Un ospedale gratuito per la popolazione armena
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- Creato: 22 Gennaio 2013
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di MARINA CIOCCOLONINon è facile d’inverno la vita ad Ashotsk, piccolo villaggio armeno situato ad oltre duemila metri di al-titudine e al centro di una regione devastata dal terremoto del 7 dicem-bre 1988. Già in ottobre insieme al freddo e al gelo fa la sua comparsa la neve.
La temperatura scende a -40 gradi e i villaggi dell’area resta-no isolati per diversi mesi l’anno causa dell’impercorribilità delle stra-de, quasi tutte sterrate. Anche usci-re di casa diventa un problema, come ci racconta padre Mario Cuccarollo, direttore amministrativo dell’ospedale Redemptoris Mater. «La mattina — spiega il religioso — per riuscire a far scattare la serratu-ra ghiacciata della porta di casa ho escogitato il sistema di tenere per un po’ di tempo un panno caldo sulla toppa, finché grazie al calore la serratura si sblocca e ricomincia a funzionare» . Padre Mario, religioso camilliano, e suor Noelle della congregazione delle piccole sorelle di padre Fou-cauld, sono le uniche due presenze “straniere” dell’ospedale nato vent’anni fa per desiderio di Papa Giovanni Paolo II allo scopo di ri-spondere all’emergenza e alleviare le sofferenze della popolazione ar-mena duramente colpita dal terribi-le sisma che causò centotrentamila vittime. L’attività di questa struttura, che oggi è un esempio di funzionalità ed efficienza per tutta l’Armenia, è stata resa possibile grazie all’imp e-gno della Caritas italiana e dei pa-dri Camilliani e dal sostegno della Congregazione per le Chiese Orien-tali. Inaugurato il 7 ottobre del 1991 alla presenza del cardinale Achille Silvestrini l’estate scorsa in occasio-ne dei suoi vent’anni di esistenza l’ospedale ha ricevuto la visita del cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Orientale. Unica struttura sanitaria gratuita dell’Armenia, l’ospedale Redempto-ris Mater è una vera ancora di sal-vezza per gli abitanti di una regione ancora devastata dal sisma e che dopo la fine dell’Unione Sovietica e il ritiro dell’armata rossa è caduta in una drammatica povertà. Situato in una zona di confine a centottanta chilometri da Yerevan, la capitale, la struttura con i suoi novantatré posti letto nei quattro reparti (medicina, chirurgia, ginecologia/ostetricia, pe-diatria) e una moderna sala opera-toria per la ginecologia e gli inter-venti di otorinolaringoiatria e oculi-stica accoglie un flusso di bisognosi provenienti da tutta la regione, dai distretti vicini e anche dalla confi-nante Georgia, da cui la separano appena pochi chilometri. Ogni an-no si contano circa tremila ricoveri e millecinquecento interventi, anche in laparoscopia (l’ospedale è diven-tato referente nazionale per la chi-rurgia laparoscopica in Armenia), mentre i pazienti che si rivolgono agli ambulatori (uno interno e venti esterni) arrivano a cinquantamila. A questi numeri si aggiungono i circa trecento bambini che nascono in quello che è uno dei fiori all’o c-chiello dell’ospedale, il reparto gi-necologia/ostetricia, al quale è af-fiancato quello di pediatria, dove le mamme che devono ricoverare un bambino e ne hanno un altro a casa da accudire vengono accolte anche con il secondo piccolo. Si pone in-fatti molta attenzione alle necessità e alle problematiche familiari e si cerca di venire incontro il più possi-bile a chi si trova in difficoltà. Costruito con prefabbricati, nelle previsioni l’ospedale sarebbe dovuto durare circa quindici anni. Ma do-po venti anni le strutture sono an-cora in ottimo stato e gli interni de-gli edifici, circondati da un piccolo giardino dove in primavera e in estate i degenti che possono hanno l’opportunità di passeggiare assapo-rando le calde giornate di sole, bril-lano per la scrupolosa pulizia. In una regione socio-economica in dis-soluzione, dove il tasso di occupa-zione è ai minimi storici, il persona-le è tutto locale ad esclusione di pa-dre Mario, che cura anche le rela-zioni, molto buone, con le istituzio-ni armene, e soeur Noelle, l’“angelo dell’osp edale”, che si occupa dell’accoglienza e di ogni piccola necessità dei pazienti. Si cerca così di dare una mano anche dal punto di vista occupazionale e grazie all’impiego in ospedale oltre due-cento famiglie hanno la possibilità di avere un’entrata economica di-gnitosa. Molti dei dipendenti per raggiungere il posto di lavoro per-corrono a piedi diversi chilometri di strada sterrata, d’inverno ancor più penalizzati dal freddo gelido e dalla neve. Durante la buona stagione, quando le temperature sono più mi-ti, dall’Italia arrivano i containers carichi di abiti, latte in polvere, cibo in scatola, pasta, riso, pannolini, materiale sanitario e medicinali frut-to della generosità di tanti conna-zionali. Tutto il materiale viene uti-lizzato per le necessità dei pazienti interni all’ospedale e anche per la distribuzione alla popolazione loca-le attraverso la rete di ambulatori esterni sparsi per il territorio che cercano di alleviare la difficile vita degli abitanti di Ashotsk e sotto l’occhio vigile di soeur Noelle che si occupa della tenuta di un registro contabile delle uscite in modo che nessuno venga dimenticato. E gli aiuti non finiscono qui: l’osp edale (redemptorismaterashotsk@yaho o.it, tel. 02-69515235) è attivo con diversi progetti umanitari e di beneficenza e con il progetto delle “adozioni a distanza”, iniziato alcuni anni fa, si aiutano i figli di famiglie numerose a diventare adulti.
© Osservatore Romano 22-23 gennaio 2013