Nessuna violenza in nome della fede

Bartolomeo I-14ISTANBUL, 17. Il Patriarca ecumenico, Bartolomeo, arcivescovo di Co-stantinopoli, ha espresso «profonda preoccupazione» per i conflitti, le violenze e le discriminazioni che af-fliggono varie comunità nel mondo. Èquantosi legge in un documento a firma del segretariato del sinodo del Patriarcato ecumenico nel quale si ricordano, in particolare, le ten-sioni tra cristiani e musulmani nel Vicino Oriente, in Nigeria e in Su-dan.
Dall’America all’Africa, dall’Eu-ropa all’Asia — si osserva — i conti-nenti sono interessati da una cre-scente intolleranza «che non solo mina la stabilità e la pace nel mon-do, ma costituisce anche la negazio-ne della dignità umana». Violenze razziali, genocidi, antisemitismo e distruzione di luoghi di culto «co-stituiscono atti barbarici che devo-no essere denunciati pubblicamen-te», in particolar modo quando so-no compiuti usando la religione co-me pretesto. Varie comunità cristiane, si ag-giunge nel messaggio, soffrono per il clima di diffidenza e di odio e la via del dialogo è l’unica che può portare alla pace. Le tensioni tra cristiani e musulmani «devono esse-re superate promuovendo l’a m o re per il prossimo come espressione pacifica del legame che unisce ogni essere umano». Un cenno è riservato anche alla Siria: grande preoccupazione è in-fatti espressa «per il futuro del po-polo siriano, come per il futuro del-la cristianità in quel Paese». Pertan-to, questo è l’appello, «si chiede a tutte le parti coinvolte in questo conflitto di rinunciare alle armi, vi-sta anche l’urgenza della situazione umanitaria». Il dialogo, è ribadito, è la via pri-maria da percorrere per la risoluzio-ne delle contrapposizioni violente tra i popoli. Il dialogo, è spiegato, «rappresenta un qualche cosa in più rispetto alla semplice e maggio-re comprensione o tolleranza delle nostre differenze, il dialogo è l’es-senza della riconciliazione e della trasformazione». Da qui emerge il ruolo essenziale dei leader religiosi nel promuovere la pace nel mondo: «I leader reli-giosi dovrebbero lavorare assieme, attraverso il dialogo, per affermare la pace di Dio nel mondo». Come responsabili religiosi, sottolinea Bartolomeo, «abbiamo l’obbligo morale di opporci alla guerra e di promuovere la pace come vitale e fondamentale necessità per tutta l’umanità». La religione, puntualizza, «non può e non dovrebbe mai essere mo-tivo per la guerra e il conflitto e non dovrebbe mai essere usata co-me strumento del fondamentalismo e fanatismo per motivi e fini pura-mente politici. Con grande determi-nazione abbiamo ripetutamente po-sto in rilievo che ogni crimine nel nome della religione è un crimine contro la religione. Rispetto a que-sto — ribadisce il primate ortodosso — il dialogo è l’unica speranza per ottenere la pace». Dal Patriarcato ecumenico, infi-ne, si esprime solidarietà e compas-sione per tutte le comunità colpite dalle violenze e si rivolge un’esorta-zione a tutte le Chiese ortodosse autocefale, a tutte le Chiese cristia-ne e comunità religiose, così come alle organizzazioni internazionali e agli Stati, «a contribuire al trionfo della pace sulla guerra e sull’o dio». In un intervento in occasione di un recente incontro ecumenico, Bartolomeo aveva osservato che la ricerca della pace «esige un cambia-mento radicale rispetto a ciò che costituisce il modo normale di so-pravvivenza nel mondo».

(©L'Osservatore Romano 17-18 agosto 2012)