Armenia, la strage delle innocenti
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- Creato: 21 Gennaio 2012
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Non è una Paese per bambine: ben 114 maschi contro 100 femmine alla nascita, quando invece le proporzioni normali non dovrebbero andare mai oltre un rapporto di 105 a 100. Sembrerebbero le cronache sull’aborto selettivo - la triste pratica di interrompere la gravidanza se si scopre che a nascere sarà una femmina - che abbiamo purtroppo letto tante volte dall’India o dalla Cina. E proprio di questo fenomeno stiamo parlando. Che ora, però, si scopre essere molto diffuso anche in un Paese come l’Armenia. Cioè in una terra molto fiera delle proprie radici cristiane e che solitamente fa notizia per la memoria del genocidio subito all'inizio del Novecento proprio in nome di questa identità. A lanciare l’allarme è stato, alcune settimane, fa il Consiglio d'Europa, che ha approvato una risoluzione nella quale - condannando la pratica dell'aborto selettivo - si cita il fatto che questo dramma è molto diffuso anche nei Balcani. Pochi giorni dopo il tema è stato ripreso da un articolo di denuncia pubblicato dalla giornalista armena Nanore Barsoumian sul settimanale Armenian Weekly. E il quadro che emerge è molto inquietante: l'abbinamento tra l'abitudine all'aborto facile lasciato in eredità in Armenia dagli anni dell'Unione Sovietica e una mentalità non proprio amica delle donne tuttora radicatissima, fa sì che nel Paese i tassi di squilibrio tra i due sessi alla nascita viaggino a livelli cinesi. Con alle spalle anche pratiche del tutto illegali ma evidentemente tollerate: in Armenia, infatti, l'aborto sarebbe ammesso solo entro la dodicesima settimana, prima dunque di conoscere il sesso del nascituro. La sezione armena dell'Unpfa (il dipartimento dell’Onu sulla popolazione) è arrivata addirittura a proporre una stima: sarebbero almeno 1.400 ogni anno le bambine che nel Paese non arrivano alla nascita solo perché all'ecografia vengono riconosciute come femmine.
L'articolo di Nanore Barsoumian ha sollevato un vivace dibattito tra i lettori del sito del settimanale armeno. E più di uno ha chiamato in causa il silenzio del locale patriarcato su questo tema così scottante. Del resto gli armeni amano ricordare di essere stati i primi ad adottare il cristianesimo come religione di Stato: già nell'anno 301 dopo Cristo, infatti - dodici anni prima dell'Editto di Costantino - re Tiridate si convertì a quel Vangelo che in Armenia, secondo la tradizione, avrebbero annunciato per primi gli apostoli Bartolomeo e Giuda Taddeo. E la Chiesa apostolica armena - antica Chiesa orientale che prese una strada differente rispetto a Roma già ai tempi del Concilio di Calcedonia - è stata nei secoli il baluardo dell'identità di questo popolo dalla storia tanto travagliata.
Le statistiche ufficiali classificano oltre il 98 per cento degli armeni come cristiani (anche se non bisogna dimenticare l’eredità dell’ateismo di massa predicato anche qui a lungo dal comunismo sovietico). Come molte Chiese d’Oriente, però, anche quella armena è sempre stata molto restia a condannare pubblicamente l’aborto. Nel 1995, interpellato sulla questione dal Washington Post durante un viaggio negli Stati Uniti, l’allora guida della Chiesa apostolica armena Karekin I spiegò: «Noi non emettiamo pronunciamenti dogmatici o imposizioni di principi. Quando una persona è nutrita dal cristianesimo e la sua coscienza è formata da principi cristiani, quella persona deve essere libera nell’affrontare questioni specifiche come quella dell’aborto. La Chiesa non deve essere coinvolta in questo tipo di dettagli. Gesù non ha mai imposto nulla ai suoi discepoli».
L’atteggiamento non sembra essere mutato con il suo successore Karekin II, catholicos degli armeni dal 1999. Che nel suo recente messaggio di Natale - diffuso il 6 gennaio scorso - ha criticato il mondo moderno «appesantito da difficoltà, privazioni, contraddizioni e conflitti costruiti dall’uomo». E ha anche aggiunto che «il rifiuto di Cristo e dei suoi comandamenti fa nascere guerre e tragedie, minaccia il nostro pianeta, diviene causa di un indebolimento dell’anima e dello spirito, come per l’interruzione violenta della vita donata da Dio». Riguardo a queste ultime parole, però, ha offerto solo due esemplificazioni: l’omicidio e il suicidio. La questione delle bambine non nate, evidentemente, per la Chiesa apostolica armena resta ancora un tabù.
© http://vaticaninsider.lastampa.it - 21 gennaio 2012