Con il solo conforto della Bibbia e del rosario
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- Creato: 19 Agosto 2012
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di EGIDIO PICUCCI Tutto è cominciato dalla lettura di un opu-scoletto distribuito alle donne del carcere femminile di Bakirköy, città satellite di Istanbul, per far conoscere diritti e doveri di chi si trova dietro le sbarre. Leggendolo, una reclusa scoprì che tra i suoi “diritti” c’era anche quello di avere un’adeguata as-sistenza religiosa, che invece mancava. Ne parlò con le compagne di cella e insieme decisero di esporre il caso alle autorità, chiedendo che si cercasse un sacerdote per l’assistenza delle detenute cristiane. Occor-reva, come sempre, il permesso delle auto-rità di Ankara, che fu chiesto e che fu giu-stamente accordato. Cominciò così la visita al carcere da par-te di padre Gregorio Simonelli, responsa-bile della vicina parrocchia di Santo Stefa-no a Yeşilköy. Dalle due visite annuali (Pa-squa e Natale), egli è oggi passato a una visita mensile. «Nel carcere — spiega il reli-gioso — sono ricoverate oltre mille donne, duecento delle quali sono cristiane, in gran parte giovani e alcune con figli, finite die-tro le sbarre per smercio di droga, prostitu-zione, furti e reati contro l’ordine pub-blico». Provengono da ogni parte del mondo, anche se la maggioranza è originaria delle ex repubbliche sovietiche, seguite da quel-le di origine africana e latino-americana e seguaci delle religioni o delle sette più sva-riate. La catechesi si rivolge ovviamente a tutte: «Parlo in inglese, aiutato da alcune religiose della congregazione delle Piccole sorelle di Gesù de Foucauld e dalle Figlie della carità che siedono tra le detenute, traducono le mie parole e raccolgono le lo-ro richieste». È inimmaginabile l’interesse con cui tut-te seguono l’insegnamento e il desiderio di ascoltare la Parola di Dio. «Deluse e offese dagli uomini, cercano rifugio in Dio — af-ferma padre Simonelli — non solo nel mo-mento della catechesi, ma anche dopo, quando restano sole. Anzi, soprattutto quando restano sole, vorrebbero continua-re a sentire la Parola che le conforta. Per questo chiedono ripetutamente la Bibbia — osserva — che faccia loro compagnia, che le sostenga a sopportare la solitudine del carcere, che le aiuti ad affrettare il proces-so, a uscire in qualche modo dalla condi-zione penosa in cui vivono, soprattutto se viene loro tolto il bambino, che dopo i sei anni non può più restare con loro». L’unico conforto che hanno è recitare assieme il rosario. La catechesi dura in ge-nere due ore, che le detenute vorrebbero prolungare. Tuttavia, aggiunge l’assistente spirituale, «non sanno, invece, che non sempre è facile poter essere presenti tra lo-ro e che, nonostante le concessioni, occor-rono permessi generalmente concessi all’ul-tima ora. Insomma, che non possiamo aiu-tarle come vorremmo. E che anche non abbiamo soldi per farle uscire per conti-nuare a scontare la pena nei propri Paesi e, infine, che non sempre possiamo metterci in contatto con i loro parenti lontani, nep-pure con un colpo di telefono». Non sanno questo, conclude, «ma sanno che si sta bene con Dio, e questo ci ripaga della fatica che facciamo per fermarci con loro, per portare il conforto della vera fe-de, che molte ritrovano o trovano per la prima volta. Io vado volentieri, ma sempre con una grossa pena nel cuore, soprattutto perché non riesco a procurar loro una co-pia della Bibbia: è impossibile, infatti, tro-vare in Turchia una Bibbia in lingue così diverse». Comunque, evidenzia, «ringrazio Dio della possibilità che mi concede di po-ter “c o n d i v i d e re ” con Lui momenti privile-giati e che mi ripagano delle difficoltà che trovo fuori nell’attività quotidiana, con i pochi cristiani che compongono, ormai, le nostre comunità cattoliche».
© Osservatore Romano - 19 agosto 2012