Credenti ma con moderazione

CairoUnivDOHA, 12. Ci sono luoghi comuni duri a morire. Uno di questi è senza dubbio quello che vorrebbe i popoli arabi come monoliti estremamente religiosi e, conseguentemente, porta-tori di una fede intransigente, per lo più fanatica e radicalmente nemica della democrazia. Invece, una recen-te ricerca demoscopica mostra come, contrariamente alla percezione che va per la maggiore, solo una mino-ranza degli arabi — il 19 per cento — si dichiara “p ro f o n d a m e n t e ” re l i g i o -so, mentre la maggioranza di loro — il 66 per cento — si considera “gene-ricamente” religioso. Non basta: l’indagine, condotta su un campione di dodicimila persone distribuito in dodici Paesi arabi, e dunque con ri-ferimento a una popolazione a stra-grande maggioranza musulmana, mostra che anche coloro che si dico-no profondamente religiosi, e che un certo immaginario collettivo ca-taloga come “fondamentalisti” isla-mici, non sono poi necessariamente contrari alla democrazia quale siste-ma politico dello Stato. L’indagine statistica è stata con-dotta dall’Arab Center for Research and Policy Studies (Acrps) con sede a Doha. Dai dati si evidenzia che, complessivamente, l’85 per cento degli intervistati (il 19 per cento de-gli osservanti più rigorosi a cui si somma il 66 per cento dei più “tie-pidi”) si dichiara religioso, mentre l’11 per cento afferma di non prati-care alcuna fede, e una piccolissima minoranza, lo 0,4 per cento, dice di non avere particolari credenze reli-giose. Inoltre, dallo studio emerge quello che sembrerebbe un altro si-gnificativo scacco al luogo comune: mentre la leggera maggioranza degli intervistati percepisce la pratica reli-giosa come inerente alla sola pre-ghiera e agli altri obblighi spirituali, ben quasi la metà del campione ri-tiene che essere religiosi non signifi-chi solo praticare atti di culto ma anche avere un comportamento so-ciale esemplare e responsabile. I risultati della ricerca sono stati presentati nei giorni scorsi dal fon-datore e direttore dell’Acrps, ed ex membro per il Palestinian Arab Par-ty del Parlamento israeliano, Azmi Bishara, nel corso di un simposio su islam e democrazia che si è svolto nei giorni scorsi nella capitale del Qatar. Incontro che ha riunito intel-lettuali e studiosi provenienti da tut-to il mondo arabo, i quali hanno ri-flettuto sulle prospettive di quella delicata fase di transizione che ha interessato, e interessa, molti Paesi del quadrante nord africano e me-diorientale e che ha preso il nome di “primavera araba”. Proprio i rap-porti tra società e mondo islamico costituiscono il nucleo della ricerca. La netta maggioranza degli intervi-stati — il 71 per cento — ha afferma-to di non praticare nella vita quoti-diana alcuna discriminazione tra credenti e non credenti, mentre solo il 26 per cento ha ammesso una pre-ferenza per le persone religiose. Quasi la metà degli intervistati ha poi affermato che il miglior sistema politico sia quello che risponde e soddisfa le necessità di base dei cit-tadini. Il 29 per cento ritiene che il governo migliore sia quello che di-fende la sovranità del proprio Paese, mentre il 35 ritiene che la libertà re-ligiosa (nota dolente di molti Paesi a maggioranza musulmana) e politi-ca sia la necessaria precondizione per la democrazia. Commentando i dati, Bishara ha sottolineato come la democrazia non possa più essere ri-tenuta come una prerogativa delle nazioni occidentali, proprio perché nei Paesi arabi anche le persone più religiose non si oppongono alla de-mocrazia e alla necessaria distinzio-ne dello Stato dalla religione.

© Osservatore Romano - 13 ottobre 2012