, dove furono inviati soprattutto religiosi preparati nell’Istituto apostolico d’O riente, aperto a Yeşilköy (Istanbul) e a Budjà (Izmir) proprio per il difficile apostolato nell’est della nazione. In molti luoghi riuscirono a entrare e a restare grazie alla medicina che eser-citavano con perizia e sorprendenti successi. Il “medico” più famoso fu il fondatore della missione di Diyar-bakir, un certo padre Giambattista, che nel giro di un mese guarì il fra-tello del pascià e un bel numero di cittadini. Stupiti e quasi increduli, gli abitanti lo trattennero e gli forni-rono una casa. Al fratello del pascià, che lo supplicava di accettare qual-cosa, chiese di ristrutturare l’acque-dotto, che forniva acqua malsana. Purtroppo non tutto fu così facile, perché a un certo punto ci furono opposizioni, persecuzioni, espulsio-ni, eccidi. La presenza cappuccina sopravvisse nel sud, dove si trovano ancora le fraternità di Mersin, di Adana e di Antiochia. Altre nacque-ro più tardi a Efeso, lungo la costa del mar di Marmara e lungo il mar Nero, a Trabzon e a Samsum, dove si stabilirono i cappuccini cacciati dalla Georgia. A Samsum c’è unfi-dei donum, a Trabzon una famiglia romena. E resta, a onore dei primi missionari, la lettera che il sultano Mehmet scrisse a Papa Innocenzo XInel 1678, con la quale spiegò le ragioni — soprattutto il riconosci-mento della loro grande «umiltà e ubbidienza» — che lo spinsero non solo a non cacciare i cappuccini fuo-ri dall’Impero ma a consentire loro di fermarsi a Costantinopoli per «servire il Nazareno e il loro profeta», Francesco.

© Osservatore Romano - 17-18 settembre 2012