Una porta santa per Gaza
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- Creato: 14 Novembre 2015
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GAZA, 14. «Come un bicchiere di acqua fresca per l’assetato». Visto dalla Striscia di Gaza l’ormai imminente giubileo straordinario della misericordia assume, se possibile, un’importanza ancora maggiore. Racchiude in sé, come un sollievo, tutte le speranze di pace di una popolazione in ginocchio. Come racconta padre Mario da Silva, missionario brasiliano e parroco della Santa Famiglia, l’unica parrocchia cattolica della Striscia. Qui il 20 dicembre prossimo il patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, aprirà la porta santa del giubileo. A varcarla saranno i circa duecento fedeli della piccola comunità cattolica, che con il resto della popolazione palestinese della Striscia, oltre 1,5 milioni di abitanti di fede musulmana, condividono le drammatiche condizioni di vita. «All’inizio — spiega il parroco di Gaza all’agenzia Sir — erano due le porte sante previste nella diocesi: una a Nazareth e l’altra nella basilica del Getsemani, presso l’Orto degli Ulivi, a Gerusalemme. Abbiamo detto al patriarca che sarebbe stato impossibile, per noi, uscire dalla Striscia per venire a celebrare il giubileo. Così ha voluto che nella nostra parrocchia fosse aggiunta una terza porta santa». Una iniezione di speranza in una realtà segnata dalla sofferenza. Le guerre, ben tre in nove anni (2006, 2008-2009 e 2012), scoppiate tra Hamas, che governa la Striscia, e Israele, dopo il ritiro di quest’ultimo nel 2005, hanno lasciato sul terreno tante vittime, macerie e un popolo in ginocchio, privato di acqua, luce, carburante, materiali per la ricostruzione e generi di prima necessità. A ciò si aggiunge il blocco alla frontiera della Striscia che limita fortemente ogni accesso sia di merci che di uomini. «Qui c’è tanto da fare — spiega padre Mario — nelle zone più colpite di Beit Lahiyah, Beit Hanoun, Shujaya, Khan Younis e Rafah la ricostruzione, dopo i bombardamenti dell’ultimo conflitto, procede con lentezza. La disoccupazione è drammatica. Quella giovanile si attesta al 40 per cento. Non ci sono soldi per vivere. E i giovani non possono emigrare perché non viene loro permesso. Possiamo contare solo sugli aiuti umanitari esterni, quando viene concesso di entrare nella Striscia». Un importante sostegno alla popolazione giunge anche dalla comunità cristiana di Terra santa che gestisce cinque scuole, un ospedale, una casa di accoglienza e la clinica mobile di Caritas Gerusalemme. «Nel nostro piccolo — aggiunge il parroco — cerchiamo di spargere semi di perdono e di riconciliazione, innanzitutto fra di noi. Tra i cristiani possiamo predicare il Vangelo ma non tra i musulmani, con i quali cerchiamo di tessere relazioni di rispetto e conoscenza anche attraverso la solidarietà. Muoversi in questo clima di odio è difficile, e sono convinto che più di tante parole valga l’esempio. Vivere in armonia ci fa stare meglio soprattutto se intorno a noi trionfano abusi e ingiustizie». In questo contesto, per la piccola comunità cristiana di Gaza, arriva il giubileo della misericordia. Un sollievo inatteso. «Gettiamo semi di misericordia, sperando che un giorno possano germogliare. Innaffiamo questi semi con la preghiera e l’esempio personale e comunitario. Seguendo l’esempio di Gesù», perché dice padre Mario, «anche lui viveva in un tempo di dominazione e di ingiustizia ».
© Osservatore Romano - 15 novembre 2015