Ecumenismo in monastero

La-Cattedrale-SaintJean-LioneMariella Carpinello

A Lione nel 1923 il sacerdote Paul Couturier (1881-1953) inizia a occuparsi dei rifugiati russi in fuga dalla rivoluzione d’ottobre. La colonia ortodossa, che arriva ad annoverare diecimila persone tra il centro cittadino e la banlieue, diventa la sua scuola di carità, alla quale insegnare ad aprire il cuore oltre la frontiera confessionale. «Come sempre accade in simili casi» annota di suo pugno «la questione russa mi condusse alla questione anglicana ». È così che questo religioso alla vieille France, di severi sentimenti conservatori, scopre la vocazione ecumenica alla quale consegnerà il resto dei suoi giorni. La prima delle svolte programmatiche cade nel 1932 durante un soggiorno ad Amay-sur-Meuse, priorato benedettino fondato in Belgio da dom Lambert Beauduin. Qui Couturier legge gli scritti di Beauduin, partecipa alla liturgia greca e slava e interpella i monaci circa l’opera di unione con l’oriente che Papa Pio XI ha affidato ai benedettini nella lettera Equidem verba del 1924, della quale la stessa Amay è l’intrinseco frutto. Quando riparte ha preso due decisioni: diventare oblato di Amay e portare a Lione l’ottava di preghiera per l’unità dei cristiani. L'oblazione lo collocherà sul terreno del monachesimo, di cui ad Amay ha scoperto la relazione vitale e necessaria con l’ecumenismo; quanto alla settimana di preghiera, se finora vi ha aderito con privata devozione, d’ora in poi ne farà il proprio impegno pubblico principale. Rientrato in quella regione lionese ove la Francia cattolica discesa dal grand siècle, risorta a fine Ottocento nel movimento liturgico, s’incontra con le ricchezze spirituali della Russia ortodossa, Couturier mette a punto forme e spirito di quella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani quale noi pratichiamo oggi dal 18 al 25 gennaio. Gli anni dal 1933 fino al 1935 trascorrono nel fervore sperimentale, con la partecipazione di qualificati predicatori, religiosi di ordini presenti sul territorio e comuni credenti, in un crescendo d’iniziative che coinvolgono la gerarchia ortodossa, i suoi fedeli, aree protestanti ed anglocattoliche. Specialmente nel delicato confronto avviato con il metropolita Eulogio, Couturier matura le direttive dell’ecumenismo spirituale, sintetizzate nella indicazione: «Venga l’unità quale Dio la vuole e con i mezzi che vorrà». Il suo articolo Pour l’unitè des chrétiens. Psicologie de l’Octave de prière du 18 au 25 janvier del dicembre 1935 fissa il necessario assetto teorico e conseguente successo internazionale, con il risultato d’un ulteriore incremento dell’ottava 1936. Siamo giunti così al gennaio 1937, quando Couturier spedisce un invito di adesione alla badessa della trappa di Grottaferrata, madre Maria Pia Gullini (1892-1959). Accolto nel seno vitale della comunità femminile, il semplice atto avrà conseguenze di portata imprevedibile, tanto da creare una nuova area di convergenze ecumeniche fra l’Italia e il mondo. Intellettuale di spiccata sensibilità artistica, personalità intraprendente e sprezzante le mezze misure, la Gullini ha sostenuto in gioventù una strenua formazione nella trappa normanna di Laval, dove è entrata in contatto con il movimento ecumenico. Ciò spiega l’invito rivoltole da Couturier e la pronta adesione della sua comunità, che risponde non soltanto con preghiera, ma con l’offerta di due vite: quella dell’anziana madre dell’Immacolata, spentasi in quello stesso 1937, e quella più impressionante della venticinquenne suor Maria Gabriella Sagheddu, morta di tisi nel 1939. Nel quadro del movimento internazionale non manca peraltro la presenza femminile, dalle monache di Caldey a quelle dell’Atonement, dalle olivetane di Eccleshall a quelle di Palo del Colle, alle religiose assistite dai benedettini anglicani di Nashdom; neppure mancano singole figure d’eccezione, quale la teologa grecorussa Giulia Danzas, internata dal regime sovietico nel gulag delle isole Solovki (che conosciamo attraverso le pagine di Solženicyn), liberata per intervento di Gor’kij, infine esule in Francia e coadiutrice del domenicano Christophe-Jean Dumont nella creazione del Centro Istina. Tuttavia il caso di Grottaferrata si definisce nettamente in proprio, sia per il vortice di emulazione sollevato dal caso di suor Maria Gabriella, sia per gli sviluppi della sua comunità, oggi trasferita in Vitorchiano ed epicentro d’una irradiazione planetaria; ma soprattutto perché esso racconta nel suo interno svolgimento il meraviglioso fenomeno del monachesimo che, vissuto quale immenso mistero di grazia, investe totalmente la Chiesa. Se, negli anni Trenta italiani, la società religiosa resta indietro sul fronte ecumenico, le trappiste di Grottaferrata ne adottano le postazioni più avanzate — la proposta che discende da Lione e, indirettamente, da Amay — in ciò che meglio sanno fare: consumarsi d’amore per Cristo. E poiché è questo amore, portato alle sue conseguenze estreme, a generare vera apertura, Grottaferrata attrae nella propria orbita ogni sorta di avanguardia ecumenica, da Igino Giordani, cofondatore del movimento dei Focolari, al gesuita Charles Boyer, docente alla Gregoriana, a Benedict Ley della abbazia anglo-cattolica di Nashdom, al già ricordato Christophe- Jean Dumont, a Roger Schutz e Max Thurian, fondatori di Taizé, per fare soltanto qualche nome. Avvicendatisi sotto lo sguardo benevolo di monsignor Montini, tali scambi avvengono nondimeno nel clima carbonaro che riscontriamo anche nelle cautele usate per le conversazioni di Malines (1921-1925), nelle azioni di Dumont, nonché nel rogo postumo delle carte di Couturier, da lui stabilito con le ultime volontà. Lo riscontriamo soprattutto nella vita di Beauduin, che non scampò all’esilio ventennale da Amay; eppure è in lui che il teologo Louis Bouyer indica il grande uomo di Dio nella Chiesa della prima metà del Novecento, mentre gli studi in corso del monaco di Amay-Chevetogne, Lambert Vos, ritracciano al presente il suo profilo geniale. La Gullini s’inserisce nel consesso paradossale di coloro che per primi concepirono nell’ecumenismo non una sorta di specializzazione, ma l’unico modo possibile per essere cristiani e pertanto subirono l’urto dei tempi. Deposizione dal ruolo abbaziale, duro strappo dalla comunità, esilio al monastero de La Fille-Dieu di Romont in Svizzera, tardiva riabilitazione: questo, in sintesi, il suo iter. Cosa resta della sua corrispondenza, che descrisse un vastissimo raggio di contatti? In parte fu bruciata. La madre si preoccupò di non compromettere le figlie con prove di relazioni stimate arrischiate. Tuttavia, lungo gli anni, la comunità di Vitorchiano ha recuperato lettere e documenti presso i suoi corrispondenti, ricostruendo un protocollo corposo, oggi allo studio in vista di pubblicazioni che vedranno la luce a tempo ragionevolmente breve. La comunità di Vitorchiano offre ai lettori dell’«Osservatore Romano» un piccolo anticipo degli inediti in qualche stralcio d’una lettera indirizzata a madre Gullini dalla madre di Roger Schutz di Taizé, sua amica dal 1950, quando venne a Grottaferrata con il proprio figlio e con Max Thurian: «4 marzo 1957. Reverenda Suor Maria-Pia, mio figlio, il fondatore e Priore della Comunità di Taizé, dovendo partire per un viaggio, è venuto a consegnarmi la Sua lettera (io abito nel villaggio di Taizé) e ho letto con una grande gioia, una grande riconoscenza verso Dio, il Suo messaggio. La visita che facemmo alla Trappa di Grottaferrata è rimasta per me indimenticabile e così presente alla mia memoria! Ne parlo spesso e Fr. Roger e P. Max hanno pure conservato delle impressioni incancellabili. (...) La giovane comunità di Taizé, in pochi anni, è cresciuta di 35 fratelli (...) Mio figlio mi incarica di ringraziarla infinitamente della Sua lettera e per l’opuscolo di sr. Maria Gabriella. Spero che al suo ritorno vi scriverà lui personalmente, ma non ho potuto resistere alla gioia di dirLe che Lei non si era ingannata e che noi Le diciamo ancora “Grazie” per l’accoglienza così straordinaria di cui siamo stati oggetto da parte Sua. L. Schutz–Marsandes». «Lei non si era ingannata»: queste parole, che raggiungono la Gullini nel suo esilio elvetico, avanzano un riconoscimento che presto le sarà accordato anche dai superiori dell’ordine e della gerarchia ecclesiastica; per il resto non sono pochi coloro che, egualmente, le attribuiscono la dote dell’anticipazione e sono nomi che marcano punti focali di quel primordio ecumenico del quale ancora non è stata scritta organicamente la storia. Così le lettere scambiate fra la Gullini e i suoi referenti sono una occasione per riandare al retroterra suo e nostro, a quei fatti che, anche senza nostra consapevolezza, ci hanno abilitati alla cultura dell’ecumenismo; tra gli altri, a fine Ottocento, la fondazione dell’ateneo di Sant’Anselmo (riascoltiamo Leone XIII che parla agli studenti del Collegio appena fondato: «Sapete quanto ho a cuore la riconciliazione delle Chiese d’oriente. Ebbene! Conto che voi mi aiutiate ad operarla. Mi sono detto spesso: mi servono per questo dei benedettini. Siate dotti e il Papa potrà fare di voi gli ausiliari per riconciliare l’oriente»); inoltre la nascita del Pontificio Istituto Orientale, voluta da Benedetto XV e caduta in quel 1917 che segue l’anno del suo appello alla pace; infine (ma la lista sarebbe lunga) l’avviamento a Lione nel 1942, a opera dei domenicani, d’una delle maggiori imprese culturali che abbiano visto la luce nella Chiesa del Novecento, la Collana Sources Chrétiennes delle edizioni Cerf, dalla quale riceviamo da ottant’anni il “nutrimento solido” che solo le fonti del cristianesimo possono dare. Agli autori di quelle fonti, patrimonio comune a tutti i cristiani, pensa il metropolita Eulogio quando, a bilancio delle settimane di preghiera vissute insieme, scrive a Couturier: «Uomini come san Serafino e san Francesco d’Assisi hanno compiuto nelle loro vite l’unione delle Chiese. Non sono forse cittadini della stessa Chiesa santa ed universale? Sulle altezze delle loro vie spirituali non hanno forse oltrepassato i muri che ci separano ma che — secondo la bella parola del metropolita Platone di Kiev — “non arrivano però fino al cielo?”».

© Osservatore Romano - 16 gennaio 2012