I cristiani iracheni chiedono riforme a favore delle minoranze

baghdadBAGHDAD, 27. Maggiore rappresentanza delle minoranze nel Governo di tecnici guidato dal primo ministro sciita Haydar al-Abadi e la modifica dell’articolo 26 della legge nazionale che di fatto impone il passaggio automatico alla religione musulmana dei minori quando anche uno solo dei due genitori si converte all’islam: sono le richieste dei membri cristiani presenti nell’assemblea parlamentare irachena tese ad arginare, almeno in parte, la marginalizzazione subita nel Paese da cristiani e da altre minoranze. Le richieste sono state inviate al presidente del Parlamento, il sunnita Salim al-Juburi. Con tale iniziativa — riferisce l’agenzia Fides — i membri che rappresentano le minoranze intendono soprattutto sollecitare la messa in atto della risoluzione di modifica del provvedimento riguardante l’islamizzazione dei figli, adottata a maggioranza a metà novembre. La risoluzione aveva ricevuto l’appoggio di 140 parlamentari su 206, ma dopo quel voto non è stata predisposta alcuna modifica del testo di legge contestato. Giorni fa Haydar al-Abadi ha risposto alle critiche ribadendo che il Governo iracheno non discrimina i propri concittadini in base alla loro appartenenza religiosa, considera anche i cristiani come una «componente genuina» dell’identità nazionale e farà il possibile per impedire la loro emigrazione. Il primo ministro ne ha parlato davanti a una delegazione di vescovi statunitensi di diverse Chiese cristiane che gli ha reso visita il 18 febbraio a Baghdad. Fra coloro che si battono per cambiare l’articolo 26 della Costituzione c’è il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako. All’indomani dell’a p p ro v a - zione della risoluzione di modifica aveva espresso grande soddisfazione per la decisione del Parlamento iracheno: «Questa decisione — dichiarò ad AsiaNews — mostra sostegno ed è un messaggio importante per la minoranza cristiana in Iraq. Ed è anch’esso un modo per dare prova di democrazia ». La comunità cristiana aveva invece parlato di «gesto di giustizia e uguaglianza » che pone davvero sullo stesso piano tutti i cittadini, oltre che di «passo fondamentale nella direzione della libertà e della democrazia in Iraq». Nei mesi precedenti era stato presentato un emendamento che prevedeva che i minori restassero nella religione di nascita fino a 18 anni, per poi decidere in modo personale la loro fede. Ma a fine ottobre il Parlamento aveva respinto tale proposta, sollevando la protesta della comunità cristiana e dei vertici della Chiesa caldea. Il patriarca Sako aveva minacciato di portare la vicenda davanti al tribunale internazionale e i vertici della Chiesa promosso una protesta di piazza, davanti alla chiesa di San Giorgio a Baghdad; alla manifestazione hanno aderito esponenti della comunità musulmana. Sako ha osservato che quella legge «contraddice il Corano» stesso; quest’ultimo dichiara in numerosi versetti che «non vi può essere alcuna costrizione in tema di religione ». Inoltre l’articolo 3 della Costituzione stabilisce che l’Iraq è un Paese multietnico, con diverse religioni e culti, che nell’articolo 37/II «lo Stato garantisce la protezione del singolo dalla coercizione di pensiero politico e religioso», e che per l’articolo 42 «ognuno ha libertà di pensiero, di coscienza e di religione». E ha citato l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: «Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti».

© Osservatore Romano - 28 febbraio 2016