Tè amaro per la gente di Hassaké

Piano aiuti ACS IraqHASSAKÉ, 2. «Siamo circondati. A nord il confine con la Turchia è chiuso, a est ci sono l’Is e i curdi, a ovest e a sud ancora lo Stato islamico. Niente passa di lì, tutto giunge in aereo. Stanno arrivando dei carichi di cibo ma non basteranno neanche per il 5 per cento della popolazione che qui conta 1.200.000 persone». Nella sua drammatica testimonianza alla fondazione di diritto pontificio «Aiuto alla Chiesa che soffre», l’arcivescovo di Hassaké - Nisibi dei Siri, Jacques Behnan Hindo, racconta di una città, Hassaké, capoluogo dell’omonimo governatorato, «sotto assedio, piagata dai combattimenti, circondata da ogni parte, dove il poco cibo a disposizione ha un prezzo inaccessibile per la popolazione».
Gli scontri fra gli eserciti curdo e siriano hanno raggiunto anche l’arcivescovado e un colpo di mortaio ha sfiorato lo stesso monsignor Hindo. Ora la situazione è più tranquilla ma fino a qualche giorno fa la gente non poteva uscire di casa. «Da diversi giorni chiedo che vengano smantellati i check-point della città che — spiega il presule — non servono che ad alimentare le tensioni e si trovano in maggioranza nell’area abitata dai cristiani». Prima dell’inizio dei combattimenti, Hindo aveva offerto l’arcivescovado siro-cattolico come sede di incontro per una negoziazione tra le parti finalizzata alla rimozione dei checkpoint, introdotti nel giugno 2015 quando il cosiddetto Stato islamico si era impadronito di gran parte di Hassaké. Ma sono rimaste solo le buone intenzioni. L’Is, pur distante ora settanta chilometri, impedisce l’arrivo di aiuti umanitari e beni di prima necessità. I pochi rifornimenti che riescono a raggiungere Hassaké e la vicina Qamishli via terra devono pagare una “tassa” allo Stato islamico, ma spesso gli estorsori non si accontentano. «Una volta su cinque si impadroniscono comunque di tutto», afferma amareggiato monsignor Hindo. In oltre cinque anni di guerra l’arcivescovo di Hassaké - Nisibi dei Siri ha sempre sostenuto la popolazione senza alcuna distinzione di fede e occupandosi dei bisogni più disparati: dalla pulizia all’emergenza rifiuti, agli aiuti alimentari. «Non sarei vescovo e nemmeno cristiano se facessi preferenze in base alla religione. Oggi molte famiglie sopravvivono con pane e tè, a colazione, pranzo e cena. Tè amaro, perché lo zucchero è troppo caro», sottolinea. A metà agosto «Aiuto alla Chiesa che soffre» ha approvato un contributo di 1.500.000 euro per le popolazioni in difficoltà ad Aleppo e ad Hassaké. Dall’inizio della crisi siriana (marzo 2011) a oggi la fondazione ha donato quasi 15 milioni di euro. Sempre in Siria, meno drammatica ma ugualmente difficile è la situazione a Wadi al-Nasara («Valle dei cristiani»), area che ospita attualmente 210.000 cristiani, di cui ottomila famiglie sfollate, alle quali se ne stanno aggiungendo altre tremila. In questi anni circa 75.000 giovani hanno lasciato la zona, diretti all’estero, per mancanza di prospettive di lavoro e di alloggio. Per questo un comitato composto da laici e religiosi, sostenuto dalle Chiese cattolica grecomelkita e ortodossa, ha deciso di lanciare un vasto programma di urbanizzazione nella regione. «Le giovani coppie hanno prioritariamente bisogno di uno spazio di vita per fondare una famiglia», ha spiegato a Radio Vaticana il padre gesuita Ziad Hilal, che partecipa alla realizzazione del programma insieme ad alcune organizzazioni non governative. Tra esse l’associazione cattolica francese Œuvre d’Orient, guidata da monsignor Pascal Gollnisch, che sostiene in particolare un progetto per la realizzazione di un laboratorio di case prefabbricate, iniziativa particolarmente utile, considerando che la maggior parte delle imprese di costruzione di Aleppo e Damasco sono state distrutte dal conflitto.

© Osservatore Romano - 3 settembre 2016