Ultimo guadagno la libertà
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- Creato: 23 Agosto 2013
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di Marta Dell'Asta La testimonianza della Chiesa ortodossa russa negli anni della persecuzione sovietica", frutto di un lavoro scientifico compiuto dallo staff dell'università Ortodossa San Tichon di Mosca e offerto al pubblico attraverso la passione dei giovani studenti russi, ucraini e italiani che la presentano.È una esposizione che rovescia le consuete prospettive nelle quali spesso si riduce la testimonianza dei martiri e la riporta invece al suo significato autentico: una mostra sui martiri dove alla morte si sostituisce la vita, dove dalla morte e dal male fiorisce la vita e la possibilità di una vita con un senso, per tutti: un senso soprattutto per chi restava fuori dai campi e poteva essere terrorizzato dalla prospettiva di finirci a propria volta, ma anche e soprattutto per noi, che nei campi non ci siamo stati, ma che siamo terrorizzati da una vita senza senso, a volte più spaventosa nella sua nullità, dove non c'è neanche nulla a cui resistere. In fondo la mostra di Rimini, riportandoci al cuore della storia del martirio e riportandoci a uno dei suoi momenti più tragici (i Colossei del xx secolo, li aveva genialmente definiti Giovanni Paolo ii) ci riporta anche e innanzitutto a questo senso ultimo: che è vero, come diceva uno degli ospiti russi del Meeting in questi giorni, che le porte degli inferi non prevarranno, ma che è vero anche che le porte degli inferi non hanno resistito al bene dal quale sono state travolte. Memoria dunque della tragedia, ma soprattutto memoria della vittoria che ha prevalso sulla tragedia e la cui luce arriva a noi appunto dalle tenebre.
La mostra di Rimini, con un allestimento imponente, tutto drammaticamente giocato su un'ambientazione oscura, con pannelli e pareti oscure e scritte luminosamente bianche disseminate come guida anche sul pavimento, allinea da una parte la lugubre sequela delle persecuzioni: decreti, demolizioni, requisizioni, arresti e fucilazioni, con cui il governo bolscevico pianificò lo smantellamento della Chiesa ortodossa; e dall'altra ci presenta una lunga serie di persone, i martiri, che in queste tenebre brillarono come vivida luce.
E non brillarono, come ha spiegato Aleksandr Filonenko, perché seppero coraggiosamente morire, ammazzati in nome della loro fede, ma innanzitutto perché in nome della loro fede seppero vivere: con dignità, umanamente, in pienezza, nonostante la paura, la fame e l'ostilità che li circondavano.
Questa alternanza, o meglio, questa radicale alternativa all'odio e al terrore fisico e psicologico risalta nella sua affascinante semplicità proprio nel confronto tra la luce dei testimoni e i gesti tenebrosi del potere, l'attacco che il nuovo potere bolscevico aveva indirizzato immediatamente e senza esitazioni contro la Chiesa ortodossa, un attacco di una violenza assoluta e implacabile, di una capillarità e una meticolosità incredibili: qualcosa a cui sembrava difficile opporsi e resistere.
Come documenta la mostra, questo attacco si era sviluppato in diverse direzioni - contro semplici credenti, contro clero e alte gerarchie, contro istituzioni e contro singole persone - e con diverse modalità, dalla violenza esterna diretta ed esplicita delle persecuzioni e delle fucilazioni alla violenza indiretta della carestia artificiale che all'inizio degli anni Venti era stata utilizzata per colpire insieme le campagne e la Chiesa; e dato che questo attacco si era subito mostrato insufficiente, a questa violenza esterna si era ben presto aggiunta anche quella interna che, con la creazione di uno scisma, aveva cercato di distruggere la Chiesa dall'interno. A tutto questo, ogni volta, la Chiesa aveva trovato il modo di resistere con sapienza cristiana e avvedutezza umana.
(©L'Osservatore Romano 24 agosto 2013)