I rapporti con l’islam alla plenaria dei vescovi francesi
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- Creato: 10 Novembre 2016
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LOURDES, 10. La «grave crisi» che attraversa l’islam, la violenza di alcune correnti presenti nella società, alcuni difficili passaggi del Corano strumentalizzati dal cosiddetto stato islamico: tutte componenti che concorrono a rendere «più fragile» il dialogo, nonostante gli indiscutibili passi avanti compiuti negli ultimi anni. Non ha nascosto le difficoltà nei rapporti odierni con il mondo musulmano il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, intervenuto martedì scorso all’assemblea plenaria della Conferenza episcopale francese, conclusasi mercoledì a Lourdes. Dopo la serie di attentati che hanno scosso il paese e l’assassinio in chiesa di don Jacques Hamel, il porporato ha voluto incontrare i presuli per condividere le numerose domande e i timori che suscita la crescita del terrorismo islamico. Ma tutti, indistintamente, hanno ribadito la necessità di proseguire nel dialogo, un «dialogo nella verità», possibile solo, ha precisato il vescovo di Saint-Denis, Pascal Delannoy, se si costruisce un clima di fiducia e fraternità, se si accettano cose essenziali quali la libertà di coscienza e la possibilità di scegliere liberamente la propria religione. Tauran — riferisce il quotidiano «La Croix» nella sua cronaca — ha ricordato che «violenza e religione sono inconciliabili». Gli attentati compiuti da certi gruppi legati al radicalismo islamico non possono quindi non alimentare nella comunità cristiana paure ma anche interrogativi reali «dei quali noi dobbiamo tenere conto», ha osservato il vescovo ausiliare di Marsiglia, Jean-Marc Aveline. Preoccupa, soprattutto, il rifiuto da parte di molti giovani musulmani di incontrare i coetanei cattolici; fenomeno frequente in particolare nelle periferie delle grandi città. Per questo è stata vista con piacere l’iniziativa del presidente del Consiglio francese del culto musulmano, Anouar Kbibech, il quale, dopo l’uccisione di don Hamel, ha invitato la comunità islamica a manifestare solidarietà recandosi nelle chiese. Il dovere di proseguire il dialogo è stato ribadito anche dal vescovo di Evry-Corbeil-Essonnes, Michel Dubost, presidente del Consiglio episcopale per le relazioni interreligiose: «Dobbiamo, in nome del Vangelo e della cittadinanza, essere uomini di pace, non guardando politicamente la situazione, in termini di rapporti di forza, ma evangelicamente, per la pace civile». Nel suo intervento a Lourdes, il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, citando la Nostra aetate, ha detto che «la Chiesa guarda con stima ai musulmani »; una disposizione d’animo che non è riservata alle élite ma che fa parte del quotidiano della vita di ognuno. La comprensione reciproca deve poter poggiarsi sulla conoscenza delle rispettive fedi; il cardinale Tauran, al riguardo, si è detto dispiaciuto che l’insegnamento del fatto religioso sia pressoché sparito dal sistema educativo. E ha concluso auspicando che i musulmani approfondiscano questioni quali i diritti dell’uomo e della donna, la libertà di coscienza, l’i n t e r p re t a z i o n e dei testi sacri: «L’islam è una religione senza magistero. È urgente sottoporre il Corano all’ermeneutica mo derna». Altro tema approfondito durante i lavori dell’assemblea sono state le vocazioni sacerdotali diocesane, alle quali poi si collega la missione specifica dei laici nella missione ecclesiale. Rivedere l’insieme delle missioni assegnate al prete diocesano significherebbe — è stato sottolineato — migliorare un’immagine poco attraente per i candidati al sacerdozio, proponendo loro un modello più avvincente. Lontani dalla visione di un prete sovraccaricato di lavoro, solitario, «fornitore di servizi », il vescovo di Le Havre, Jean- Luc Brunin, ha ricordato che la sua missione è di «accompagnare nel progresso della fede fedeli che non ha scelto», mentre «i giovani che riflettono sul sacerdozio non vogliono diventare prete per far funzionare la Chiesa o garantire, a ogni costo, la sopravvivenza di un modello esistente », ha aggiunto il vescovo di Saint-Brieuc, Denis Moutel, presidente del Consiglio episcopale per la pastorale dei bambini e dei giovani. Il vescovo di Pamiers, Jean-Marc Eychenne, ha posto alcuni interrogativi, volutamente provocatori: «Non è Dio che ha scelto di inviarci meno preti? Non facciamo un cattivo uso del sacerdote, che diventa il tutto della Chiesa? I sacerdoti non devono rinunciare al cumulo di incarichi e accettare il divieto di cumulo dei mandati? Volendo essere dappertutto, essi sono spesso condannati a non essere da alcuna parte », ha risposto, «ma ciò suppone che non siano più i manager di grandi gruppi e accettino che altre missioni siano condotte da laici». L’episcopato francese è consapevole che il basso numero di preti e il fare appello ai laici in missione ecclesiale conducano a una «trasformazione della struttura ministeriale », vale a dire a ripensare la missione profonda degli uni e degli altri. «Sacerdozio comune» è l’immagine utilizzata dal vescovo di Belfort- Montbéliard, Dominique Blanchet, invitando l’assemblea a una riflessione al riguardo. E il vescovo di Ajaccio, Olivier de Germay, ha manifestato la volontà di un gran numero di presuli di prendere in considerazione l’appello al sacerdozio in maniera globale, coinvolgendo l’insieme della comunità cristiana. La domanda è: i laici devono ricoprire una funzione, una missione o un ministero? In ogni caso, ha detto padre Christian Delarbre, vicario generale dell’arcidiocesi di Auch, autore di un lavoro sui laici in missione ecclesiale, «la questione del loro radicamento spirituale ed ecclesiale è essenziale» per il futuro delle comunità.
© Osservatore Romano - 11 novembre 2016