Quattrocento cattolici nell'Azerbaigian musulmano
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- Creato: 28 Aprile 2008
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Com'è formata la comunità salesiana a Baku?
Siamo cinque sacerdoti e due coadiutori. Tutti salesiani slovacchi. Collaborano con noi due volontari. Abbiamo dato vita a due comunità a Baku. Una, composta da quattro salesiani, vive nell'appartamento che per anni è stato anche l'unico luogo per celebrare la messa. L'altra comunità, formata da tre confratelli, è in un quartiere povero dove abbiamo aperto una scuola di informatica per duecento giovani. La nostra è una realtà piccola che vive in autentica fraternità. E questa è una testimonianza in mezzo alla gente.
"Chiesa domestica" è la definizione che meglio si addice alla comunità cattolica in Azerbaigian.
I cattolici azeri sono centosessanta. A loro si aggiungono circa duecento fedeli stranieri: lavoratori nel campo del petrolio, prima risorsa del Paese, e nell'ambito diplomatico. La comunità è formata da una generazione nuova. Gli anziani, quelli che hanno conosciuto le vicende più travagliate, ormai sono morti. Oggi viviamo l'esperienza di una generazione che cerca risposte nella fede e compie un cammino che scuote anche noi sacerdoti. Ma non dimentichiamo i nostri martiri: nel 1937 il parroco, don Stefan Demurow, venne deportato in Siberia e fucilato: era rimasto anche dopo che la sua chiesa era stata rasa al suolo. Per sessant'anni a Baku non si è più visto un prete cattolico: nel 1997 è arrivato un primo sacerdote e nel 2000 il Papa ha eretto la missione "sui iuris".
Ora avete finalmente la nuova chiesa, dedicata all'Immacolata Concezione, inaugurata il 7 marzo dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato.
La nuova chiesa è un dono straordinario. E la visita del cardinale Bertone ha aperto prospettive inimmaginabili. Il terreno venne regalato dall'allora presidente della Repubblica, padre dell'attuale presidente, a Giovanni Paolo II in occasione della sua visita nel maggio 2002. Un gesto compiuto con la disponibilità dello sceicco. Un particolare: gli arredi sono stati realizzati da artisti musulmani azeri.
Quali sono state le reazioni della popolazione musulmana alla nuova chiesa?
Ogni giorno entra in chiesa qualche musulmano e accede una candela come segno di preghiera: per loro la chiesa cattolica è un segno della presenza di Dio tra gli uomini. Gli azeri si definiscono un popolo tradizionalmente tollerante ed è vero. Basti dire che quando il cardinale Bertone ha inaugurato la chiesa erano presenti il presidente della Repubblica, lo sceicco e tutte le autorità religiose. Con i capi musulmani abbiamo rapporti amichevoli. Anche con gli ebrei c'è collaborazione.
Dunque tutto bene con i musulmani?
Siamo un'esigua minoranza e questo, comunque, si sente. I musulmani non ci conoscono, hanno solo sentito dire qualcosa sui cattolici. Sta a noi testimoniare chi siamo e che possiamo vivere insieme, collaborare. Finora non abbiamo avuto problemi di convivenza. Di recente, però, c'è qualche gruppo radicale in più. Si vede qualche donna con il velo. C'è un processo di cambiamento in una terra che cerca la sua identità e sente forse l'influsso di altri Paesi musulmani.
Quale ruolo avete come "chiesa domestica" nel grande mare musulmano?
Un ruolo unico: testimoniare Cristo. Siamo chiamati a dare una testimonianza del Vangelo con la nostra vita attraverso i canali del dialogo. Penso, per esempio, all'arte. Durante la celebrazione per la nuova chiesa, il coro e l'orchestra della filarmonica di Baku, tutti artisti non cristiani, hanno eseguito l'Ave Maria, in latino e in azero. Ci siamo commossi. Stiamo completando l'acquisto di un organo per la chiesa. In tutta Baku c'è solo un altro organo, nel conservatorio. È un'occasione per aprire nuove prospettive attraverso la cultura, per fare concerti.
E i rapporti con gli ortodossi?
Sono molto buoni. Ci scambiamo le visite per le solennità. I russi sono circa sessantamila. Alle celebrazioni per le feste, nelle tre chiese ortodosse di Baku, partecipano duemila persone. Durante il periodo sovietico ortodossi e cattolici si sono aiutati vicendevolmente.
Quali sono ora i vostri obiettivi?
Aprire un centro pastorale, un oratorio, dove possano incontrarsi le culture e le religioni insieme. Dobbiamo, infatti, imparare a vivere insieme, l'uno accanto all'altro. C'è già lo spazio per costruirlo e faremo anche un campo sportivo: in città, infatti, i campi sono a pagamento e questo taglia fuori i poveri. Come salesiani abbiamo particolarmente a cuore i giovani: continuiamo così a promuovere i campi estivi che vedono la partecipazione di duecento ragazzi, non solo cattolici.
C'e una pastorale specifica per i giovani?
A Pasqua abbiamo battezzato sedici giovani. Le conversioni sono un'esperienza spirituale forte. I giovani portano pubblicamente la croce al collo. Uno mi ha detto: questa croce per me non è una decorazione, ma è il segno del prezzo che mi ha salvato.
Come curate la dimensione caritativa?
La povertà è diffusa, non si trova lavoro. Abbiamo aperto una mensa, distribuiamo vestiti, generi alimentari e quanto possiamo. Abbiamo organizzato il sostegno a distanza per i bambini. Ma adesso vorremmo fondare la Caritas e organizzare il servizio sociale proprio come testimonianza cristiana. Dal 2005 ci sono cinque religiose di Madre Teresa che gestiscono la casa per i senza tetto. Le suore sono state accolte benissimo dalla gente che le riconosce dalla loro veste, quel "sari" che anche a Baku è divenuto sinonimo di carità cristiana.
E per quanto riguarda la liturgia?
Celebriamo la messa in russo per i cattolici azeri e in inglese per i lavoratori venuti dall'estero. Ma la lingua russa viene usata sempre meno nel Paese. I giovani, infatti, ormai parlano solo l'azero. Questo comporta anche per noi una piccola rivoluzione. Ad esempio dobbiamo organizzare la catechesi nella lingua azera. Non abbiamo libri. Anche per la liturgia c'è un fondamentale lavoro da compiere, partendo da zero. Ma viviamo di speranza.
(©L'Osservatore Romano - 27 aprile 2008)