DIALOGO TRA RELIGIONI: SIDDIQUI (ISLAM), IN OGNI FEDE “LA SALVEZZA È IL BENE CHE FACCIAMO”
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- Creato: 05 Maggio 2010
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La conoscenza, “intesa nella sua accezione più ampia, è un dono divino, non confinato alla sfera religiosa di una religione in particolare”, e il suo perseguimento “in tutte le grandi fedi è inestricabilmente legato alle grandi virtù di giustizia, speranza e amore”. Per questo “forse la nostra salvezza risiede solo nella conoscenza compiuta: il bene che facciamo ed il bene che cerchiamo di ottenere”. Lo ha detto l’anglo-pakistana Mona Siddiqui, docente all’Università di Glasgow e commentatrice per la Bbc e diverse testate europee, intervenuta questo pomeriggio alla “Terza conferenza annuale Papa Giovanni Paolo II sul dialogo tra le religioni” presso la Pontificia Università Angelicum. L’incontro è stato organizzato a 3 anni dall’istituzione di un insegnamento universitario di studi interreligiosi presso l’Ateneo, allo scopo, spiegano i promotori, di “costruire ponti di comprensione tra cattolicesimo, ebraismo ed altre tradizioni religiose, formando una nuova generazione di capi religiosi al confronto, alla tolleranza e al dialogo”. “L’unitarietà e la diversità dell’umanità - precisa Siddiqui - sono temi che coesistono nel Corano e possono essere interpretati a supporto tanto di rivendicazioni inclusiviste, quanto esclusiviste”. Presentando oggi il “punto di vista islamico” all’Angelicum, la studiosa anglo-pakistana Mona Siddiqui invita a porsi questa “domanda essenziale”: “Nel contesto della società civile, come vedono i musulmani il loro essere cittadini di maggioranza e di minoranza, ed a quali risorse attingono? Sarà l’esperienza umana di vivere e lavorare con popoli e culture differenti il fattore ultimo nel determinare” lo sviluppo del pluralismo, oppure “le diverse letture testuali del Corano significheranno che il non credente, cioè il non musulmano, non potrà mai essere considerato come un omologo spirituale?”. Con riferimento al dialogo interreligiso, Siddiqui si dice convinta di non essere l’unica “a ritenere che dove c’è conflitto fra i popoli, il dialogo religioso da solo non può condurre alla pace e alla riconciliazione. Che funzione può avere il dialogo quando le persone vengono fatte saltare in aria e le loro famiglie e le loro case vengono distrutte? A meno che” esso “non sia sostenuto dalla volontà politica per sortire un cambiamento, rimane solo un nobile esercizio con un limitato effetto riconciliatorio”. “Per me - tuttavia spiega - l’ebraismo, il cristianesimo e l’Islam sono il compimento di un messaggio rivelato. Tutti noi abbiamo sbagliato a volte e continueremo a sbagliare se non pensiamo ed agiamo con compassione”.
“La compassione – precisa Siddiqui - non è un’astrazione teologica. Se per me, musulmana, Dio è definito come l’essere più misericordioso, come vivo quella pietà nella mia vita quotidiana, circondata per la maggior parte del tempo da gente di fede diversa o senza fede?”. “La nostra ricerca di Dio – chiarisce la studiosa - non è una metafora, risiede nel nostro modo di vivere la relazione con gli altri. Essa richiede sacrificio e pazienza, ma soprattutto la gioia di saper condividere e vivere insieme, nonostante il conflitto, che è parte della condizione umana”. Secondo Siddiqui, del resto, “il lavoro interreligioso non è mai stato, implicitamente o esplicitamente, finalizzato alla conversione. Da musulmana che ha vissuto gran parte della propria vita in Occidente, ho imparato che la fede parla alla fede in un processo di apprendimento e accettazione, di interrogazione e apprezzamento, di dubbio e umiltà. La cosa più importante, è stata il comprendere che parlare di umanità comune richiede una grande generosità di fronte alla differenza pratica”. Allora “intraprendere il dialogo – conclude - è per me una estensione dell’ishan, ‘Agire sapendo che se tu non vedi Lui (Dio), Lui vede te’”.
© SIR - 5 maggio 2010
“La compassione – precisa Siddiqui - non è un’astrazione teologica. Se per me, musulmana, Dio è definito come l’essere più misericordioso, come vivo quella pietà nella mia vita quotidiana, circondata per la maggior parte del tempo da gente di fede diversa o senza fede?”. “La nostra ricerca di Dio – chiarisce la studiosa - non è una metafora, risiede nel nostro modo di vivere la relazione con gli altri. Essa richiede sacrificio e pazienza, ma soprattutto la gioia di saper condividere e vivere insieme, nonostante il conflitto, che è parte della condizione umana”. Secondo Siddiqui, del resto, “il lavoro interreligioso non è mai stato, implicitamente o esplicitamente, finalizzato alla conversione. Da musulmana che ha vissuto gran parte della propria vita in Occidente, ho imparato che la fede parla alla fede in un processo di apprendimento e accettazione, di interrogazione e apprezzamento, di dubbio e umiltà. La cosa più importante, è stata il comprendere che parlare di umanità comune richiede una grande generosità di fronte alla differenza pratica”. Allora “intraprendere il dialogo – conclude - è per me una estensione dell’ishan, ‘Agire sapendo che se tu non vedi Lui (Dio), Lui vede te’”.
© SIR - 5 maggio 2010