Egitto, i copti ago della bilancia per il futuro della democrazia
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- Creato: 19 Maggio 2012
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Giorgio BernardelliRoma
E in un voto che si annuncia molto più incerto rispetto alle elezioni parlamentari dominate dagli islamisti, questa volta c'è molta attenzione anche per il voto dei copti, la minoranza cristiana del Paese. I due candidati più quotati nei sondaggi sono infatti due indipendenti che hanno bisogno anche del loro sostegno: l'ex leader nella Lega Araba Amr Moussa - che fu ministro degli esteri con Mubarak - e l'islamista eterodosso Abdel Moneim Aboul Fotouh, accreditato di molti più consensi rispetto al candidato ufficiale dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsy.
Sono stati proprio Moussa e Fotouh qualche sera fa ad affrontarsi nel primo confronto tv della storia della politica egiziana. A prima vista, dunque, si potrebbe pensare che il voto dei copti sia destinato a convergere senza esitazioni sul più laico Amr Moussa. Ma le cronache dal Cairo raccontano uno scenario un po' più complesso: anche tra i cristiani, infatti, c'è chi sostiene Aboul Fotouh. Il dato non sorprende più di tanto: già segretario generale dell'Unione professionale dei medici e membro del comitato centrale dei Fratelli musulmani, Foutouh è stato sempre considerato un esponente riformista. È stato uno dei primi a unirsi ai manifestanti in piazza Tahrir ed è uscito dal movimento ufficiale islamista quando, ancora mesi fa, gli era stato vietato di candidarsi alle presidenziali. Nella sua lunga campagna elettorale ha tenuto in grande conto il voto dei copti: in marzo è intervenuto a una serata organizzata dai gesuiti del Cairo, dove per due ore ha risposto a una raffica di domande del pubblico sulla sua visione dei diritti delle minoranze. In quegli stessi giorni era in prima fila anche ai funerali del papa dei copti Shenouda III (esattamente come Amr Moussa).
A contrastare con questa immagine moderata c'è però un dato di fatto: dopo che la Commissione elettorale ha escluso dalla competizione il loro candidato Hazem Salah Abu Ismail, Aboul Fotouh ha incassato nei giorni scorsi il sostegno ufficiale dei salafiti. Il che ha aumentato ulteriormente i sospetti di quanti già prima tra i copti non si fidavano di lui.
La spaccatura è emersa chiara qualche giorno fa nel corso di un incontro organizzato dalla General Coptic Organization in Egypt, il cui presidente Sharif Dus è stato uno dei principali sponsor di Aboul Fotouh tra i copti. Alle rassicurazioni sul fatto che nell'ipotesi che venga eletto presidente l'islamista non ci sarà nulla da temere, dal pubblico gli è stato contestato il «prezzo che dovrà pagare ai salafiti». Al di là delle scheraglie verbali resta il fatto che, almeno per il momento, pure ai vertici della Chiesa copta non pare esserci un orientamento univoco rispetto al voto per il nuovo presidente. Anche se va ricordato che quello in programma tra qualche giorno sarà solo il primo turno: i giochi veri e propri, probabilmente, si faranno al ballottaggio del 16 e 17 giugno. Pesa certamente, inoltre, il fatto che la Chiesa copta si trovi a vivere questo passaggio delicatissimo nel mezzo delle procedure per la scelta del successore di papa Shenouda III.
Proprio in questi giorni la commissione guidata dal reggente, il vescovo Pacomio, ha deciso di prolungare fino a fine mese la scadenza per la presentazione delle candidature sulla base delle quali, poi, verrà selezionato l'elenco ristretto da porre in votazione per arrivare alla terna finale. Il che significa che i tempi della scelta del nuovo patriarca sono destinati ad allungarsi ulteriormente.
Da segnalare infine che la presenza di anime divese all'interno della comunità cristiana egiziana ha fatto capolino la scorsa settimana anche al seminario organizzato a Bruxelles dal Parlamento europeo e dalla Comece (la Commissione delle conferenze episcopali dell'Unione europea) sui cristiani e la primavera araba. Dal quadro abbastanza fosco tracciato dai rappresentanti di realtà come Aiuto alla Chiesa che soffre e Open Doors ha preso espressamente le distanze Cornelius Hulsman, un olandese che vive in Egitto da 35 anni e da quindici al Cairo cura l'Arab West report, un sito che rilancia dai quotidiani egiziani tutte le notizie che riguiardano i rapporti tra cristiani e musulmani. Senza negare le difficoltà che indubbiamente esistono, Hulsman ha messo in guardia dai «rischi della disinformazione» sostenendo che porre l'accento solo sulle tensioni aggrava anziché risolvere i problemi.
© http://vaticaninsider.lastampa.it - 18 maggio 2012