Le voci dei cristiani nel terremoto arabo

cristiani-diraq-2-largeQuali ripercussioni avrà ciò che sta accadendo nel mondo arabo sulla vita dei cristiani? L’interrogativo corre sulla bocca di tutte le comunità, autoctone e immigrate, che vivono nella vasta area che si estende dal Marocco all’Iraq. Un’area attraversata da una febbre di rinnovamento economico, istituzionale e sociale, ma dove ci si interroga sulla direzione che i cambiamenti potranno assumere. Nessuno, infatti, può garantire che il "dopo" sarà migliore della situazione attuale.

La sindrome irachena è presente agli occhi di tutti. Da comunità tutelata e relativamente libera sotto il governo di Saddam Hussein, i cristiani hanno dovuto subire ogni sorta di soprusi nello scenario post-dittatoriale. Il metro di misura per un cristiano arabo (come per tutti i cristiani) è semplicemente questo: che la "libertas Ecclesiae" non venga a mancare dove esiste già, e sia garantita laddove ancora non c’è. Non per la difesa di un privilegio di parte, ma per il bene di tutti, cristiani e non. Perché la libertà religiosa, come ebbe a dire pochi mesi fa il Papa, «è elemento imprescindibile di uno Stato di diritto; non la si può negare senza intaccare nel contempo tutti i diritti e le libertà fondamentali, essendone sintesi e vertice».

LIBIA Nel mezzo della guerra civile. La Chiesa come unico aiuto
Di tutte le rivolte arabe, solo quella libica ha assunto l’aspetto di una vera e propria guerra civile, caratterizzata in più dall’intervento internazionale. Il Vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli, non si stanca di ribadire che «occorre fermare le armi e avviare subito una mediazione per risolvere la crisi in modo pacifico». Quanto alla situazione dei cattolici, che in maggioranza sono immigrati provenienti dall’Eritrea, il prelato francescano assicura che si sta attivando per trasferirli verso il confine con la Tunisia. «La nostra comunità, i lavoratori cristiani – spiega Martinelli – sono ancora qui e non possiamo abbandonarli. Prego e spero che tutto questo finisca prima possibile». A Tripoli – riferisce la Caritas italiana – i religiosi aiutano come possono tutti quelli che si rivolgono a loro, in coordinamento con le organizzazioni locali di assistenza». «Alcuni eritrei – riferisce padre Sandro Depretis, sacerdote in missione in Libia – sono stati derubati delle loro poche cose, altri sono stati invitati ad andarsene. Ora stanno nascosti ed è ancora più difficile aiutarli».

TUNISIA Un sacerdote assassinato e la richiesta di uno Stato laico
La piccola comunità locale, costituita in gran parte da lavoratori occidentali e africani, ha seguito con trepidazione la rivolta contro il regime di Ben Ali. Il vescovo di Tunisi, monsignor Maroun Lahham, ha parlato di funzioni religiose ridotte o sospese causa della situazione. Il peggio è, invece, arrivato dopo il trionfo della rivolta quando, il 18 febbraio, un prete polacco è stato trovato ucciso con uno squarcio alla gola. Il sacerdote, Marek Marius Rybinski, di 34 anni, prestava servizio alla scuola dell’opera salesiana di Manouba. Le autorità tunisine e il principale movimento islamico, Ennahda, hanno condannato con fermezza l’assassinio. Monsignor Lahham ha rivelato che la comunità salesiana aveva ricevuto la settimana precedente una lettera con una croce uncinata che diceva: «Consegnate il vostro denaro, sporchi ebrei, e andatevene». Il giorno successivo centinaia di tunisini hanno manifestato a Tunisi a favore di uno "Stato laico". «Siamo scesi in piazza – ha detto uno degli organizzatori – per mostrare che la Tunisia è un Paese tollerante che respinge il fanatismo».


EGITTO Preoccupati dall’ascesa dei Fratelli musulmani
I cristiani sono stati un po’ restii a partecipare ai primi sit-in di protesta in Piazza Tahrir del Cairo. L’anno 2011 si era, infatti, aperto con un gravissimo attentato terroristico contro una chiesa di Alessandria. Poi, a poco a poco, i copti si sono uniti alle rivendicazioni di un cambiamento in senso democratico nel Paese. Parlando il 23 febbraio a Radio Vaticana, il patriarca di Alessandria dei copti cattolici ha detto che per l’Egitto «si apre ora l’occasione reale di diventare un Paese moderno». «Ciò che sta arrivando – ha precisato il cardinale Antonios Naguib – è certamente una ventata di democrazia, di uguaglianza e di cittadinanza. È molto bello». L’Egitto, ha aggiunto, «si definiva uno Stato democratico, ma in realtà era una dittatura presidenziale che della democrazia aveva soltanto il nome. Adesso sentiamo che c’è un cambiamento». La comunità cristiana non nasconde tuttavia la sua preoccupazione circa una crescente influenza politica dell’islam politico nell’Egitto del dopo-Mubarak. «I Fratelli musulmani – ha detto ancora Naguib – sono benvenuti se rispettano gli altri, l’uguaglianza e le leggi civili del Paese». Le tensioni interreligiose sembravano essersi allentate con la rivoluzione, quando l’8 marzo è tornato il panico dopo la registrazione di gravi scontri tra cristiani e musulmani che hanno provocato 13 morti e 140 feriti. Gli scontri sono scoppiati al Cairo quando i cristiani, che sono la maggioranza nel quartiere orientale di Muqattam, sono scesi in piazza per protestare contro l’incendio appiccato a una chiesa a sud della capitale. Secondo un sacerdote locale, i manifestanti sono stati attaccati da «delinquenti e salafiti» armati, che hanno anche dato alle fiamme abitazioni e negozi. Tre giorni dopo gli scontri, tuttavia, centinaia di egiziani cristiani e musulmani, con in mano croci e copie del Corano, si sono dati appuntamento in piazza Tahrir, in segno di solidarietà interconfessionale. Agitando bandiere nazionali e striscioni inneggianti all’unità tra musulmani e cristiani, i manifestanti hanno poi pregato in piazza.

© Avvenire - 3 aprile 2011