Che cosa vede la chiesa quando guarda verso il medio oriente
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- Creato: 11 Ottobre 2010
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La diplomazia della Santa sede ha avuto per decenni un solo vero faro: la difesa delle chiese locali. Una linea prudente con alcune punte di spericolatezza, di cui sono simboli l’amicizia accordata a governanti come l’ex vicepremier cristiano dell’Iraq Tarek Aziz, o la benevolenza mai rinnegata per Gheddafi, perno del sistema copernicano di relazioni euro-vatican-mediterranee di Giulio Andreotti. Viceversa il Vaticano è a lungo stato più sospettoso verso Israele, e ha impiegato decenni a modificare l’atteggiamento, fino all’Accordo Fondamentale tra Santa Sede e Stato Ebraico del 1993. Ma è significatico che gli accordi attuativi siano ancora oggetto di un estenuante lavoro bilaterale, per quanto tutt’altro che sterile, come spiega il padre francescano David Jaeger, già delegato a Roma della Custodia di Terra Santa fino allo scorso settembre e grande conoscitore del dossier. Il rapporto con Israele è stato segnato da spettacolari accelerazioni, segnatamente con Giovanni Paolo II, e da brusche frenate e incidenti diplomatici: tra i più recenti quello del gennaio 2009, quando il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e pace, affermò che la Striscia di Gaza “assomiglia sempre di più a un campo di concentramento”, proprio alla vigilia della visita di Benedetto XVI in Terra Santa. Visita che non fu comunque trionfale, come non lo è stata, lo scorso inverno, la visita alla Sinagoga di Roma. Paradossalmente, il rapporto con l’ebraismo è cresciuto anche grazie a Ratzinger, il Papa di Ratisbona e dei paletti messi al dialogo interreligioso con l’islamismo, il teologo che poco prima di salire al Soglio disse “oggi capiamo che la Nostra Aetate è uno dei documenti fondamentali del Concilio”. Ma va tenuto presente, suggerisce Alberto Melloni, che se oggi i rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo sono teologicamente buoni, più difficile rimane il rapporto tra Vaticano e Israele, dove contano altri fattori. Forse, spiegano alcuni osservatori, pesa anche il fatto che Benedetto XVI non sia poi riuscito a trasformare in linee di governo le sue idee. E il rapporto con il mondo ebraico rimane un tema sensibile anche nella dialettica intra-ecclesiale: così lo stesso Ratzinger è finito nel mirino tanto degli ebrei che dei cristiani progressisti per la preghiera del Venerdì Santo e il caso dei lefebvriani.
Teologia a parte, il motivo delle difficoltà è di tipo storico, è la natura delle chiese orientali che sono a tutti gli effetti chiese arabo-cristiane, mentre i cristiani di espressione ebraica, che pure esistono (cattolici e protestanti, ma anche ortodossi) sono una minoranza. Ovvio che l’attenzione asimmetrica della chiesa sia sempre stata sbilanciata sui problemi dei primi. Padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terrasanta, spiega che i cristiani palestinesi che vivono nei Territori sono il 50 per cento, mentre il 40 è cittadino israeliano: “Ovvio che abbiano una percezione dello stato israeliano completamente opposta, e il nostro compito pastorale è mediare queste differenze”. Detto questo, l’atteggiamento dei cristiani mediorientali, e di conseguenza il riverbero che ne giunge a Roma, si sta negli ultimi anni modificando. Le difficoltà, le persecuzioni, il calo demografico spingono verso una nuova consapevolezza. “E’ significativo che in questo Sinodo, che pure non è un evento politico, per la prima volta si parlerà apertamente del rapporto con l’islam, della condizione di difficoltà delle nostre comunità in molti paesi”, aggiunge Pizzaballa. Come è significativo che sia stato invitato, sebbeno nen sia un vescovo, padre David Neuhaus, responsabile per i cattolici di lingua ebraica in Israele.
La diplomazia vaticana mantiene comunque la sua prudente equidistanza asimmetrica. Guidata da riconosciuti esperti dei dossier mediorientali come il segretario dei Rapporti con gli stati, monsignor Dominique Mamberti, e dal sostituto monsignor Fernando Filoni, la visione espressa dalla Santa Sede resta fedele al suo spirito dialogante, ben espresso dal lavoro e dalla biografia del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Dialogo interreligioso, uomo di mediazione che ha rimesso la barra al centro dopo il breve periodo di subbuglio seguito alla crisi diplomatica post discorso di Ratisbona. La domanda che aleggia sul Sinodo, se la chiesa stia modificando la sua visione del problema mediorientale (il dossier turco preoccupa assai) e di un rapporto più maturo con Isreale è probabilmente destinata a rimanere inevasa. Nell’instrumentum laboris la condanna dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi e la denuncia della “crescita del fondamentalismo” tendono a equivalersi, e molto peserà il giudizio sulla guerra in Iraq che “ha scatenato le forze del male nel paese” di cui “i cristiani sono stati tra le vittime principali”. Alla vigilia del sinodo, l’arcivescovo caldeo Emil Shimoun Nona ha detto ad Asianews: “Siamo rimasti in , pochissimi, qui in città vivevano decine di migliaia di fedeli ma quasi tutti sono fuggiti”. Ma la chiesa tiene conto anche di altri dati meno sbandierati, ma di cui è ben cosciente. Come quelli forniti dalla rivista Mondo e missione: grazie all’immigrazione, oggi nel Vicariato d’Arabia, il più esteso al mondo, i cristiani sono ormai milioni: tra il sette e il dieci per cento della popolazione. L’asimmetria, in medio oriente, a volte fa miracoli.
Maurizsio Crippa
© il Foglio Quotidiano - 10 ottobre 2010