Test sull’islam

veglia IslamabadBISHKEK, 5. In Kyrgyzstan, Paese a stragrande maggioranza musulmana, il 70 per cento degli imam non conoscerebbe in modo approfondito la legge islamica e quelli male istruiti rischierebbero di diffondere l’estremismo: a sostenerlo sono le autorità che — riferisce AsiaNews — hanno deciso di sottoporre gli imam a dei test sulla religione musulmana per verificare la loro reale conoscenza della sharia. La motivazione ufficiale è che i capi religiosi male istruiti potrebbero diffondere idee radicali o non riuscire a contrastarne la proliferazione tra i giovani. Gli imam, di contro, denunciano la natura politica dell’iniziativa governativa, volta a sostituire i vecchi capi con la nuova leadership leale al presidente della Repubblica.
Dall’ottobre 2014 l’Asso ciazione dei mufti, agenzia semigovernativa conosciuta anche con il nome di Consiglio spirituale islamico, ha imposto a tutti gli imam di verificare la loro conoscenza della legge islamica. I test sono effettuati da una commissione speciale composta da rappresentanti dell’asso ciazione, funzionari dell’Agenzia statale sugli affari religiosi e da membri del Consiglio di sicurezza del Kyrgyzstan, presieduto dal presidente. L’obiettivo è quello di rimuovere gli imam con scarse competenze religiose, dal momento che nel 2014 l’Agenzia statale sugli affari religiosi ha verificato che il 70 per cento dei cinquantanove imam sottoposti a verifica non possedeva un’adeguata educazione. Secondo il Governo, i test consentono di comprendere con miglior efficacia il funzionamento delle moschee. Le autorità infatti temono che un’erronea interpretazione dell’islam da parte delle massime autorità musulmane possa facilitare la diffusione di idee radicali, come testimonia il reclutamento di numerosi giovani centroasiatici da parte degli estremisti del cosiddetto Stato islamico negli ultimi mesi. Alla minaccia del terrorismo di matrice islamica tutti i governi dell’Asia centrale stanno reagendo con fermezza, per esempio attraverso il divieto di indossare il velo e di portare la barba lunga, di recarsi in pellegrinaggio alla Mecca per i giovani al di sotto dei 35 anni, o sorvegliando le aree di frontiera con Paesi a rischio come l’Afghanistan. D’altra parte, i religiosi musulmani denunciano sospetti di lunga data nei loro confronti da parte degli esponenti dello Stato, che richiedono anche di firmare delle dichiarazioni in cui si attesta la non appartenenza a gruppi radicali. Un imam di un piccolo villaggio nei dintorni della capitale Bishkek — citato da AsiaNews — lamenta che gli esami avrebbero un intento politico: «Anche in passato dovevamo sottoporci ai test; l’unica differenza è che oggi hanno altri obiettivi. L’Associazione dei mufti sta cercando di inserire nelle sue file imam leali al Governo a discapito degli imam vicini ai precedenti leader». Sotto osservazione sarebbero anche i musulmani che studiano nelle madrasse (gli istituti di istruzione media e superiore dedicati alle scienze giuridico-religiose islamiche) in Turchia o negli Stati del Golfo persico. In Kyrgyzstan circa l’80 per cento della popolazione (su un totale di 5,6 milioni di abitanti) professa la religione musulmana. Nel Paese esistono 2362 moschee (nel 2011 erano circa millesettecento) e settantacinque madrasse.

© Osservatore Romano - 5-6 giugno 2015