Coscienza critica propositiva

chiesa-cattolica-ucraina“Per sostenere il progetto europeo, il primo compito delle Chiese è il continuo richiamo all’identità” dei popoli e del continente nel suo insieme. Identità che, secondo il card. Peter Erdö, arcivescovo di Esztergom-Budapest (Ungheria) e presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee), si declina “anche nei grandi principi di solidarietà e di sussidiarietà”, che derivano dall’insegnamento cristiano e che “mostrano evidenti implicazioni pratiche per il momento attuale”. Una conferenza con la stampa internazionale ha chiuso la settimana di lavori in Vaticano per la presidenza del Ccee, che il 25 novembre è stata ricevuta in udienza privata da Benedetto XVI.

Cristiani oggi, nel vecchio continente. Giorni intensi per i vescovi giunti da ogni angolo d’Europa, in rappresentanza di 33 Conferenze episcopali. Un convegno in occasione del 40° di creazione dello stesso organismo ecclesiale, un incontro ecumenico tra cattolici e ortodossi, una serie di incontri con i dicasteri della Santa Sede “per riflettere sulle questioni dell’Europa e sui progetti futuri del Ccee”. E, al centro delle discussione, la presenza dei cristiani nell’Europa di oggi, i rapporti con le altre fedi religiose, l’attenzione ai nodi della libertà religiosa, dei diritti fondamentali, delle relazioni con gli altri continenti. Alla conferenza di chiusura hanno preso parte anche i due vice presidenti del Consiglio delle chiese europee, il card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, e mons. Jozef Michalik, arcivescovo di Przemysl (Polonia).

Coscienza critica e propositiva. “La sfida principale per l’Europa di oggi riguarda proprio l’uomo”. Il card. Angelo Bagnasco ha richiamato il difficile momento legato alla crisi economica e monetaria, che richiede una rinnovata attenzione alla questione antropologica: “C’è un elemento unificante e un criterio-guida per affrontare i problemi che abbiamo dinanzi – ha sottolineato il porporato -, ed è proprio l’uomo”. Le domande “sull’umano interrogano al contempo la cultura del nostro tempo, l’economia, le legislazioni”. “Questo non è altro rispetto all’annuncio di Cristo, ne è semmai un aspetto essenziale”. Le comunità cristiane del vecchio continente “vorrebbero rappresentare una coscienza critica e propositiva entro i processi in atto, rispondendo alla loro missione di essere sale della terra e luce del mondo”. Da qui l’indicazione di taluni “grandi temi” sui quali le Chiese rappresentate nel Ccee potrebbero portare il loro contributo: vita, “in ogni sua espressione”, famiglia, “libertà religiosa e di educazione”, dai quali “derivano altri temi di fondo, come il lavoro, la politica, la cultura, il tempo libero”. “L’auspicio – ha spiegato il card. Bagnasco – è che l’Europa non perda se stessa”.

La reciproca conoscenza. “La presenza della comunità cristiana in Europa”, magari più visibile in alcuni Paesi rispetto ad altri, “è di per sé un contributo originale e significativo per la costruzione europea”, rappresentando fra l’altro “un richiamo costante all’amore di Dio per l’umanità” e sottolineando che “la vita non si riduce alle sue espressioni concrete e non si esaurisce nel presente” storico. Il card. Bagnasco, in chiusura dei lavori del Ccee e alla luce dell’udienza della mattinata con Benedetto XVI, ha risposto al SIR sul possibile contributo delle Chiese al processo di integrazione europea, che si trova in una fase di difficoltà. Alla medesima domanda mons. Jozef Michalik, arcivescovo di Przemysl (Polonia), ha replicato: “Il cammino di reciproca conoscenza che le Chiese cristiane stanno svolgendo, anche grazie al Ccee, è un contributo importante dei credenti alla casa comune europea. Lo stesso si può dire per i contatti che le Chiese europee hanno avviato e mantengono con le Chiese di altri continenti, richiamando e invitando l’Europa” alla necessità di “aprirsi al mondo intero”. Anche mons. Michalik ha ricordato che “la Chiesa può svolgere un ruolo di coscienza viva di questo nostro tempo”. Sull’udienza con il Santo Padre, mons. Michalik ha spiegato al SIR che “il Papa ha chiesto notizie sulle nostre Chiese e ha poi domandato come possa egli stesso porsi al servizio della nuova evangelizzazione” dell’Europa.

Cosa insegna la “primavera araba”. A proposito delle trasformazioni in atto in Nord Africa e in Medio Oriente, che sollecitano l’Europa sotto il profilo politico, economico e migratorio, il card. Bagnasco ha quindi affermato: “La cosiddetta primavera araba ci rimanda ad almeno tre considerazioni. Anzitutto ci dimostra che la dignità umana non è comprimibile oltre un certo limite”; a questo proposito il cardinale ha citato un parallelo con quanto avvenuto nell’est europeo da fine anni ‘80 alla caduta del Muro di Berlino. “In secondo luogo emerge un problema, non risolto, tra le ragioni della politica e quelle dell’economia. E ritengo occorra tornare a riflettere su questo aspetto”. Infine, si intuisce che “le diverse aree del mondo devono trovare la loro strada per la democrazia e la pace sociale”, perché questi valori “non sono immediatamente esportabili”.

© www.agensir.it - 25 novembre 2011