Il respiro italiano dell’ebraismo
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- Creato: 24 Agosto 2015
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di ANNA FOA Elio Toaff è stato rabbino capo a Roma dal 1951 al 2001, un mezzo secolo quindi di grandi trasformazioni del mondo ebraico e della società italiana tutta: la ripresa dai lutti e dalle distruzioni dell’occupazione e della guerra, la riconquista della democrazia, il sionismo e la nascita dello Stato d’Israele, il concilio Vaticano II e la dichiarazione Nostra aetate, la costruzione della memoria della Shoah, il ruolo nuovo e significativo assunto dalla minoranza ebraica e dalla sua cultura, per non citare le trasformazioni che più hanno inciso sulla vita ebraica non solo in sé ma soprattutto nei suoi rapporti con il mondo circostante.
Per non parlare dell’avvento della società del benessere, delle trasformazioni nei rapporti tra uomini e donne, tra genitori e figli, dei mutamenti straordinari dei consumi, delle comunicazioni, dei rapporti con il mondo esterno. Tutte trasformazioni che hanno inciso sulla vita e sulla mentalità di tutti i cittadini italiani, cristiani, valdesi o ebrei che fossero. A questo mezzo secolo di mutamenti Toaff, dalla sua cattedra rabbinica della capitale della Repubblica italiana, non ha solo assistito. Molte di queste novità le ha accompagnate, orientate, di molte è stato protagonista in prima persona. Non solo. Ma la sua vita, iniziata nel 1915 e terminata a pochi giorni dal suo centesimo compleanno nel 2015, è stata ricca di eventi anche prima del suo rabbinato romano. Ha compiuto gli studi rabbinici nel prestigioso Collegio rabbinico della sua città natale, Livorno, sotto la guida di suo padre, il rabbino Alfredo Sabato Toaff. Dal 1941 al 1943 è stato rabbino capo di Ancona, molto occupandosi dei profughi ebrei che vi giungevano numerosi per sfuggire alle persecuzioni. Dopo che la sua comunità decise, con l’o ccupazione nazista, di chiudere il culto e gli uffici comunitari, entrò in clandestinità e partecipò attivamente alla Resistenza: tutti momenti della sua vita significativi di un percorso importante sia nel mondo ebraico sia in quello della storia italiana. A buona ragione si può dire di lui che abbia segnato un secolo di storia. E questo secolo, come tutti i commentatori sottolineano, lo ha segnato nella direzione dell’ap ertura, della mediazione, della ricomposizione. Un ruolo di pacificatore, di grande mediatore tra i mondi, di costruttore di ponti e non di muri, che ha dato vita a quello che è oggi l’ebraismo italiano, e non solo romano, dal momento che il suo orientamento e la sua attività sono stati un punto di riferimento per gli ebrei di tutta Italia. Niente di tutto questo era inevitabile. La comunità ebraica romana, colpita da sofferenze e lutti grandissimi, posta nei primi anni del dopoguerra di fronte a una Chiesa rimasta alla sua tradizione antigiudaica e aliena da eccessive simpatie giudaizzanti, poteva benissimo chiudersi in un ghetto difensivo, rinunciare a proposte d’apertura e crescita, aderire a un modello in cui solo l’esistenza d’Israele poteva rappresentare lo sbocco dalla crisi. Non è stato così, e il resto del mondo ebraico italiano ha seguito l’esempio proposto da Toaff e ha fatto dell’ebraismo e dei suoi valori un modello per l’intera società, proponendo valori democratici e pluralistici, attenzione alle minoranze, dialogo. Chi ricorda i primi anni Sessanta a Roma ricorda una comunità che ancora cercava a fatica di risollevarsi, un mondo ebraico molto arretrato, povero, ancorato senza spinte innovative alla tradizione, senza che questo escludesse fughe e desideri d’integrazione nella maggioranza. Un mondo la cui cultura non interessava che pochi, il cui ruolo non era riconosciuto nella cultura italiana. Ricordo quanto racconta Bice Migliau, prima direttrice del Centro di cultura, creato nel 1973, quando non si organizzavano mostre né iniziative culturali e la stampa, a parte l’«Israel», era quasi inesistente. «Shalom», il mensile della comunità ebraica romana, nasce solo nel 1967, diretto da Lia Levi, in occasione delle trasformazioni introdotte nell’ebraismo italiano ed europeo dalla Guerra dei sei giorni. La prima mostra organizzata dal Centro di cultura è del 1975 ed è, significativamente, una mostra dedicata alla Resistenza. Essa si apre, dopo non poche resistenze comunitarie, in una sala prestata dalla Comunità di sant’Egidio. «Il giorno dell’inaugurazione della mostra uno dei dirigenti comunitari mi disse: “È sicura che il pubblico verrà?” — scrive Bice Migliau —. In quel momento vidi entrare Primo Levi con Ferruccio Parri a braccetto e ho capito che avevo svoltato». Questa testimonianza è davvero significativa di una svolta, una svolta che non sarebbe stata possibile senza la guida del rabbino Toaff e la sua volontà di traghettare nel mondo italiano quello ebraico romano uscito dalla Shoah. Non a caso, la svolta è, però, degli anni Settanta, dopo la Guerra dei sei giorni e la dichiarazione Nostra aetate, quando l’Italia stessa è cambiata e Roma ha perso quella natura chiusa e un po’ clericale tipica dell’immediato dopoguerra. Toaff arriva a Roma nel 1951, subentrando a un rabbino di grande rilievo, David Prato, tornato da Israele a reggere la cattedra romana per affrontare la crisi provocata dal battesimo di Israel Zolli nel 1945 e per dar vita alla ricostruzione. Una ripresa ancora incerta, che avrebbe potuto benissimo limitarsi a ricostruire e riedificare il salvabile. Con l’avvento alla cattedra rabbinica di Elio Toaff, invece, la scommessa è stata quella di riorganizzare un ebraismo vitale e presente sulla scena culturale e politica italiana, non di sopravvivere. Vorrei ricordare qualche momento significativo della politica portata avanti da Toaff: in primo luogo, la sua intensa partecipazione al dialogo ebraico-cristiano, segnata da molti eventi oltre che da un continuo e intelligente lavoro di tessitura di rapporti, progetti, proposte. Durante l’agonia di Giovanni XXIII, Toaff è a piazza San Pietro (un gesto di grande coraggio) a dire il kaddish con altri ebrei per un Papa che poco tempo prima si era fermato nelle sue vesti bianche di fronte alla sinagoga e aveva benedetto gli ebrei che uscivano dalla funzione del sabato. Mi viene in mente, mi si perdoni il ricordo personale, il racconto che mio padre Vittorio Foa mi ha fatto dell’essersi ritrovato, dopo la morte di Giovanni XXIII in ginocchio, quasi senza accorgersene, in piazza San Pietro. Racconto che ho riferito anni fa su «Pagine ebraiche», suscitando le ire talebane di alcuni per quel gesto inusuale di inginocchiarsi. Ma mio padre era un ebreo laico. Poi, il suo essere divenuto il papa degli ebrei, un ruolo che gli derivava dal suo essere il rabbino capo in una città il cui vescovo era anche Papa, ma che gli veniva soprattutto dall’aver costantemente sostenuto la comunità romana, e con essa l’ebraismo italiano, a livello politico e non solo religioso (e uso il termine «politico» nella valenza positiva di allora), costruendo quell’immagine dell’ebraismo che oggi ci appare naturale ma che allora poteva solo nascere da un intenso lavoro di disseminazione culturale e politica. E ben lo dimostra nel 1982, gestendo con grande intelligenza la drammatica crisi tra gli ebrei e la città aperta dall’attentato palestinese del 9 ottobre. Toaff aderisce alla ferma volontà di chiusura della comunità di fronte a un attentato che svelava tante inosservanze, tante complicità forse, ma sa poi guidare gli ebrei verso la riconciliazione e apre il corteo funebre di Stefano Taché al presidente Pertini, che molti ebrei non amavano per i suoi rapporti con Arafat, ma che rappresentava là lo Stato italiano a cui essi appartenevano. Un senso alto dello Stato, quello di Toaff, oltre che una straordinaria capacità diplomatica di tessitore di pace. E poi, il grande Toaff della visita del Papa Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma, vero «papa degli ebrei» che accoglie da uguale il Pontefice, aprendo con quell’accoglienza strade nuove e tutte da percorrere ai rapporti tra cattolici ed ebrei e a quelli tra la comunità ebraica e il mondo. Mondo esterno, possiamo chiamarlo? No, il mondo e basta.
© Osservatore Romano - 24-25 agosto 2015