Giuseppe e i suoi fratelli

Giovanni XXIIINel prossimo numero della rivista «Vita e Pensiero» sarà pubblicato il testo di un intervento tenuto dal cardinale arcivescovo di Parigi nel 2005 a Vienna per i quarant’anni della Nostra aetate. Ne riprendiamo uno stralcio.

di JEAN-MARIE LUSTIGER
Si racconta che Giovanni XXIII, ricevendo alcuni rappresentanti dell’ebraismo, si fosse presentato dicendo: «Sono Giuseppe, vostro fratello». Giuseppe era infatti il suo nome di battesimo: Giuseppe Roncalli. In quest’e s p re s - sione, che ad alcuni può essere apparsa umoristica, c’è una verità più profonda. Tra Giuseppe, il più giovane, e i fratelli maggiori, dopo una lunga separazione c’è l’ostacolo della lingua, dell’oblio, di tutta l’esp erienza della vita, e c’è anche la memoria dell’abbandono e del tradimento. Dovremo ricordarci del modo in cui Giuseppe interroga i fratelli, che ignorano chi sia, per chiedere notizie del padre. E soprattutto dovremo meditare la scena commovente in cui Giuseppe si fa riconoscere e in cui, nel faccia a faccia, parlano di ciò che sono diventati e di ciò che li separava per ritrovare l’origine comune e la comunione iniziale. Questa scena non evoca forse quanto abbiamo appena vissuto nell’ultimo mezzo secolo? Il pudore mi impedisce di evocare le lacrime che saranno salite agli occhi di alcuni di noi, come salirono agli occhi di Giuseppe. Mi sembra che nelle attuali circostanze storiche ci sia una situazione simile a quella. Cito uno degli orientamenti proposti da Benedetto XVI nella sinagoga di Colonia. Desiderando sviluppare «una buona convivialità con le comunità cristiane » ci invita ad andare oltre. «Dobbiamo conoscerci reciprocamente molto di più e molto meglio. Incoraggio dunque un dialogo sincero e fiducioso tra ebrei e cristiani. Solo così sarà possibile giungere a un’interpretazione comune delle questioni storiche ancora aperte». Possano moltiplicarsi simili incontri. E possano essere posti sotto gli auspici del ritrovarsi di Giuseppe e i suoi fratelli. Tuttavia resta un compito di fondo. Benedetto XVI lo formula in questi termini: «Fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo». Tale valutazione deve consentire agli ebrei come ai cristiani, ciascuno per la sua parte, di vedere come si pone in rapporto all’altro e come riceve l’altro nel disegno di Dio. Queste due visioni non possono coincidere, poiché il punto di partenza di ciascuno è diverso. Ma ciascuno deve poter comprendere il punto di vista dell’altro e accettare che la pensi in quel modo, non solo rassegnarsi o tollerarlo. Un altro consiglio di Benedetto XVI tornerà utile. «Questo dialogo, se vuol essere sincero, non deve passare sotto silenzio le differenze esistenti, né minimizzarle: proprio in ciò che ci distingue gli uni dagli altri, a causa della nostra intima convinzione di fede e in ragione di essa, dobbiamo rispettarci reciprocamente ». Torniamo all’espressione di Giovanni Paolo II: «Voi siete i nostri fratelli preferiti e in qualche modo, potremmo dire, i nostri fratelli maggiori». Ci ritroviamo dunque, fianco a fianco, di fronte a un universo mondiale in pieno rivolgimento. Benedetto XVI ha menzionato, lo cito, «i nostri rapporti fraterni e ispirati da una crescente fiducia ». È un fatto che tutti possiamo constatare, benedicendo Dio. Questa fiducia è stata ritrovata a partire dalla Nostra aetate grazie ai gesti e alle parole ispirate del Papa p olacco. Ricordiamo anche che, fondamentalmente, il comportamento della Chiesa è stato chiarito da un’altra Dichiarazione sulla libertà religiosa, Dignitatis humanae, adottata lo stesso anno 1965. La Chiesa cattolica, per essere fedele alla propria dottrina, deve rispettare la libertà di ciascuno. Nessun atto religioso deve essere compiuto per costrizione, in alcun modo; poiché l’omaggio che Dio chiede è quello di una libertà umana che ciascuno deve rispettare nell’altro, perché essa viene da Dio. Qualunque cosa succeda e qualunque cosa se ne pensi, non ci sarà mai una nuova inquisizione. Soltanto la fiducia e il rispetto reciproci consentono di vivere nell’amore autentico quella tensione strutturale che percorre i rapporti tra ebraismo e cristianesimo e ne rende possibile la testimonianza: solo la fiducia e il rispetto consentono di «dare insieme una testimonianza ancora più unanime» come dice Benedetto XVI, «colmenzionalaborando sul piano pratico per la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo e del carattere sacro della vita umana, per i valori della famiglia, per la giustizia sociale e per la pace nel mondo». Su tutti questi punti, il rispetto del decalogo ci riunisce in una stessa visione del bene dell’uomo e della sua autentica manifestazione. Che possiamo anche noi, ciascuno per la sua parte, renderne grazie a Dio. Preghiamo gli uni per gli altri. Che questo ritrovarsi aiuti ciascuno a una maggior fedeltà, a compiere ciò che Dio gli chiede. Così, in Cielo, le nostre preghiere si ricongiungeranno per la salvezza di tutto il mondo, come si ricongiungono le preghiere di Mosè e di Aronne. Non è anche ciò che Dio si aspetta da noi? Nel momento in cui la civiltà oscilla sulle sue basi e rischia di subire grandi perdite a causa dei rapidi progressi e delle ricchezze, questa testimonianza comune, e speriamo unanime, diventa un dovere, un’opera buona che Dio chiede agli uni e agli altri. Già si sono potuti veder apparire in molti modi i frutti di questo nuovo atteggiamento, in realizzazioni concrete per soccorrere i più grandi sconforti e intervenire con precisione ed efficacia là dove sembra doversi raggiungere il limite dell’azione umanitaria. Ritengo del resto che per quanto riguarda il ritorno di un vecchio antisemitismo o l’insorgere di un antisemitismo nuovo, quest’azione comune della Chiesa cattolica e delle comunità ebraiche sia il miglior modo per prevenirne lo sviluppo, poiché mette in evidenza ciò che ci unisce, fratello maggiore e secondogenito.

© Osservatore Romano - 9 marzo 2012