Una missione cattolica tra i musulmani d’Etiopia

mondo maniFondata da madre Teresa di Calcutta trent’anni fa riscuote un grande consenso popolare

di EGIDIO PICUCCI

I primi mille giorni di missione tra i musulmani è una notizia interessante, soprattutto perché arriva all’indomani dei sanguinosi avvenimenti di Parigi; ma si vorrebbe che fosse avvenuto in una zona conosciuta, famosa, e non in angolo sconosciuto dell’Etiopia, tra i pastori oromo che nessuno conosce, sparsi come un gregge perduto sugli oltre 4000 metri dei monti del Bale, e i somali della zona dell’Afder in cerca d’acqua nelle zone sabbiose che degradano con le acque del Wabe Shebeli verso la Somalia. Sconosciuti anche i nomi delle città, introvabili perfino sulle carte topografiche: Goba, Adaba, Dodola, Kofale, Dallo Manna; come lo sono pure quelli delle montagne, anche se si tratta del Tullu Dimtu, attorno al quale la cruda luce del sole tropicale subentra al freddo glaciale notturno delle grandi altitudini.
Eppure la missione è lì, con le sue nascenti e povere strutture, tanto che il prefetto apostolico a Robe, padre Angelo Antolini, dice di vergognarsi a chiamare parrocchie chiesine di pochi metri quadrati, e scuola una stanza con le pareti di canne intonacate di fango. «Troppe cose — ha scritto il religioso — re s t a no qui incerte: manca il personale, le risorse sono inadeguate, la precarietà è continua e snervante. Ma abbiamo una certezza: la missione è stata fondata da madre Teresa di Calcutta una trentina di anni fa, allorché fu invitata per assistere poveri, malati ed emarginati, e quindi vivrà. Mi sembra, infatti, un miracolo che in mille giorni i cristiani siano aumentati di 50 unità; che le parrocchie siano passate da 4 a 5, che le scuole materne siano salite da 6 a 10, e i bambini da 950 a 1820, mentre quelli delle elementari sono aumentati di oltre un migliaio: da 1.200 a 2.288. La Chiesa, come tutte le altre istituzioni religiose, è riconosciuta come ente giuridico perché ritenuta un’O rganizzazione non governativa di carità e, nonostante la sua pochezza numerica (900 persone su 4 milioni di abitanti), riscuote un eccezionale consenso popolare sia per il rispetto e la valorizzazione delle tradizioni e delle culture locali, sia per le sue capacità di mediazione fra le opposte posizioni». La zona è quasi tutta di prima evangelizzazione. Alla paucità del clero indigeno suppliscono alcuni fidei donum italiani, ma il prefetto si rivolge preferibilmente alle diocesi africane da cui stanno arrivando gli evangelizzatori contemplativi del Sacro Cuore e gli Apostoli di Gesù, mentre le suore stanno arrivando dalla Colombia e dall’Italia. «Questi arrivi — aggiunge padre Angelo — fanno intravedere un futuro promettente, ma per ora andiamo avanti con le poche forze cha abbiamo. Tuttavia il mio rammarico più grosso è di non poter accettare l’invito delle comunità musulmane, che ci aprirebbero subito le porte. Abbiamo tentato con la gente di Dallo Manna, quasi tutta contadina, per la quale avevamo elaborato un interessante progetto agricolo, ma abbiamo trovato un’i m p re v i s t a resistenza nelle autorità religiose (iman), sorprendentemente intransigenti che non tollera dispute religiose. Allora — prosegue — abbiamo ripiegato sul settore scolastico, per il quale ci era stato offerto un terreno, limitandoci alla costruzione di 3 aule, temendo un’opposizione. Grande è stata, invece, la nostra sorpresa quando le iscrizioni sono arrivate a 186 e siamo stati costretti a costruire 3 aule più gli uffici in lamiera, promettendo che, per il prossimo anno, costruiremo altre aule. Naturalmente ne risentiranno le nostre misere risorse economiche, ma non possiamo rifiutare la possibilità di avvicinare decine di famiglie che hanno fiducia sia nell’insegnamento che nell’educazione impartita nelle nostre scuole». La zona è a maggioranza musulmana. Dall’ultimo censimento fatto in Etiopia (2007) risulta che, su una popolazione totale di circa 80 milioni di persone, il 43 per cento è costituito da cristiani ortodossi, il 33,9 per cento da musulmani e il 18,6 per cento da protestanti. Il primo compito della missione è la catechesi ai piccoli e ai grandi cui si provvede e si provvederà meglio con una seria preparazione dei catechisti nel Centro di formazione aperto ad Adaba. La prefettura è un piccologrande alveare in cui si sta costruendo lentamente, ma fiduciosamente, quella Chiesa che, affidata alle mani di madre Teresa e del cardinale Massaja, primo missionario di queste zone, promette di crescere con il vigore delle cose giovani.

© Osservatore Romano - 4 febbraio 2015