In dialogo sulla questione di Dio
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- Creato: 03 Gennaio 2013
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Un mondo aperto al dialogo sulla questione di Dio. Così il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, immagina lo scenario che si presenta in questo inizio d'anno. E rafforza la sua impressione sottolineando - nell'intervista rilasciata al nostro giornale - l'attualità del dibattito tra cristianità e secolarismo, di cui oggi si trova eco in molti libri e riviste internazionali. Da questa considerazione il cardinale trae spunto per ribadire l'importanza del lavoro svolto dal dicastero nell'anno appena concluso, soffermandosi in particolare sui diversi aspetti del dialogo con il mondo musulmano. "Purtroppo - dice il cardinale a questo proposito - alcune minoranze deviate, che strumentalizzano la religione per giustificare l'uso della violenza, o cercano di imporre a tutti, senza distinzioni, la legge islamica anche con la forza, costituiscono un pericolo non solo per le loro società, ma anche per il mondo intero, e mettono in difficoltà il dialogo tra le religioni. Basta ricordare, in proposito, la sorte di alcune comunità cristiane in Paesi come il Pakistan o la Nigeria. Nessuno e nessuna causa possono giustificare tali eccessi. Purtroppo, il peso dell'integralismo rischia di far dimenticare la dimensione religiosa e spirituale dell'islam".
Cosa ha caratterizzato l’attività del Pontificio Consiglio durante il 2012?
Certamente le nomine di un nuo-vo segretario e di un nuovo sotto-se-gretario costituiscono importanti no-vità per il dicastero. Per quanto ri-guarda lo svolgimento della nostra missione, abbiamo sostanzialmente cercato di rimanere fedeli al compito assegnatoci dalla costituzione apo-stolica Pastor bonus, che stabilisce che il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso debba «favo-rire diverse forme di rapporto» con i seguaci delle altre religioni e pro-muovere «opportuni studi e conve-gni perché ne risultino la reciproca conoscenza e stima e mediante un lavoro comune siano promossi la di-gnità dell’uomo e i suoi valori spiri-tuali e morali», senza dimenticare «la formazione di coloro che si dedi-cano a questo tipo di dialogo». An-che se una parte della popolazione mondiale, soprattutto in Occidente, è di fatto secolarizzata, non si può negare il fatto che Dio rimanga un argomento di attualità. Basti pensare all’impressionante numero di libri e riviste — che vedo esposti, per esem-pio, nelle edicole degli aeroporti — sui quali appare la parola «Dio». Dunque c’è tutto un mondo aperto a questo tipo di dialogo.
Qual è stato l’impegno maggiore in quest’anno appena concluso?
Il dialogo con i musulmani. Pur-troppo, alcune minoranze deviate, che strumentalizzano la religione per giustificare l’uso della violenza, o cercano di imporre a tutti, senza di-stinzioni, la legge islamica anche con la forza, costituiscono un pericolo non solo per le loro società, ma an-che per il mondo intero, e mettono in difficoltà il dialogo tra le religio-ni. Basta ricordare, in proposito, la sorte di alcune comunità cristiane in Paesi come il Pakistan o la Nigeria. Nessuno e nessuna causa possono giustificare tali eccessi. Purtroppo, il peso dell’integralismo rischia di far dimenticare la dimensione religiosa e spirituale dell’islam.
Eppure il Papa a Beirut, durante la sua recente visita in Libano, ha trovato anche tra i musulmani un clima di cordiale accoglienza.
Indubbiamente si è trattato di un avvenimento fuori del comune. Pro-prio l’instaurarsi di una clima parti-colarmente cordiale, favorito dai ca-pi religiosi musulmani del Paese, ha consentito al Papa di ribadire l’im-pegno della Chiesa cattolica per un dialogo rispettoso e senza ambigui-tà. E per di più — fatto davvero straordinario — i suoi interlocutori musulmani non hanno avuto diffi-coltà nel riconoscere che i cristiani in Medio Oriente, in particolare quelli in Libano, sono una ricchezza. Per noi il luminoso magistero di Be-nedetto XVI rimane un faro. Nell’udienza alla Curia romana del 21 dicembre scorso, per esempio, il Pontefice ha tenuto un discorso che si potrebbe definire programmatico per quanto riguarda il rapporto tra dialogo e verità, e tra annuncio e conversione.
Come procede il dialogo con le altre religioni?
Tra le esperienze più significative dei mesi passati, non si può non fare riferimento al King Abdullah bin Abdulaziz International Centre for Interreligious and Intercultural Dia-logue, inaugurato a Vienna il 26 no-vembre scorso. Un centro che, sep-pure voluto e finanziato per qualche anno dall’Arabia Saudita, rappresen-ta una più ampia organizzazione in-ternazionale non governativa — fon-data dalla stessa Arabia Saudita in-sieme con l’Austria e la Spagna — nella quale la Santa Sede è presente in qualità di founding observer. Costituisce un buon canale di dialogo che ci auguriamo possa non solo pro-muovere una migliore conoscenza reciproca tra credenti, ma anche es-sere uno spazio adatto per denuncia-re situazioni dove le libertà di co-scienza e di religione non sono ade-guatamente rispettate e tutelate.
È stato anche un anno nel quale lei ha compiuto viaggi importanti.
Direi che in questo senso un par-ticolare significato ha avuto la visita in Nigeria nel maggio scorso. Ho potuto constatare che i nigeriani vo-gliono rimanere insieme, nonostante le diversità tra nord e sud. Ricordo con emozione la visita a una scuola tecnica, situata in una regione a maggioranza islamica. Gestita da un sacerdote cattolico, essa accoglie una trentina di ragazzi che lavorano il legno. L’atmosfera e le relazioni tra i ragazzi sono state per me la prova che il dialogo interreligioso contri-buisce anche al bene comune. Di-mostrano che nonostante la dram-maticità di certe situazioni, è possi-bile vivere e lavorare insieme! Purtroppo ci sono anche altre situazioni meno incoraggianti. Penso, per esempio, all’Egitto, Paese in piena trasformazione. Anche quest’anno il dialogo con Al Azhar si è interrotto per scelta dei nostri partner musul-mani. Per quanto ci riguarda, conti-nuiamo a ribadire che le nostre porte sono sempre aperte a un dialogo sincero e rispettoso.
Cosa intende in questo caso per dialogo sincero e rispettoso?
Che bisogna avere sempre presen-te l’alta dimensione spirituale di ogni religione. La cosa più impor-tante è evitare che gli aspetti socio-logici o politici ci facciano dimenti-care questa dimensione. Spesso av-verto che molti cattolici, seppure de-siderosi di dialogare con altri cre-denti, si scoraggiano per ciò che ac-cade intorno a loro. Difficile dimen-ticare, per esempio, che ogni cinque minuti un cristiano viene ucciso a causa della sua fede. Naturalmente è necessario, comunque, denunciare senza ambiguità una tale barbarie. Detto ciò, una situazione del genere può essere per i credenti uno stimo-lo per approfondire le proprie con-vinzioni e testimoniare, in mezzo a tanta violenza, che tutte le religioni favoriscono la fraternità. In questo senso, le religioni sono una risorsa per il bene comune. La Chiesa cat-tolica, per parte sua, rimane attiva nel dialogo tra le religioni; non solo con i musulmani, ma anche con i fe-deli delle religioni orientali e tradi-zionali. Le visite ad liminadei vesco-vi, che volentieri vengono a condivi-dere con noi le loro iniziative, sono un’ulteriore prova della serietà di ta-le impegno.
Cosa significa l’Anno della fede nell’ottica del dialogo interreligioso?
Durante l’Anno della fede saremo tutti impegnati a rinvigorire la no-stra fede cristiana in modo da cono-scere meglio il suo contenuto e pro-porre con parole e opere il messag-gio di Gesù Cristo. E poiché siamo all’inizio di un nuovo anno, dunque nel momento degli auguri, faccio mio l’augurio formulato dal Papa al-la Curia romana con le parole di Gesù: «Venite e vedrete!». Preghere-mo il Signore affinché la Chiesa, no-nostante le proprie povertà, diventi sempre più riconoscibile come sua dimora. Lo pregheremo affinché possiamo testimoniare sempre me-glio e in modo sempre più convin-cente che «abbiamo trovato Colui, del quale è in attesa tutto il mondo, Gesù Cristo, vero Figlio di Dio e ve-ro uomo».
(©L'Osservatore Romano 4 gennaio 2013)