Ortodossi, Chiesa di Stato

chiesa-e-statoFranco Soglian

Qualche anno fa il popolare scrittore russo Vladimir Sorokin ha pubblicato un romanzo di genere futuristico (secondo qualche critico, di fantascienza postpolitica) il cui successo, anche all’estero, è stato pari solo allo scandalo sollevato. Vi si descrive in termini apocalittici l’avvento nel suo paese, previsto nel 2027, di una dittatura orrendamente totalitaria e reazionaria, repressiva e sanguinaria, fondata su una fede ortodossa di stampo medievale e pienamente sostenuta dalla Chiesa nazionale. Un nuovo impero del male, insomma, capace di battere ogni record della categoria. Non si tratta naturalmente di pura e gratuita immaginazione ma di un esercizio letterario che prende spunto da un minimo di realtà, gonfiata e al limite contraffatta quanto si voglia.

La Chiesa ortodossa russa è nata insieme con il relativo Stato, dell’antica Rus’ primigenia e poi della Moscovia, e ad esso è rimasta strettamente legata fino ai giorni nostri. Più o meno come tutte le altre Chiese ortodosse, anzi, è sempre rimasta sostanzialmente subordinata al potere laico, svolgendo una funzione di supporto compensata con un’ostentata devozione e una serie di privilegi. Questo tipo di rapporto ha caratterizzato l’intera vita dell’impero zarista, che pure vide momenti di scontro e persino ribellione, soprattutto però da parte di frange più popolari del clero.

L’avvento nel 1917 di un regime bolscevico ideologicamente ostile alla stessa religione come tale segnò ovviamente una svolta storica, senza peraltro spezzare quel rapporto in modo durevolmente radicale. L’ateismo militante e intransigente degli inizi venne ridimensionato con la scelta del ’socialismo in un solo paese’ e la conseguente riesumazione di un nazionalismo di cui la Chiesa ortodossa, già duramente perseguitata e prostrata ma non completamente distrutta, finì col trarre crescente beneficio, specie quando Stalin dovette ricorrere anche al suo appoggio per fronteggiare l’aggressione nazista.

La gerarchia ortodossa, dal canto suo, non esitò a collaborare in seguito con alcune politiche ufficiali, in particolare nelle relazioni con l’estero e all’insegna del pacifismo, e a negare qualsiasi protezione ai pochi preti e fedeli che osavano praticare il dissenso nei confronti di un regime repressivo in generale. Il ristabilimento del rapporto tradizionale tra Stato e Chiesa cominciò comunque a profilarsi solo nel quadro del riformismo di Gorbaciov, si accentuò dopo il crollo dell’URSS e ancor più dopo il rimpiazzo di Boris El’zin con Vladimir Putin alla testa della nuova Federazione russa.

Oggi la Chiesa ha riacquistato praticamente la dignità di partner, riconosciuto e anche esteriormente onorato come tale, di uno Stato pur formalmente laico, che ha tanto più bisogno del suo contributo alla preservazione dell’identità e della coesione nazionale in presenza di un sistema solo limitatamente democratico. Un contributo che il clero ortodosso, quello alto in particolare, è ben disposto a dare per il suo naturale istinto di autodifesa dalle influenze straniere, percepite come minaccia all’anima stessa del paese e del suo popolo, oltre che per i propri interessi materiali.

Già premiata con la costruzione, ricostruzione e restauro di un gran numero di edifici religiosi, la Chiesa ha recentemente ottenuto il via libera alla restituzione delle molte migliaia a suo tempo espropriate, che (rappresentando la maggiore ondata di privatizzazione dopo quella dei primi anni ’90) la trasformerà nella principale detentrice di proprietà immobiliari dopo le ferrovie. Un’altra concessione importante è stato il potenziamento dell’istruzione religiosa nelle scuole. In cambio la Chiesa asseconda o addirittura incoraggia la politica del regime mirante a ricostruire i legami, al limite in chiave egemonica, con altre repubbliche ex sovietiche in cui operano Chiese più o meno sorelle (Ucraina, Bielorussia, Armenia, Georgia, Moldavia) e a rafforzare quelli con altri paesi a religione ortodossa (Romania, Serbia, Montenegro, Grecia).

Più complessa è la posizione del patriarcato russo rispetto ai rapporti con l’Occidente, che lo vedono ancora più guardingo del potere statale dei cui interessi maggiormente ampi non può però non tenere conto. Da sempre impegnato a tenere a bada la temuta invadenza della Chiesa cattolica, in particolare, esso ha finito così per attenuare e probabilmente ritirare del tutto le proprie obiezioni ad una visita di Benedetto XVI in Russia (in restituzione di quella recente del presidente Medvedev in Vaticano) e ad un eventuale incontro, per la prima volta, tra il pontefice e l’attuale patriarca Kirill.

Benché meno diffidente verso le altre confessioni cristiane, il patriarcato ha troncato ogni rapporto con alcune Chiese evangeliche aperte nei confronti dell’omosessualità, attenendosi anche all’esterno all’indirizzo conservatore in fatto campo di costumi predominante all’interno. Resta ferma ad esempio una condanna dell’aborto, largamente praticato nel paese, che va incontro alla preoccupazione delle autorità civili per il grave declino demografico.

Quelle religiose devono comunque misurarsi in generale con una rispondenza popolare quanto meno incerta. La Chiesa sembra godere di prevalente prestigio e rispetto e il 75% dei cittadini si dichiarano credenti. Solo il 20%, tuttavia frequenta i luoghi di culto, e secondo i sondaggi i problemi di ordine morale, per quanto oggettivamente scottanti, languono all’ultimo posto fra quelli che maggiormente crucciano i russi.

La Chiesa e la stessa gerarchia, ad ogni buon conto, non vanno necessariamente viste come entità omogenee anche nei rapporti con lo Stato e la società. Esse comprendono infatti almeno un’ala vicina all’estremismo politico e culturale di destra, ultranazionalista e xenofobo, presumibilmente minoritaria, mentre il patriarca Kirill, benché considerato al suo avvento, due anni fa, più conservatore del suo defunto predecessore, Alexi II, capeggia presumibilmente una maggioranza centrista.

Non manca però neppure un’ala più aperta e (se si può ancora usare l’aggettivo) progressista, per la quale le direttive del vertice valgono solo sul terreno dottrinale mentre su quello politico-sociale si parla ad esempio di bisogno di “andare verso il popolo” come i populisti dell’Ottocento o come i preti operai francesi degli ultimi anni ’60. E l’appoggio di questa componente della galassia ortodossa al regime e alle politiche di Putin, per quanto anch’esse tutto sommato centriste, non può darsi per scontato.

© http://www.lindro.it/ - 23 dicembre 2011