Da Gerico a Barcellona c'è anche Diana in missione di pace
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- Creato: 08 Luglio 2013
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Ragazza disabile palestinese, con la sua famiglia partecipa al pellegrinaggio dell'Unitalsi "Bambini in missione di pace 2013". Nata sotto l'occupazione militare, è costretta sulla carrozzina dalla At, l'Atassia telangectasia, una malattia rara che colpisce sia il sistema immunitario sia quello nervoso. Ora è qui che prega e canta con altre mille personedal nostro inviato, Daniele Rocchi
Dalla piccola parrocchia, 53 famiglie, del Buon Pastore di Gerico a Barcellona per pregare per la pace. Un viaggio lungo e difficile come può essere solo quello di una ragazza palestinese di 22 anni, Diana Abedrabbo, costretta in carrozzina dalla At, l’Atassia telangectasia, una malattia rara che colpisce sia il sistema immunitario che quello nervoso. C’è anche Diana, con il papà Basem, la madre Violet e una delle due sorelle Yara, tra i mille partecipanti al pellegrinaggio dell’Unitalsi “Bambini in missione di pace 2013” in corso (dal 6 luglio) a Barcellona (Spagna). All’appello manca solo Amal, l’altra sorella, trattenuta a Roma dove studia medicina all’università di Tor Vergata. Per arrivare a Civitavecchia, luogo di imbarco dei piccoli pellegrini, Diana ha fatto un giro lunghissimo. Non potendo partire da Tel Aviv, ai palestinesi non è permesso volare dall’aeroporto Ben Gurion, Diana, con la sua famiglia, ha raggiunto la capitale giordana Amman e da lì è arrivata a Roma e poi nel porto laziale. Solo la generosità dell’Unitalsi ha reso possibile questo viaggio.
La missione di pace di Diana a Barcellona è significativa, perché lei e la sua famiglia, insieme ad un’altra coppia di Gerico, sono gli unici a provenire da un’area piena di tensioni e di crisi come il Medio Oriente. Diana, infatti, può solo immaginare cosa significa vivere in pace e muoversi liberamente all’interno del suo Paese. Nata sotto occupazione militare, dopo 22 anni continua a vivere nella stessa condizione, o quasi. Con il suo cappellino di “Papparcobaleno”, la mascotte del pellegrinaggio, Diana partecipa con trasporto ai canti, alla musiche e ai balli dei volontari Unitalsi, ride e scherza con tutti, coccolata da sua madre e da sua sorella Yara, studentessa di economia a Betlemme. Il papà Basem, ingegnere informatico, la guarda da lontano, e mentre parla al cronista, sorride: “La vita di Diana è stata segnata dalla malattia ma anche e soprattutto dalla speranza che nasce dalla sua grande fede”. Oltre che dall’At, Atassia telangectasia, Diana è stata colpita nel 2003 da un tumore all’ovaio, dopo l’operazione ha dovuto sostenere per circa 4 anni diversi cicli di chemioterapia. Dal 2010 un deterioramento della funzionalità epatica le richiede controlli semestrali. E come se non bastasse, nel 2012, ha avuto un’emorragia alla vescica. “Nonostante ciò ci ha sempre dato un grande esempio di forza d’animo, di speranza, coraggio e di grande fede. Diana ha un’enorme venerazione per Maria, che ci ha raccontato di aver sognato mentre la rassicurava sulla sua salute”.
Diana, ragazza palestinese di 22 anni, in missione di pace a Barcellona, porta con sé anche i tormenti dell’Egitto, l’instabilità del Libano, la guerra della Siria, le divisioni dell’Iraq, la paura dei fondamentalismi religiosi, le stragi di civili innocenti, la sofferenza di profughi e rifugiati, siano essi palestinesi, siriani o iracheni. Diana è tutto questo a Barcellona ma con la sua semplice presenza testimonia che “un mondo di pace è possibile”. “Quando sentiamo pronunciare la parola ‘pace’ il nostro cuore gioisce ma al tempo stesso si stringe - dice papà Basem - come palestinesi, di fede cristiana, abitanti di Terra santa questa parola vuol dire molto: noi desideriamo la pace, ne sentiamo la mancanza dal profondo, vogliamo la pace per la nostra terra. Siamo qui per pregare con tutti per chiedere la pace e testimoniare che non si può vivere senza, e non solo in Medio Oriente”. “Pace per noi palestinesi vuole dire anche stabilità, sicurezza, vuole dire avere una vera nazione, significa vivere in pace fianco a fianco con Israele, e con gli altri vicini, come qualsiasi altra nazione. Significa potersi muovere liberamente per andare a lavorare, a trovare parenti, a scuola. Ecco che significa la parola pace per noi”. La musica si è interrotta, è ora della messa, Diana si avvicina a suo papà, portata da mamma Violet, in testa sempre il suo cappellino da Papparcobaleno. Si scambiano sguardi, poi una carezza e le ultime parole prima del canto di ingresso. Parole che sono la preghiera di un padre: “Chiedo la pace per i miei figli e per tutti i figli del mio popolo. Chiedo pace per il loro futuro. Chiedo pace per mia figlia malata perché possa guarire, prego perché possa assaporare la pace e perché possa diffonderla intorno a lei”. La messa è terminata, le note degli ultimi canti accompagnano l’uscita dei pellegrini. Papà Basem prende la carrozzina di Diana. Lei si volta e gli lancia un sorriso… La missione è cominciata.
© www.agensir.it - 8 luglio 2013