Dante l’ecumenico

dantedi GIUSEPPE FRASSO

Il 7 dicembre 1965 Paolo VI rendeva pubblica, septimo exeunte saeculo a Dantis Aligherii ortu , la lettera apostolica “motu proprio” Altissimi cantus ; il giorno successivo, 8 dicembre, si chiudeva il Vaticano II.
La lettera apostolica era stata preceduta da due epistole, una all’arcivescovo di Ravenna, in data 14 marzo 1964, l’altra a quello di Firenze, in data 23 aprile 1965; inoltre, per volontà dello stesso Pontefice, il 19 settembre 1965 era stata portata una croce d’oro sulla tomba del poeta a Ravenna e il 14 novembre una corona d’oro era stata collocata nel battistero di San Giovanni a Firenze, alla presenza di circa cinquecento padri conciliari e del segretario di Stato Amleto Cicognani.
Se la ricorrenza dei settecento anni dalla nascita di Dante era, per molti motivi, un ineludibile impegno per Papa Montini, la sua devozione verso il Poeta deve però essere sottratta all’incombere di scadenze calendariali, risalendo, a monte, agli anni della giovinezza, e, discendendo, a valle, ben oltre il 1965. Un sondaggio condotto su due zone soltanto della vicenda umana di Giovanni Battista Montini, gli anni giovanili e gli anni del pontificato, ha dato esiti assai significativi; per i competenti è evidente come la scelta sia stata suggerita e facilitata, da un canto, dagli studi di uno specialista come Xenio Toscani, dall’altro, dall’imponente numero di volumi, ben sedici, che raccolgono gli Insegnamenti di Paolo VI , pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana tra il 1963, anno di inizio del pontificato, e il 1978, anno della scomparsa del Pontefice. Nel carteggio giovanile di Montini, tra i 17 e i 26 anni, le parole di Dante e il nome di Dante risuonano per più di trenta volte, e vi risuonano, nelle lettere sue e in quelle a lui dirette, con la naturalezza che è propria dei ceti colti italiani tra la fine dell’Ottocento e l’avanzato secolo XX ; retaggio scolastico, se si vuole, come dimostra l’aperta confidenza con il poeta della Commedia . Si alternano versi di Dante virati al tono scherzoso con altri diventati, per il tono parenetico, definitorio o proverbiale che li caratterizza, patrimonio comune; con frequenza citazioni dantesche si incontrano nelle missive del padre Giorgio Montini, di Cesarina Lovatini, di padre Paolo Caresana, di don Giovanni Slanzi, di don Emilio Maria Pallavicino a Giovanni Battista. Particolarmente frequenti — e d’ogni genere — sono infine gli echi della Commedia , indotti anche dalla contiguità dell’esperienza scolastica, per esempio nelle missive di Montini al fratello Lodovico e al caro amico Andrea Trebeschi. Se si passa ora a osservare la presenza di Dante negli scritti di Paolo VI , nei suoi Insegnamenti , il discorso si fa più complesso. Mi pare che lo scomparso Franco Lanza, al quale si deve un intelligente volume dal titolo Paolo VI e gli scrittori (1994), dove un intero capitolo è dedicato a Dante — abbia colto nel segno quando afferma: «La sintesi tanto assiduamente perseguita e desiderata dall’umanesimo montiniano, di vastità e profondità di programmi e di potenza inventiva, si trova per lui storicamente realizzata nell’opera di Dante»; e ancora ritengo che Lanza abbia ragione a sottolineare come per Montini «poeti e artisti siano i più profondi testimoni del tempo» (p. 12); e infine penso che a buon diritto sostenga che, per Montini, la «poesia è veicolo a riscoprire, senza intenzioni moraleggianti, le leggi sacre dell’etica nel ritmo dell’eterno». Negli Insegnamenti del Pontefice certamente ricorrono spesso citazioni della Commedia già presenti nelle lettere giovanili (implicita conferma dell’intervento diretto di Paolo VI nelle sue omelie, allocuzioni, indirizzi di saluto), ma esse assumono, anche alla luce dei contesti entro i quali sono inserite, un significato non direi diverso, bensì più articolato e molto più profondo, prova dell’impegno di Papa Montini, alla luce della nuova e accresciuta autorità morale e spirituale della quale egli è investito, a rendere la parola dantesca, in forza proprio della potenza di essa parola, quasi una auctoritas , aggiunta a conforto, a sostegno del suo magistero. Non credo tuttavia che il problema stia solo nel numero delle citazioni, che pure conta; credo stia piuttosto nella frequenza con cui alcune di tali citazioni (al di là di quelle semplicemente intese a impreziosire il discorso, a mantenere viva l’attenzione dell’uditorio) ritornano negli Insegnamenti , rendendo evidenti i punti sui quali la riflessione morale, spirituale, anche teologica del Papa trova in Dante un elemento di sostegno, un ausilio a rendere più immediata e incisiva (a volte anche drammatica) la sua riflessione dottrinale. Esemplari, al riguardo, sono il ripetuto ricordo del canto XXXIII del Paradiso e, in particolare, la preghiera di san Bernardo alla Vergine (soprattutto i vv. 1-9), o di P u rg a t o rio , XXXII , 100-102, il canto dove la processione mistica, con il carro trainato dal grifone che Dante aveva fatto comparire nel canto XXIX , dopo aver piegato a destra, torna indietro, verso oriente; i versi che importano suonano così: «Qui sarai tu poco tempo silvano; / e sarai meco sanza fine cive / di quella Roma onde Cristo è romano». È Beatrice che parla a Dante, spiegandogli che per breve tempo egli resterà nella selva del Paradiso Terrestre; poi abiterà per l’eternità con lei (e Beatrice preannunzia a Dante la salvezza) in quella città di cui Cristo è cittadino; la città viene indicata con il nome di Roma (invece che con quello usuale di Gerusalemme, la Gerusalemme celeste, ovviamente), probabilmente in omaggio alla città sede dell’impero. Si aggiunga che, come Dante ricorda in Mo n a rc h i a , II , X , 6, «Cristus [...] sub edicto romanae auctoritatis nasci voluit». Il Pontefice si interrogherà per tutta la vita su quel verso «di quella Roma onde Cristo è romano», come tormentato da un ansioso quesito al quale non pare trovare risposta se non in una fede interrogante, ma salda, come peraltro risulta da una frase del suo testamento, datato 30 giugno 1965: «A te Roma, diocesi di Pietro e del Vicario di Cristo, dilettissima a questo ultimo servo dei servi di Dio, la mia benedizione più paterna e più piena, affinché Tu, Urbe dell’O rbe, sia sempre memore della tua misteriosa vocazione, e con umana virtù e con fede cristiana sappia rispondere, per quanto sarà lunga la storia del mondo, alla tua spirituale e universale missione» ( Anni e opere di Paolo VI , a cura di Nello Vian). Credo che l’assai parziale, ma significativa trama di evocazioni dantesche prodotta renda chiaro il motivo che ha spinto il pontefice a pubblicare, anche a prescindere dalle scadenze centenarie, la Lettera Al tissimi cantus ; fausta coincidenza poi che il concilio si chiudesse in concomitanza con le celebrazioni dantesche e istruttivo accadimento che Paolo VI inviasse in dono ai padri conciliari una copia della Commedia , opera di un poeta che il Pontefice riteneva «eminentemente ecumenico» e al quale il Papa, come ebbe a dire a Jean Guitton, pensò «per tutto il concilio». Ma venendo al documento, vi leggiamo che la Commedia «non si propone solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma in alto grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal disordine alla saggezza, dal peccato alla santità, dalla miseria alla felicità, dalla contemplazione terrificante dell’inferno a quella beatificante del paradiso. L’afferma il sommo vate nell’epistola a Can Grande della Scala [la discussa epistola XIII ]: “Il fine del tutto e della parte potrebbe essere molteplice, ossia vicino e remoto; ma tralasciando un minuzioso esame, si può dire brevemente che il fine del tutto e della parte è togliere dallo stato di miseria i viventi in questa vita e condurli allo stato di felicità”. Per tutto ciò la Divina Commedia si presenta come un itinerarium mentis in Deum , dalle tenebre della inesorabile riprovazione alle lacrime della espiazione purificatrice, e, di gradino in gradino, da chiarezza in chiarezza, da fiammante a più fiammante amore, sino alla Fonte della luce, dell’amore, della dolcezza eterna: “Luce intellettüal, piena d’amore, / Amor di vero ben, pien di letizia, / letizia che trascende ogni dolzore (Par. XXX , 40-42)».

© Osservatore Romano - 16 settembre 2014