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Sulle tracce di una rara iconografia di san Pietro e san Marco

di Alfredo Tradigo

Il pescatore Pietro e l'evangelista Marco; l'accostamento iconografico cui è dedicata la mostra vicentina "La pietra e il leone. San Pietro e san Marco nell'Oriente cristiano" è difficile e affascinante.iconografia Più scontato sarebbe quello tra Pietro e Paolo che si ripete innumerevoli volte nell'arte sia occidentale che orientale. Per capire dunque da dove nasca e come si qualifichi la mostra che si avvia alla chiusura (sarà visitabile fino al 10 ottobre nelle sue due sedi, Palazzo Leone Montanari, dedicato alle icone, e il Museo Diocesano, dove sono esposti i testi sacri) dobbiamo fare un passo indietro e immergerci nelle vicende degli apostoli dopo la resurrezione di Gesù:  i viaggi missionari, la fondazione di nuove comunità, il martirio. Una presenza che continua poi attraverso le reliquie e le immagini sacre che li rappresentano, tenendone vivo il culto e la memoria.
L'evangelista Luca ci racconta che, dopo l'arresto, Pietro venne liberato da un angelo e trovò accoglienza nella casa di una facoltosa donna di nome Maria, madre di un tale Giovanni (il suo nome ebraico) detto Marco (nome greco-latino) che sarebbe poi, una volta battezzato da Pietro, divenuto l'estensore del secondo vangelo. Nell'anno 43 Pietro va a Roma e porta con sé il discepolo Marco che chiama affettuosamente "figlio mio". A Roma la comunità cristiana sollecita Marco a raccogliere dalla viva voce di Pietro la vita e l'insegnamento di Gesù. Nell'anno 64 Pietro viene crocifisso sotto Nerone. Marco, terminata la sua missione nel nord Italia, scende in Egitto, fonda la chiesa di Alessandria, ne diviene vescovo e subisce anche lui il martirio.


Questi dati si ricavano da una tradizione fondata su testi antichi tra cui la Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, l'Encomio di san Marco di Procopio e Gli uomini illustri di san Gerolamo. Sono le fonti citate dagli autori di un recente studio San Pietro e san Marco. Arte e iconografia in area adriatica (a cura di Letizia Castelli, Gangemi editore) che accosta coraggiosamente, forse per la prima volta, l'iconografia di Marco e Pietro. Da questo studio prendono avvio le ragioni della mostra.
L'iconografia più significativa è quella che presenta Marco intento a scrivere il suo vangelo mentre Pietro lo benedice con la mano:  un gesto che in realtà è quasi una firma di autenticità da parte di Pietro, testimone e ispiratore. San Pietro detta il vangelo a san Marco è rappresentato in un bassorilievo in avorio conservato al Victoria and Albert Museum di Londra, e il soggetto è ripreso nei mosaici della cappella Zen di san Marco così come nell'abside della cupola del coro della stessa basilica veneziana.
Se l'immagine di Pietro tira, per così dire, la volata a quella di Marco, rendendo autorevole la testimonianza del suo vangelo, Marco, da parte sua, restituirà a Pietro il "favore" accompagnando la penetrazione dell'immagine del principe degli Apostoli in terra ortodossa. Venezia infatti, oggi come allora, è ponte naturale tra oriente e occidente, tra mondo bizantino- slavo e latino.
Alla mostra vicentina stupisce noi occidentali, abituati alle realistiche crocifissioni di Caravaggio o Rubens, vedere l'umile pescatore di Galilea nel contesto dell'iconografia russa; a volte si tratta di rappresentazioni inusuali come la Venerazione delle catene di san Pietro in un'icona di Novgorod del 1585; altre volte si tratta di temi più comuni come la Liberazione di Pietro dal carcere o Pietro crocifisso a testa in giù trattati però in uno stile più schematico e spirituale che non lascia posto per l'emozione e il godimento estetico. Ma quando Pietro sbuca come un tappo fluttuante sulle acque di Tiberiade l'aneddotica prende il posto della spiritualità e viene da pensare ai grandi laghi della Russia settentrionale. Nella grande icona della Resurrezione e Discesa agli inferi (Russia centrale, fine XIX secolo) san Pietro può assomigliare a un contadino russo, o un vecchio credente alla vigilia della rivoluzione d'ottobre.
In una miniatura proveniente dal Museo di Cividale davanti a san Pietro riccioluto e canuto si prostra Geltrude e il principe Jaropolk con la sposa. Un salto indietro di un millennio:  siamo nella Rus' premongolica del IX-X secolo, agli inizi del principato di Vladimir, e le parole pronunciate dal principe, che seguono lo scontorno dell'immagine di Pietro - Sancte Petre, princeps apostolorum - parlano di una Chiesa unita e fedele al Papa prima dello scisma del 1504.
Le grandi icone singole e a figura intera di Pietro e Marco, tratte dalle iconostasi russe ed esposte a palazzo Leone Montanari, ci mostrano gli apostoli oranti e concordi dinanzi alla regalità di Cristo.
Le immagini della mostra sono come frammenti di un unico puzzle e ricostruiscono il ritratto della Chiesa indivisa del primo millennio cristiano. La mente corre alle antiche icone che rappresentano l'abbraccio tra Pietro e Paolo - l'esempio più antico è il bassorilievo in pietra del museo paleocristiano di Aquileia - oppure tra Pietro e Andrea suo fratello. I loro busti affrontati, i volti simmetrici e di profilo, suggeriscono un nuovo fecondo incontro tra Oriente e Occidente. Andrea infatti è l'apostolo che la liturgia bizantina chiama protoklètos, cioè il primo dei chiamati da Gesù insieme a Simon Pietro, così come racconta il vangelo di Giovanni (1, 35). Andrea è ritenuto dalla tradizione evangelizzatore della Grecia e del mondo bizantino e la restituzione di una sua reliquia da parte di Paolo VI al vescovo metropolita di Patrasso nel 1964 volle significare pace tra le Chiese. Così suggerisce il libro aperto tra le zampe del leone alato:  Pax tibi Marce evangelista meus.

(©L'Osservatore Romano - 7 ottobre 2010)