L'indagine della Procura di Palermo Profughi, l'inchiesta: «Paga o ti uccidiamo»

gommone migrantiMazzette di denaro contante per centinaia di migliaia di euro o di dollari e interminabili elenchi di nomi stranieri. Li hanno trovati gli investigatori in un bazar vicino alla stazione Termini a Roma, in via Volturno, una profumeria gestita dall’eritreo Solomon Araya Gebremichael diventata, secondo l’accusa, il quartier generale di un lucroso traffico internazionale di esseri umani.


La Direzione distrettuale antimafia di Palermo, le squadre mobili di Agrigento e Palermo e il Servizio centrale operativo della polizia hanno inflitto un duro colpo alla tratta dei migranti con l’ultima operazione denominata "Glauco 3", che ha permesso di eseguire 23 arresti su 38 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di etiopi, eritrei e un italiano, ritenuti responsabili a vario titolo dei reati di associazione per delinquere, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, esercizio abusivo dell’attività di intermediazione finanziaria, associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti e spaccio di droga, aggravati dal carattere transnazionale dell’attività criminale.

Le indagini coordinate dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Maurizio Scalia e dai sostituti Geri Ferrara, Claudio Camilleri e Annamaria Picozzi, sono state avviate poco più di un anno fa, grazie alla collaborazione ritenuta preziosissima del primo trafficante di esseri umani "pentito", Nuredin Atta Wehabrebi, un eritreo arrestato esattamente due anni fa e inserito nell’organizzazione criminale che gestisce le traversate dei migranti nel canale di Sicilia già dal 1998. Nella sua lunga permanenza in Libia, Atta ha collaborato con i vertici della rete internazionale di trafficanti, a cominciare da Ermias Ghermay, ritenuto il numero uno dell’organizzazione da tempo latitante, e Fitiwi Abdrurazak.

Dai racconti del collaboratore di giustizia eritreo emergerebbe uno spaccato drammatico, ancora tutto da verificare. Chi non aveva i soldi per affrontare il viaggio sul barcone per l’Italia «veniva ucciso, gli venivano prelevati gli organi che poi venivano venduti ad alcuni mercanti d’organi egiziani», avrebbe rivelato Atta, riferendo conversazioni avute con altri trafficanti. Particolari su cui, precisa il procuratore capo Lo Voi, «non ci sono elementi di riscontro». Il pentito «riferisce di averlo saputo – aggiunge il procuratore aggiunto Scalia – dai due principali trafficanti di esseri umani, uno dei quali è latitante e l’altro è in Libia».

Il vero "salto di qualità" di questo troncone d’indagine, come sottolinea il dirigente dello Sco, Renato Cortese, è l’aver potuto «disporre di una documentazione audio e video dei passaggi di denaro, superando anche le enormi difficoltà di traduzione di conversazioni in dialetti africani difficilissimi da comprendere». La Dda di Palermo ha individuato, infatti, ingenti flussi di denaro: la centrale delle operazioni di transazione effettuate con il cosiddetto metodo hawala, che si basa sulla parola e sulla fiducia di una rete di mediatori, sarebbe stata la profumeria di via Volturno a Roma, all’interno della quale lo scorso 13 giugno sono stati sequestrati 526.000 euro e 25.000 dollari in contanti, un libro mastro con centinaia di nomi di stranieri e utenze telefoniche. Tramite carte ricaricabili sarebbero stati versati fra i 10 mila e i 15 mila dollari a persona per poter arrivare in Europa non con i barconi, ma sfruttando illegittimamente lo statuto dei ricongiungimenti familiari, evitando di mettere in pericolo la propria vita in mare. Gli investigatori avrebbero accertato 48 matrimoni falsi. E a Palermo è stato scoperto anche un bar, in via Santa Rosalia nel centro storico, gestito dall’etiope Sebsidie Tadele, dove si sarebbero recati i migranti sbarcati in città, per poter essere trasferiti in altre destinazioni. Tra i fermati di ieri c’è anche un italiano, Marco Pannelli di Macerata, di 46 anni, che avrebbe lavorato con un furgone privato per trasportare circa 14 persone a settimana per conto della rete criminale. L’organizzazione non avrebbe disdegnato neppure gli introiti della droga, una fiorente attività di traffico internazionale di stupefacente del tipo catha o qat, importato dall’Etiopia.

Le dichiarazioni di Atta si intrecciano anche col giallo dell’eritreo arrestato ed estradato dal Sudan un mese fa. Il collaboratore di giustizia avrebbe smentito che il superlatitante arrestato dalla procura, Yedhego Medhane Mered, corrisponda all’iniziale foto divulgata, che secondo lui mostrerebbe Abdega Asghedom. Intanto, ieri si è svolta l’udienza preliminare a Palermo in cui la procura ha ribadito la propria convinzione che l’eritreo preso in Sudan sia parte dell’organizzazione criminale dedita al traffico di esseri umani. La difesa, invece, ha portato due testimoni che sostengono si tratti di Tesfamarian Mered, estraneo ai fatti contestati. Il gup Alessia Geraci deciderà nelle prossime ore sul rinvio a giudizio.

© riproduzione riservata - avvenire  -  4.7.2016