La compassione chiave del dialogo tra le fedi
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- Creato: 05 Maggio 2010
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"Le prospettive islamiche sull'ebraismo e sul cristianesimo" è il titolo della conferenza che la direttrice del Centro per gli studi sull'islam dell'università di Glasgow, in Scozia, ha tenuto nel pomeriggio di mercoledì 5 a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino. Pubblichiamo una sintesi dell'intervento della studiosa, musulmana e d'origine pakistana, nota per il suo sostegno al dialogo tra le religioni e per un lavoro teologico che sottolinea il valore delle fedi monoteiste.
di Mona SiddiquiNella mia ricerca religiosa, sempre più mi accorgo che la conoscenza, intesa nella sua accezione più ampia, è un dono divino, non confinato in una religione in particolare. E che il perseguimento della conoscenza in tutte le grandi fedi è inestricabilmente legato alle grandi virtù della giustizia, della speranza e dell'amore. Il perseguimento della conoscenza è un esercizio nobile, ma questa diviene perfetta solo quando si fa anche ciò che è giusto e buono. La fede religiosa stessa può essere svuotata del dogma e della dottrina, ma considererà sempre le buone azioni come valori nobili in sé. Le buone azioni sono ciò che Dio stesso vuole. Il Corano dice: "Se Dio avesse voluto, vi avrebbe riunito in una unica comunità. Quindi gareggiate in buone azioni, così che Egli possa mettervi alla prova con ciò che vi ha dato" (5, 48).
I musulmani hanno storicamente avuto atteggiamenti differenti verso le altre religioni, specialmente quella ebraica e quella cristiana. L'unitarietà e la diversità dell'umanità sono temi che coesistono nel Corano e possono essere interpretati a supporto tanto di rivendicazioni inclusiviste, quanto esclusiviste. Molti esegeti musulmani ne hanno derivato il presupposto che la religione primordiale di tutte le genti fosse l'islam e che tutto iniziò con Adamo, considerato essere il primo profeta.
La questione non riguarda tanto il riconoscimento delle religioni ebraica e cristiana, in quanto queste erano già presenti nel sesto secolo. Inoltre, i musulmani riconoscono i loro antichi profeti come parti del loro credo. Le tensioni risiedono, invece, su come devono essere percepite teologicamente, oltre che nelle relazioni sociali.
Ci si può chiedere se gli accademici e i rappresentanti religiosi sperino veramente d'influenzare i conflitti e la politica nel mondo. Tra quelli che hanno lavorato al dialogo interreligioso, sono sicura di non essere la sola a ritenere che dove c'è conflitto fra i popoli, il dialogo religioso da solo non può condurre alla pace e alla riconciliazione. Che funzione può avere il dialogo quando le persone vengono fatte saltare in aria e le loro famiglie e le loro case vengono distrutte? A meno che non sia sostenuto dalla volontà politica, il dialogo rimane solo un nobile esercizio con un effetto limitato.
Molti in Occidente ritengono che il dialogo non è una necessità, ma un'opzione, un privilegio. Il lavoro interreligioso può essere un simbolo di unità tra le civiltà e può anche essere sentito tra i seguaci delle fedi. Ma funziona meglio quando c'è sia il testo che il contesto. Molti musulmani e cristiani rimangono convinti che il dialogo sia fondamentalmente difettoso, non solo dal punto di vista teologico, ma anche in termini pratici. Come possono i musulmani e i cristiani parlare dello stesso Dio quando hanno concezioni tanto differenti dello stesso Dio? Se il dialogo non punta alla conversione a Cristo o al verificarsi del Corano, qual è il suo scopo reale? Per me l'ebraismo, il cristianesimo e l'islam sono il compimento di un messaggio rivelato. Tutti noi abbiamo sbagliato a volte e continueremo a sbagliare se non pensiamo e non agiamo con compassione. La compassione non è un'astrazione teologica. Se Dio per me, come musulmana, è definito come l'essere più caritatevole, come posso allora io vivere quotidianamente quella pietà circondata per la maggior parte del tempo da gente di fede diversa o senza fede? La nostra ricerca di Dio non è una metafora. Essa richiede sacrificio e pazienza, ma soprattutto la gioia di saper condividere e vivere insieme, nonostante il conflitto, che è parte della condizione umana.
Il lavoro interreligioso non è mai stato, implicitamente o esplicitamente, finalizzato alla conversione. Da musulmana che ha vissuto gran parte della propria vita in Occidente, ho imparato che la fede parla in un processo d'apprendimento e accettazione, di dubbio e umiltà. La cosa più importante, è stata il comprendere che parlare d'umanità comune richiede una grande generosità nel fronteggiare la differenza pratica. Il dialogo è per me una estensione dell'ishan: "Agire sapendo che se tu non vedi Lui (Dio), Lui vede te".
(©L'Osservatore Romano - 6 maggio 2010)