Una nuova Kek nell’Europa che cambia

pentecoste-3GINEVRA, 7. Dovrà prendere importanti decisioni riguardanti la struttura e il funzionamento della sua organizzazione la quattordicesima assemblea generale della Conferenza delle Chiese europee (Kek), in programma dal 3 all’8 luglio a Budapest. «E ora cosa stiamo aspettando? La Kek e la sua missione in un’Europa che cambia» è il tema sul quale si confronteranno circa quattrocento fra delegati delle varie comunità, rappresentanti di organizzazioni associate, relatori, ospiti e altri osservatori.
Nata nel 1959 e con sedi a Ginevra, Bruxelles e Strasburgo, la Kek è oggi la maggiore realtà ecumenica europea, riunendo più di centoventi confessioni anglicane, ortodosse, evangeliche e vetero-cattoliche in tutta Europa, nonché una quarantina di organizzazioni associate. Cambiati gli equilibri politici ed economici del vecchio continente, aumentati il pluralismo religioso e la secolarizzazione delle società, la necessità di una radicale ristrutturazione della Kek — sottolinea la Nev, l’agenzia di stampa della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia che dedica ampio spazio all’avvenimento — era stata avvertita e auspicata già in occasione dell’assemblea generale tenutasi a Lione nel 2009, a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino. Un apposito gruppo di lavoro venne incaricato di elaborare una proposta di revisione strutturale e statutaria della Conferenza delle Chiese europee. La prossima assemblea avrà dunque carattere costituente. I delegati con diritto di voto sono 230 (155 ministri di culto e 75 laici), dei quali 24 sono giovani e 73 donne. L’incontro sarà ospitato dal Consiglio ecumenico delle Chiese in Ungheria e vede il patrocinio del Governo ungherese e del sindaco di Budap est. Il gruppo di lavoro che ha preso corpo a Lione — spiega in un’intervista alla Nev il pastore Luca Baratto, delegato a Budapest per la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) — è composto da quindici esperti, tra cui il pastore valdese Michel Charbonnier, e «ha prodotto un documento che, dopo essere stato sottoposto all’esame delle Chiese membro e delle organizzazioni associate alla Kek e dopo essere stato emendato in alcuni punti in base alle osservazioni ricevute, verrà posto all’approvazione dell’assemblea di Budapest». Attualmente la Conferenza delle Chiese europee è composta da un comitato centrale di quaranta membri all’interno del quale è eletto un presidium, cioè un organo esecutivo; operativamente esistono delle commissioni («chiesa e società», «chiesa in dialogo», e altre) che hanno una propria assemblea e un proprio direttore. Tale struttura — afferma Baratto — «è considerata unanimemente troppo pesante e macchinosa, sia nei numeri che nelle relazioni tra comitato centrale e commissioni». La proposta che verrà avanzata in Ungheria dunque va verso una struttura più snella, con meccanismi decisionali più chiari e semplificati, orientata a contenere i costi e a ottimizzare le competenze disponibili. Ma la definizione della nuova struttura deve tener conto anche del cambiamento dei tempi. Gli orizzonti dal 1959 in poi sono radicalmente cambiati, e altre sono le sfide. Tra esse il passaggio da vecchi a nuovi bipolarismi (non più est-ovest ma tra Paesi europei più ricchi e meno ricchi, tra nord e sud del Mediterraneo), gli effetti sociali ed economici dell’attuale crisi, la maggiore secolarizzazione del continente, ma anche la presenza delle Chiese pentecostali, oggi sostanzialmente fuori dagli organismi ecumenici esistenti, e il costituirsi di “Chiese dell’emigrazione”. Il documento preparatorio le ha prese singolarmente in esame. Evangelici, battisti, metodisti e valdesi hanno evidenziato però anche alcune preoccupazioni. La nuova struttura prevede l’ab olizione delle commissioni per riunire la loro opera in un unico segretariato. Protestanti e riformati sperano che il vecchio lavoro non vada perduto, mantenendosi come istanza di dialogo tra le Chiese e le istituzioni europee e come ambito di dibattito e discussione nel quale “Chiese di maggioranza” e “Chiese di minoranza”, voci “grandi” e voci “piccole” p ossano continuare a confrontarsi. Inoltre solo le Chiese saranno membri della nuova Kek: «Questo significa — conclude il pastore Baratto — che la Fcei, essendo una federazione, perderà il suo attuale status e non avrà diritto di partecipazione alle future assemblee generali». Come detto, la crisi economica generale ha inciso anche sull’organizzazione dell’assemblea. «Abbiamo dovuto innanzitutto analizzare la situazione finanziaria, creare un budget e lanciare una colletta per il reperimento di fondi», spiega la norvegese Beate Fagerli, luterana, membro del comitato di pianificazione dell’assemblea. Ridurre l’evento allo stretto indispensabile, assicurando al contempo una rappresentanza democratica ed equilibrata, ha comportato un taglio del numero degli invitati e degli osservatori. «Per garantire la partecipazione attiva delle Chiese membro al processo di revisione — sottolinea la Fagerli — il comitato ha scelto di presentare un programma di incontri assai denso per i delegati. Un grande contributo è stato dato dal comitato liturgico, dalle organizzazioni ecumeniche della gioventù e dal comitato locale per quanto riguarda la logistica. L’auspicio è che l’assemblea di Budapest possa servire a costruire un futuro ancora più brillante per la cooperazione ecumenica in Europa».

© Osservatore Romano - 8 giugno 2013