I copti temono la deriva islamica
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- Creato: 09 Febbraio 2011
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ALESSANDRIA. Dal nostro inviatoIl ricordo di quella tragica notte lo si vede ancora sulla facciata della chiesa dei Santi, e lo si avverte sui volti sfuggenti dei fedeli mentre escono dalla messa. Tutti si allontanano di fretta; via da quelle mura ancora scheggiate, da quella statua della Madonna in parte mutilata, dal pericolo che si annida dietro ogni angolo. L'ingresso è sbarrato da una cancellata. All'interno del cortile c'è un'ambulanza: «Non vogliamo che i terroristi ne usino una per un'altra strage», confida un guardiano. Prima di accedere alla chiesa un grande manifesto ritrae Gesù Cristo e i volti di 23 persone con una corona d'oro sul capo; sono le 24 vittime della strage di capodanno, quando un'autobomba ha investito i fedeli mentre uscivano dalla messa. Fu il più feroce dei numerosi attacchi contro i copti. Al grido «Mubarak down», migliaia di giovani copti scesero in piazza e si scontrarono con la polizia. Accusavano il presidente di non averli protetti, qualcuno lo definì complice della strage.
È passato solo un mese e ora i cristiani di Alessandria sono prigionieri di un dilemma: partecipare alla rivolta, e chiedere la fine di un regime durato 30 anni, o restare a casa, come ha chiesto il loro Papa, Shenuda III, sperando che il presidente regga. Il solo pensiero che i Fratelli musulmani possano prendere il sopravvento è vissuto come un incubo. Davanti a una simile minaccia, i copti, il 10% della popolazione, sono paralizzati. Consapevoli che potranno pagare caro il prezzo per non essersi uniti alla rivolta (almeno 50 i morti qui).
Gli arcivescovi e i preti sono impenetrabili. Il papa ha proibito di comunicare con i media. Il prete della chiesa dei Santi farfuglia qualche parola, poi scompare. Un copione che si ripete in altre cinque chiese. Ramy, 25 anni, guardiano della chiesa dei Santi, ammette: «Non partecipo alla manifestazione. Nessuno di noi lo ha fatto. È meglio il peggior Mubarak che il migliore dei Fratelli musulmani».
È domenica, qualche chilometro più in là è in corso una grande manifestazione; migliaia di persone lanciano slogan contro Mubarak. Il clima, tuttavia, è diverso da quello gioioso di piazza Tahrir, al Cairo. Qui, il luogo della manifestazione, continuata anche ieri ma con meno dimostranti, è l'antica moschea Ibrahim. Indovinare chi tiene le redini della rivolta è facile: i Fratelli musulmani, che qui hanno creato la loro roccaforte. «È la rivolta del popolo, la stiamo organizzando insieme al movimento del 6 aprile e alle altre organizzazioni. Siamo una sola entità», ci spiega Saber Abu el-Fotouh, ex parlamentare dei Fratelli musulmani. Cerchiamo dei cristiani, invano. Davanti alla moschea i membri della Fratellanza ci perquisiscono più volte. «Noi siamo e saremo rispettosi dei nostri fratelli copti», spiega dal suo ufficio Medhat al-Hadad, dirigente della Fratellanza. «Tra due o tre mesi Mubarak se ne andrà. Organizzeremo elezioni libere. Contiamo di arrivare al 25-35% dei seggi. Se saremo al governo lasceremo che ognuno sia libero di professare la sua fede».
© Sole 24 ore - 9 febbraio 2011