Casa di tutti gli iracheni

caldeoERBIL, 7. L’invito ai fedeli a non lasciarsi convincere da chi promuove la loro fuga dall’Iraq; l’appello alle «sagge autorità islamiche» per contribuire insieme alla sicurezza del Paese minacciata dai fondamentalisti del cosiddetto Stato islamico; la richiesta di includere anche rappresentanti cristiani nella compagine governativa: questi alcuni dei punti qualificanti emersi dalla riunione dei vescovi caldei convocata per valutare gli sviluppi della difficile situazione in territorio iracheno e in tutto il Medio oriente.
L’incontro, svoltosi sotto la presidenza del patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako, si è tenuto a Ankawa, sobborgo di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, dove da tempo ormai sono concentrati circa 120.000 cristiani iracheni fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive. Nel comunicato finale dei lavori, i presuli caldei presenti in Iraq esprimono soddisfazione per i successi finora ottenuti nella lotta alla «organizzazione terroristica» dello Stato islamico ed esprimono anche l’augurio che si arrivi presto alla liberazione di Mosul e della Piana di Ninive. Inoltre, come accennato, si appellano alle «sagge autorità islamiche» per contribuire insieme alla stabilizzazione e alla sicurezza della nazione, promuovendo «i diritti umani» e mettendo da parte «privilegi e interessi personali, partigiani e settari», nella consapevolezza che la riconciliazione nazionale si può ottenere solo attraverso una reale partnership politica, «lontano da ogni favoritismo e dal sistema delle quote di potere da spartirsi su base settaria». I presuli hanno discusso della situazione in Iraq e nella regione con una particolare attenzione alla realtà dei cristiani, in patria e nei Paesi limitrofi. Un’o ccasione per riaffermare ulteriormente «sostegno e solidarietà» per i milioni di sfollati e migranti cristiani che hanno dovuto abbandonare le loro terre, con la speranza che «possano tornare a casa e vivere in libertà, dignità e pace». Fra i motivi di «crescente preoccupazione» anche il fenomeno della corruzione in ambito politico, finanziario e istituzionale, che è causa di un grave «declino economico». In questa prospettiva, i vertici della Chiesa caldea ricordano inoltre le precarie condizioni di sicurezza del Paese, che non miglioreranno, avvertono, se non verranno prese misure urgenti in tema di lavoro, occupazione, impresa. «Molte famiglie — viene rilevato nel comunicato del patriarcato caldeo — vivono al di sotto della soglia di povertà». Un allarme confermato anche dai dati della Banca Mondiale: il 28 per cento delle famiglie irachene vive al di sotto della soglia minima di povertà e la tendenza è al peggioramento a causa della violenza e dell’impasse politico-istituzionale. L’incertezza alimentare riguarda il 16 per cento della popolazione, i bambini al di sotto dei cinque anni malnutriti sono il 22, il 21 soffre di ritardo nella crescita e il 5 per cento di atrofia. In questo senso, viene auspicato che siano garantiti i servizi di base a tutti i cittadini, giustizia sociale, rispetto dei diritti umani e fine delle divisioni su base confessionale. Tra le richieste avanzate alle istituzioni di Baghdad, oltre alla presenza di personalità cristiane nel nuovo Governo, come promesso dal primo ministro nel discorso del 31 marzo scorso, anche la protezione delle proprietà cristiane, case e attività commerciali della capitale, requisite o danneggiate da bande criminali e gruppi estremisti. Di qui anche l’invito rivolto ai fedeli a «essere pazienti, fiduciosi» e a non cadere nella trappola dell’emigrazione e dei trafficanti di vite umane. Infatti, anche se i cristiani che sono fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive vivono a Erbil in una situazione di grandissima precarietà, rinchiusi in campi profughi, dove si trovano ad affrontare condizioni che sono quasi al limite della sopravvivenza, la loro volontà resta quella di non abbandonare la propria terra. È quanto confermato, del resto, anche dal vescovo di Carpi, Francesco Cavina, che solo pochi giorni fa ha guidato una delegazione della sezione italiana della fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre in visita ai profughi di Erbil per portare conforto e dei doni del Pontefice. «Nei cristiani — ha dichiarato il presule a Radio vaticana — non c’è la volontà di lasciare l’Iraq. Loro vogliono rimanere. Questo ce lo hanno ripetuto in tantissimi modi. Per rimanere in Iraq, però, hanno bisogno assolutamente di percepire che la comunità cristiana occidentale sia loro vicina». In secondo luogo, ha aggiunto, «i cristiani in Iraq devono sentire di appartenere alla società irachena, devono porsi all’interno della società come cittadini a pieno titolo, prendere atto di una responsabilità che i cristiani hanno, anche dal punto di vista politico, sociale e civile».

© Osservatore Romano - 8 aprile 2016