Medio Oriente: prosegue la battaglia per Sirte. Fermento in Marocco. La mappa della rivolta
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- Creato: 04 Ottobre 2011
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In Libia proseguono i combattimenti per il controllo di Sirte e l'esodo degli abitanti dalla città. Intanto il Cnt ha annunciato un rimpasto all'interno dell'ufficio esecutivo, mentre l'ex premier Baghdadi al-Mahmudi, detenuto in un carcere tunisino, potrebbe chiedere asilo politico a Tunisi. E, alla vigilia del vertice dei ministri della Difesa della Nato in programma per mercoledì e giovedì a Bruxelles, dall'Alleanza è arrivata preoccupazione per i missili e gli armamenti scomparsi nel Paese, insieme alla conferma che è "molto vicina" la fine delle operazioni.Fermento in Marocco, dove nelle ultime ore si sono registrate nuove proteste. Dalla Siria, il nuovo Consiglio nazionale ha ribadito l'impegno a portare avanti manifestazioni pacifiche, mentre l'agenzia di stampa ufficiale ha dato notizia della morte del noto religioso Sariya Hassun, figlio del gran Mufti Ahmed Badruddin Hassun. Intanto una dura presa di posizione contro gli "atti di terrorismo" messi in atto dall'opposizione e' giunta da Mosca e, da Teheran, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha ribadito la sua contrarietà all'ipotesi di interferenze straniere in Siria.
In Yemen, ancora un nulla di fatto per la soluzione della crisi politica dopo la missione a Sana'a dell'inviato delle Nazioni Unite, Jamal bin Amr. In Egitto, invece, hanno manifestato circa 1.500 cristiano-copti e, intanto, l'Unione egiziana delle organizzazioni per i diritti umani ha denunciato come l'aumento delle tensioni religiose abbia portato all'emigrazione di circa 100mila cristiani dallo scorso marzo. La Tunisia, dove oggi si sono riuniti i blogger della Primavera araba, prosegue verso le prime elezioni dalla caduta di Ben Ali, mentre in Bahrain si registra una nuova stretta contro l'opposizione sciita.
Libia - Proseguono i combattimenti per il controllo di Sirte, mentre continua l'esodo degli abitanti dalla città natale di Muammar Gheddafi. All'alba di oggi migliaia di persone hanno abbandonato le proprie abitazioni e secondo la Croce Rossa Internazionale sono già oltre diecimila i libici che hanno lasciato Sirte. Intanto il premier del Consiglio nazionale transitorio, Mahmoud Jibril, ha annunciato un rimpasto all'interno dell'ufficio esecutivo del Cnt.
Durante una conferenza stampa a Bengasi, Jibril ha annunciato che il suo incarico di presidente dell'ufficio esecutivo e ministro degli Esteri del Cnt confermato, mentre ha aggiunto che "Ali al-Tarhuni ancora il ministro del Petrolio e delle Finanze. E' stato invece eliminato il ruolo di vice presidente". Alla conferenza stampa ha preso parte anche il presidente del Cnt, Mustafa Abdel Jalil, che ha aggiunto che "la liberazione completa del Paese sarà annunciata solo dopo la liberazione di Sirte".
Ai profughi della città natale di Gheddafi, Jalil ha garantito che "verranno aiutati grazie al contributo della comunità internazionale". Infine ha aggiunto che per il futuro assetto del Paese "noi sosteniamo l'ipotesi federalista rispetto a quella centralista". Lo stesso Jalil, in un'intervista al giornale algerino “Echorouk”, ha affermato che nel Cnt non c'è spazio per gli estremisti islamici, anche se la Sharia resta la principale fonte di legislazione per il futuro della Libia.
Nel frattempo è emerso dai media egiziani che l'ex premier Baghdadi al-Mahmudi, detenuto in un carcere tunisino in attesa che le autorita' locali prendano una decisione sulla richiesta di estradizione in Libia, potrebbe chiedere asilo politico a Tunisi. Per l'avvocato di al-Mahmudi, Mabruk Kurchid, l'ex premier del regime di Maummar Gheddafi rischia in Libia un'arbitraria condanna a morte e per questo potrebbe presto chiedere alle autorità tunisine il riconoscimento dello status di rifugiato politico.
Al-Mahmoudi e' stato arrestato la scorsa settimana in Tunisia, vicino al confine con l'Algeria. E' stato condannato a sei mesi di carcere per immigrazione clandestina, ma la sentenza è stata rapidamente annullata da una corte di grado superiore. Al-Mahmoudi si trova tuttora in carcere perché mercoledì il Cnt ha chiesto la sua estradizione. Da allora è in sciopero della fame.
Intanto, alla vigilia del vertice dei ministri della Difesa della Nato in programma per mercoledì e giovedì a Bruxelles, dall'Alleanza e' arrivata preoccupazione per i missili e le armi scomparse in Libia e che potrebbero finire o essere finite nelle mani di "malintenzionati". Il segretario generale Anders Fogh Rasmussen, durante una conferenza stampa, ha quindi sottolineato come il Paese andrebbe aperto a "ispettori internazionali" e come l'Alleanza sia in contatto con il Consiglio nazionale di transizione per seguire la questione.
"Tutte le armi che si trovano nelle mani di persone malintenzionate costituiscono un problema", ha detto Rasmussen, e il Cnt dovrebbe lavorare "per aprire il Paese a ispettori internazionali". Le parole del segretario generale della Nato sono arrivate dopo che un alto ufficiale militare del Cnt ha fatto sapere che sarebbero spariti circa cinquemila missili antiaerei Sam-7 dell'arsenale di Gheddafi. Secondo l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, presidente del Comitato militare della Nato citato ieri dal settimanale tedesco “Spiegel”, i missili scomparsi sarebbero circa diecimila. Rasmussen ha precisato di non voler "commentare specifiche informazioni d'intelligence".
Per il segretario generale della Nato, tuttavia, spetta al Cnt monitorare gli arsenali libici ed è il Consiglio che deve "accertarsi che le armi siano al sicuro, sotto controllo o eventualmente che vengano distrutte". E sul ruolo della Nato, il segretario generale ha spiegato che l'Alleanza ha un mandato per "proteggere la popolazione civile libica" e "non ha truppe sul terreno", sottolineando tuttavia come "gli alleati siano in contatto con il Cnt per trattare la questione".
Inoltre, riferendo sullo stato della missione, Rasmussen ha dichiarato che l'Alleanza e' pronta "a concludere le operazioni appena la situazione lo consentirà" e ha ribadito come la missione Unified Protector "a tutela dei civili" sia stata "un grande, grande successo". Rispondendo a una domanda dei giornalisti, il segretario generale della Nato ha precisato di non aspettarsi che dal vertice di mercoledì e giovedì arrivi una decisione "sulla fine delle operazioni". "Siamo molto vicini alla fine delle operazioni in Libia, ma come sapete abbiamo deciso di estenderle di 90 giorni", ha detto, riferendosi a quanto stabilito lo scorso 21 settembre e precisando che i termini della missione vengono "rivisti regolarmente".
"Da una parte abbiamo dichiarato che siamo pronti a continuare le operazioni fin quando sarà necessario per essere certi di attuare a pieno il mandato delle Nazioni Unite per la protezione dei civili dagli attacchi. Ci sono ancora attacchi contro i civili ed è questa la ragione per cui proseguono le operazioni - ha spiegato Rasmussen – Ma dall'altra parte non continueremo con le operazioni un solo giorno in più del necessario. Pertanto siamo pronti a concluderle appena la situazione lo permetterà". Ieri il generale Carter Ham, capo del comando Usa per l'Africa, ha dichiarato che la fine della missione Unified Protector potrebbe essere decisa nei prossimi giorni.
Marocco - Fermento in Marocco dove ieri, nelle maggiori citta', migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere un maggiore margine d'azione politica e la fine della corruzione del Paese. Le manifestazioni, secondo l'iraniana Press Tv, sono state organizzate dal Movimento del 20 febbraio. Per Nabila Mounib, membro del Bureau Politique del Parti Socialiste Unifie' (Psu), sostenitore del Movimento del 20 febbraio - che chiede una "nuova costituzione democratica" e "una vera separazione dei poteri" - gli attivisti marocchini che nelle ultime settimane sempre più di frequente scendono in piazza per manifestare chiedono a re Mohammed VI "riforme vere della politica, dell'economia e della cultura", ma il Paese "non rischia la rivoluzione armata, non sarà una nuova Siria".
Secondo la Mounib, la revisione della Costituzione promossa dal re "non risponde alle richieste delle forze democratiche e progressiste", perché non da' vita a "una vera monarchia parlamentare, visto che il re resta al vertice del processo costituzionale". "Noi vogliamo un re che regni, non un re che governi", ha spiegato la Mounib in un'intervista ad “AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL”, precisando che il Movimento 20 febbraio è sostenuto da un gran numero di intellettuali e ong. "Non siamo contro il re - ha detto - Infatti chiediamo una monarchia parlamentare. Oggi invece c'è al potere quello che noi chiamiamo 'governo ombra', composto dai consiglieri del re, che prendono le decisioni più importanti". Ma "siamo un movimento pacifico, di contestazione e di protesta - ha precisato - e per questo non c'e' il rischio che la Tunisia diventi la nuova Siria o la nuova Libia".
"Quella in corso in Marocco è una rivolta, non una rivoluzione armata – ha detto la Mounib - Non si arriverà alle armi, perché i marocchini non lo vogliono, nonostante parallelamente al '20 Febbraio' si stiano formano nuovi movimenti di protesta, con proprie richieste e rivendicazioni, ad esempio in materia di servizi pubblici e lotta alla povertà'. "Da 55 anni siamo nell'anticamera della democrazia - ha proseguito - e se non ci saranno segni concreti, boicotteremo le prossime elezioni politiche, proprio come abbiamo fatto per il referendum sulla riforma della costituzione". Tra gli "impegni concreti" che il movimento rivolge al re, oltre "all'evoluzione del sistema verso una piena democrazia", anche "la liberazione dei prigionieri politici" e la "fine di ogni repressione nei confronti degli attivisti.
In Marocco il primo luglio si tenuto un referendum per chiedere riforme costituzionali mirate a limitare i poteri di re Mohammed VI. Il 98% dei votanti ha approvato le riforme. Il plebiscito non si tuttavia tradotto in una limitazione dei poteri della monarchia, dell'esercito o della più alta autorità religiosa. Secondo Belkassem Yassine, coordinatore delle associazioni della comunità marocchina in Italia e segretario della Federazione Africana in Toscana, "i giovani marocchini che, dopo la pausa estiva, sono tornati ieri a manifestare in alcune città del Marocco non lo hanno fatto contro il re Mohammed VI, ma hanno deciso di proseguire le proteste anche dopo l'approvazione a luglio del referendum costituzionale per dire no alla corruzione".
"Bisogna infatti ricordare che all'inizio questo movimento chiedeva l'instaurazione di una monarchia parlamentare - ha detto Yassine in un'intervista ad “Aki-AdNKronos International - ma dopo un periodo di assenza dalle piazze, con una lunga pausa dovuta forse al caldo estivo e al Ramadan, e l'approvazione della nuova Costituzione che prevede la monarchia parlamentare e altre riforme, il suo gruppo dirigente ha deciso di cambiare rotta puntando il dito contro il fenomeno della corruzione".
Siria - L'opposizione all'amministrazione di Bashar al-Assad ribadisce il suo impegno a portare avanti manifestazioni pacifiche. Il nuovo Consiglio nazionale siriano, annunciato domenica a Istanbul, contribuir a "garantire la continuit delle manifestazioni e la loro natura pacifica" in collaborazione con le altre forze dell'opposizione, ha affermato Ali al-Abdallah, esponente di spicco del Raggruppamento del manifesto di Damasco per il cambiamento nazional-democratico ed ex detenuto politico.
"Il compito principale del Consiglio nazionale sarà portare alla vittoria la rivoluzione siriana e far cadere il regime", ha dichiarato Abdallah, precisando che il Consiglio "aiuter i manifestanti, le famiglie dei martiri e i detenuti, svolgerà attività dentro e fuori la Siria e le forze che vi aderiranno avranno un ruolo mediatico e politico". Il Consiglio - formato da vari gruppi quali il Manifesto di Damasco, i Fratelli musulmani, il Consiglio di Istanbul, gli Indipendenti, i Coordinamenti, un fronte curdo e uno assiro - "sarà una delle forze fondamentali dell'opposizione sul campo, sarà partner nella rivoluzione e si alleerà con le altre forze politiche in vista del successo della rivoluzione", ha precisato lo scrittore, che ha espresso la speranza che "le altre forze interne alla Siria aderiscano al Consiglio".
Intanto, secondo l'agenzia di stampa ufficiale “Sana”, è morto per le ferite riportate in una sparatoria avvenuta ieri mattina lungo la strada che da Idlib porta ad Aleppo, il noto religioso Sariya Hassun, figlio del gran Mufti Ahmed Badruddin Hassun. Il giovane, riferisce la “Sana”, stato colpito in un agguato "teso da un gruppo di terroristi mentre si recava ad Aleppo". Per la
polizia locale, tuttavia, il vero obiettivo dell'agguato non era il religioso islamico, ma l'accademico Mohammed Omar, professore presso l'università di Aleppo, che stato ucciso sul colpo nella sparatoria. Sono almeno tre gli accademici e gli scenziati uccisi in Siria in analoghe circostanze negli ultimi giorni.
La stessa “Sana” ha riferito del sequestro di un deposito di armi di contrabbando giunte in Siria dalla vicina Turchia. Tra le armi sequestrate, stando all'agenzia, vi sono oltre 150 fucili da caccia e kalashnikov, oltre che diversi lanciarazzi. Intanto le autorità turche hanno deciso di congelare tutti i beni di Assad e della sua famiglia. Secondo CnnTurk, gli asset degli Assad in Turchia ammontano a 450-500 milioni di dollari. Nel frattempo, una dura presa di posizione contro gli "atti di terrorismo" messi in atto dall'opposizione siriana arriva da Mosca. In una nota del ministero degli Esteri, rilanciata dall'agenzia ““2Ria Novisti”, la Russia condanna "gli atti di terrorismo commessi nelle ultime settimane dalle frange più radicali dell'opposizione" siriana e invita gli oppositori ad abbandonare i metodi violenti e avviare il negoziato con le autorità di Damasco.
"Siamo convinti che i metodi terroristici possano solo provocare un confronto pericoloso o anche una guerra civile con conseguenze devastanti sia per la Siria che per la regione nel suo complesso", si legge nel comunicato del ministero. E da Teheran, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha ribadito la sua contrariet all'ipotesi di interferenze straniere in Siria, dove le proteste contro Assad sono iniziate a meta' marzo. "I nemici stanno cercando di prendere vantaggio dagli sviluppi in Medio Oriente cercando di assumere il controllo di alcuni paesi", ha affermato Ahmadinejad, sottolineando che la Siria in grado di risolvere da sola le proprie questioni.
Yemen - Ancora un nulla di fatto per la soluzione della crisi politica che si trascina nel Paese da inizio anno. La missione diplomatica di due settimane a Sana'a dell'inviato delle Nazioni Unite, Jamal bin Amr, si è infatti conclusa senza che si sia registrata alcuna svolta.
L'agenzia di stampa ufficiale Saba riferisce di numerosi incontri tra bin Amr e diversi gruppi rappresentanti di vari partiti. "La pazienza degli yemeniti limitata e la responsabilità delle menzogne è della leadership yemenita, che deve portare lo Yemen verso una transizione pacifica dei poteri, verso riforme e il recupero", ha commentato bin Amr. La Saba riferisce che
l'inviato Onu tornerà presto in Yemen, ma che i colloqui di bin Amr con il governo di Sana'a non hanno finora portato ad alcuna decisione significativa per contribuire a metter fine a otto mesi di proteste contro il presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da 33 anni.
Egitto - Circa 1.500 cristiano-copti egiziani hanno manifestato davanti alla sede della prefettura di Assuan, a sud del Cairo, per la riapertura della chiesa del villaggio di Edfu, tra Assuan e Luxor, chiusa da tempo per lavori di ristrutturazione. Intanto, stando all'Unione egiziana delle organizzazioni per i diritti umani, l'aumento delle tensioni religiose ha portato all'emigrazione di circa 100mila cristiani dallo scorso marzo.
Secondo il direttore dell'Unione egiziana delle organizzazioni per i diritti umani, Naguib Gabriel, i copti non stanno abbandonando il Paese volontariamente, ma vengono costretti a fuggire dai salafiti con tattiche aggressive. In un documento inviato al governo egiziano e al Consiglio supremo delle Forze armate, l'Unione egiziana afferma che "i copti rappresentano un forte pilastro nell'economia. I copti che stanno lasciando la loro terra natale non lo stanno facendo per necessità di lavoro, dal momento che costituiscono la classe imprenditoriale e professionale del Paese, ma per paura della linea dura adottata dai salafiti" nei loro confronti.
E, secondo lo scrittore Adel Girgis, la comunità cristiana d'Egitto vive con "il terrore che la corrente islamista si rafforzi e prenda di mira i copti". "Ho monitorato personalmente la situazione dei cristiani, essendo io stesso un copto interessato alle questioni della comunità - ha denunciato Girgis. L'emigrazione non è in aumento perché la strada è praticamente chiusa. Solo uno su 100 riesce a ottenere un visto dalle ambasciate straniere". I cristiani, ha proseguito, "temono i problemi che insorgono dopo una rivoluzione, come è accaduto dopo la rivoluzione del 1952".
Tunisia - Per le prime elezioni dalla caduta di Zine El Abidine Ben Ali, spodestato il 14 gennaio da una rivolta popolare, 11mila candidati si contenderanno i 218 seggi del Parlamento. Lo ha annunciato la commissione elettorale. I tunisini sono chiamati alle urne il 23 ottobre per eleggere i rappresentanti dell'Assemblea costituente che dovrà riscrivere la Costituzione del Paese.
Intanto oggi a Tunisi si sono riuniti per la prima volta dalla Primavera araba centinaia di cybernauti e attivisti per una quattro giorni di incontri durante la quale si discuterà del ruolo di
Internet, dei social network e dell'attivismo in rete. All'iniziativa partecipano blogger che arrivano dal Nord Africa, dai Paesi del Golfo e del Medio Oriente. "Le politiche dell'Information technology, attivismo digitale, il ruolo dei social network nella transizione democratica, le ragioni del successo della rivoluzione in Tunisia ed Egitto e dello stallo altrove", sono alcuni dei temi che vengono affrontati durante l'evento organizzato dal sito tunisino Nawaat.
La conferenza è la terza dal 2008, ma la prima dalla caduta di Ben Ali, dalle dimissioni di Hosni Mubarak e dalla fine dell'era Gheddafi. Gli attivisti si concentreranno in particolare sul ruolo di Twitter e Wikileaks. L'iniziativa arriva mentre circolano voci sulla possibilità che il Premio Nobel per la Pace quest'anno vada a un blogger della Primavera araba. La tunisina Lina Ben Mhenni e l'egiziano Wael Ghonim sono stati indicati come candidati per il premio, che verrà assegnato venerdì.
Bahrain - Nuova stretta contro l'opposizione sciita, mentre 14 persone sono state condannate all'ergastolo con l'accusa di aver ucciso un cittadino pakistano durante una protesta antigovernativa a febbraio. I 14 sono stati riconosciuti colpevoli di aver picchiato a morte l'uomo per "ragioni terroristiche", come riporta l'agenzia ufficiale “Bna”. Inoltre, questa mattina 15 manifestanti sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di aver tentato di uccidere un militare e di aver partecipato a proteste "che incitavano all'odio per il regime e al terrorismo". Sempre oggi il Tribunale speciale per la sicurezza ha condannato 36 sciiti al carcere, comminando a ogni imputato una pena che varia da 15 a 25 anni di prigione (equivalente all'ergastolo). Inoltre, sei studenti sono stati condannati a 15 anni di carcere e un altro a 18 anni di prigione per tentato omicidio, per aver preso civili in ostaggio e per atti di vandalismo contro alcune strutture pubbliche.
(AdN Kronos)
Fonte: http://notizie.radicali.it/ - 4 ottobre 2011