Fronte comune a favore del Libano

donne beirut preghieraBEIRUT, 5. Definire una posizione comune delle comunità cristiane, in particolare cattoliche e ortodosse, di fronte alle grandi questioni nazionali, a cominciare dalla mancata nomina del presidente della Repubblica libanese.
Questo l’obiettivo principale di un summit intercristiano che si è svolto ieri, lunedì, a Bkerké, sede del patriarcato maronita. All’incontro, che ha avuto inizio con la celebrazione di una messa in rito maronita, hanno preso parte i patriarchi cattolici e ortodossi e i leader delle comunità ecclesiali protestanti locali. Ma l’incontro non poteva non affrontare anche il dramma dell’esodo dei cristiani del Vicino oriente — un comunicato diffuso al termine della riunione esprime al riguardo una dura condanna — a causa dei conflitti in Siria e in Iraq. In particolare il patriarca di Antiochia dei Maroniti, cardinale Béchara Boutros Raï, ha osservato che «le sfide nella regione aumentano, le guerre non trovano soluzione e le popolazioni, specialmente quella cristiana, emigrano lasciandola deserta. Insistiamo sull’importanza del vivere insieme, cristiani e musulmani, perché lo vuole la nostra cultura, che è quella della moderazione». All’ordine del giorno dei lavori una serie di problematiche cruciali che investono il Paese e l’intera area regionale: la violenza in Medio oriente; la necessità di lottare contro estremismo religioso e terrorismo; la necessità di instaurare buoni rapporti con tutti i Paesi arabi; la questione della Palestina; l’accoglienza e la presenza di rifugiati; il rafforzamento dell’unità nazionale. In particolare, largo spazio è stato dato allo studio della delicata situazione di stallo istituzionale, che ormai dal maggio 2014 impedisce la nomina di un nuovo capo dello Stato. Una questione, quest’ultima, la cui soluzione è giudicata essenziale per garantire un futuro di pace e di sicurezza al Paese, sulla quale da tempo è impegnato personalmente il cardinale Raï, che anche domenica scorsa, nell’omelia pronunciata in occasione della festa della Divina misericordia, è tornato ad appellarsi ai leader politici della nazione. «È vano sperare di salvare il Libano — ha affermato — se la misericordia non vive nel cuore dei nostri leader. Il Libano sarà salvato dalla crisi della vacanza presidenziale e di tutte le sue pesanti conseguenze istituzionali, economiche e commerciali dalla misericordia che verrà suscitata nel cuore dei suoi governanti». Anche il sinodo maronita nella sua ultima riunione, denunciando la paralisi istituzionale che da quasi due anni impedisce l’elezione di un nuovo presidente, era tornato a lanciato l’allarme sul rischio di un «crollo» dell’intero sistema libanese, richiamando i blocchi politici e parlamentari ad assumersi le proprie responsabilità nazionali, senza sottomettere il destino del Libano «agli interessi stranieri». La preoccupazione principale, come è noto, è che il Paese dei cedri senza una salda guida istituzionale, possa venire coinvolto, e perfino travolto, nell’infuocata crisi siriana. Tra le questioni al centro del vertice di Bkerké anche quella relativa alla presenza dei cristiani nelle istituzioni e sulla scena pubblica del Paese. Un argomento sul quale, nel febbraio scorso sempre il sinodo maronita, associandosi alle preoccupazioni espresse precedentemente dalla Chiesa greco-melchita, aveva parlato di discriminazioni silenziose che vedono penalizzati i cristiani. In particolare, i vescovi maroniti hanno espresso la loro inquietudine per lo squilibrio che, a loro giudizio, si sta producendo nell’accesso alle cariche pubbliche e alle risorse finanziarie statali. Secondo quanto documentato da recenti inchieste giornalistiche, solo il 27 per cento dei progetti realizzati dal ministero per le Opere pubbliche hanno interessato aree abitate dalla popolazione cristiana. I presuli maroniti vedono in tale fenomeno una grave insidia per la convivenza nazionale.

© Osservatore Romano - 6 aprile2016