Alle radici del Grande male
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- Creato: 14 Marzo 2015
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Storie di martiri, di semplici cittadini, di povera gente accomunata dalla stessa sorte: una violenza omicida che colpisce duramente. È il Grande male, il Metz Yeghérn , che nel 1915 colpì il popolo armeno e al quale la comunità accademica del Pontificio Istituto orientale ha voluto dedicare un incontro di riflessione nel pomeriggio di giovedì 12 marzo.Nel suo intervento il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, ha ricordato «i testimoni, martyres, del popolo armeno, caldeo e assiro», che «emisero la suprema professione di fede, effondendo il loro sangue e venendo privati — spesso in modo barbaro e truce e persino nella più tenera età — del dono inviolabile della vita», e ha rivolto un pensiero particolare alla Chiesa armena cattolica, «assicurando il ricordo nella preghiera, insieme alla vicinanza per le prove che anche nell’oggi le sono poste dinnanzi». Una preghiera che si rinnoverà in modo corale il prossimo 12 aprile, domenica della divina misericordia, quando Papa Francesco presiederà la celebrazione eucaristica insieme «ai figli e alle figlie del popolo armeno: sin d’ora — ha assicurato il porporato — lo ringraziamo per questo gesto di paternità e attenzione, come per quelli che egli non lascia mancare a tutti i discepoli di Cristo che vivono le angosce della violenza nel Medio Oriente e in Ucraina». Preceduta da un ricordo degli ex alunni del Pontificio Collegio armeno di Roma, affidato al vicerettore padre Krikor Badichah, e dalla presentazione dell’opera del gesuita Georges Ruyssen La questione armena — edita da Lilamè e uscita in quattro dei sette volumi previsti — che raccoglie tutti i documenti presenti nei diversi archivi della Santa Sede sul drammatico episodio del 1915, la riflessione del cardinale Sandri ha attinto al quadro storico di quel periodo. Per sottolineare, in particolare, quanto la Santa Sede sia stata attenta «nel cercare di fermare la mano dei carnefici e portare il possibile sollievo e soccorso agli scampati». La stessa Congregazione per le Chiese orientali, insieme al Pontificio Istituto orientale, «sentono come particolare vanto l’essere stati fondati, nel 1917, da un Papa come Benedetto X V »: unanime infatti «fu il plauso e il ringraziamento perché egli ebbe il coraggio di levare la sua voce e di scuotere le coscienze dei potenti». Di fronte agli interventi del Pontefice, che pronunciò «parole di condanna» e suscitò «fattiva solidarietà», si resta «addolorati — ha proseguito il prefetto — per le mani alzate di coloro che colpirono a morte un milione e mezzo di fratelli in umanità». Ancor più però, ha aggiunto, «stupì il silenzio di tanti potenti e nazioni, come stupisce ancora nell’oggi da parte di altri l’incapacità a parlarne con obiettività, per giungere al traguardo tanto sospirato dell’auspicata riconciliazione, nella verità e nella giustizia». Il mysterium iniquitatis che è capace «di sgorgare dal cuore dell’uomo, e rendersi manifesto nella distruzione che ogni peccato reca con sé, ci impone — ha raccomandato — di metterci in ginocchio, e di supplicare, come recita il sottotitolo del nostro incontro “ Ter voghormià ... Signore pietà”: abbi pietà dell’uomo che hai creato, ma ora è ferito, lontano da te, povero, peccatore, capace come Caino di concepire morte per il suo fratello, capace di nutrire l’odio e chiedere vendetta».
© Osservatore Romano - 15 marzo 2015