Come in una stalla fredda e devastata dalla violenza

220 la vergine maria theotokos cioe madre di dio icona bizantina monastero greco melkita cattolico di san sergio maalula siriaROMA, 23. In un clima di fragile speranza le comunità cristiane in Medio oriente, strette dalla morsa della violenza, si apprestano a vivere il prossimo Natale con l’auspicio di poter tornare nelle loro case.
Un pensiero particolare «a tutte quelle persone che hanno bisogno di pace e la desiderano con tutto il cuore, in Siria, in Iraq, come anche in Israele e Palestina» è stato rivolto dal custode di Terra santa, padre Francesco Patton. L’invito è in particolare a «vivere il Natale come momento di incontro tra la gente». Tutti i cristiani in Medio oriente — ha ricordato il custode — attendono la festa «con un’intensità particolare. Il loro desiderio è vedere e toccare la pace». Lo stesso auspicio è stato manifestato dall’arcivescovo di Damasco dei Maroniti, monsignor Samir Nassar, che in una lettera di speranza e di augurio per il santo Natale ha sottolineato l’urgente bisogno di pace per la popolazione siriana stremata da anni di guerra. «Possano i tre saggi — ha scritto il presule — portare i doni, di cui la Siria ha urgente bisogno: pace, perdono e compassione. La Siria in questo sesto Natale rassomiglia più che mai a un presepe: una stalla aperta senza una porta, fredda, spoglia, povera e devastata dalla violenza. In Siria, al Bambino Gesù — ha ricordato l’arcivescovo di Damasco dei Maroniti — non manca la compagnia. Milioni di bambini che hanno perso le loro case, infatti, vivono senza riparo o sotto tende così povere come la mangiatoia di Betlemme». Un pensiero particolare alle comunità cristiane è stato rivolto anche dal patriarca di Babilonia dei Caldei, monsignor Louis Raphaël I Sako, che in un messaggio ha esortato tutti i cristiani a «intensificare le preghiere per porre fine alla guerra e all’angoscia in cui tanta gente, soprattutto civili e bambini indifesi, è costretta a vivere». L’auspicio è dunque che le terre colpite dalla guerra «in particolare Iraq, Siria, Yemen e Libia» possano ben presto tornare alla loro normalità. Il patriarca caldeo ha rivolto un «appello ai leader mondiali a lavorare con costanza per il raggiungimento della pace e della giustizia e per proteggere la vita delle persone e rispettare la loro dignità». Sako ha ribadito «le paure e le preoccupazioni degli iracheni, dei siriani e delle popolazioni del Medio oriente, dove bambini e anziani sono vittime di una guerra dura, con milioni di persone sfollate cacciate dalle loro terre, costrette a vivere in condizioni tragiche. In questi luoghi — ha aggiunto — sta arrivando il Natale che ci ricorda l’imp ortanza e l’impellente necessità della pace. “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”! È una chiamata che mira a rilanciare la nostra fede e l’entusiasmo di realizzare una pace giusta e duratura per tutta l’umanità, che consolida i legami di fratellanza e rafforza la convivenza contro il fanatismo, l’estremismo e gli atti violenti». Nel suo messaggio, il patriarca di Babilonia dei Caldei ha espresso l’auspicio che «questa festa possa ravvivare la speranza del nostro popolo di tornare nelle case. Inoltre, vorrei esprimere la mia gratitudine a quanti hanno dato la loro disponibilità per alleviare le sofferenze degli sfollati, in particolare il Governo regionale del Kurdistan, la Chiesa, gli enti caritativi e la società civile». Sako ha assicurato alle comunità cristiane il proprio sostegno e quello della Chiesa caldea. Un pensiero particolare ai cristiani del Medio oriente è stato rivolto anche dall’arcivescovo di Damasco dei Greco-Melkiti, Gregorio III Laham, ricordando il grande sostegno offerto dalla Giordania alla gente in fuga. «Negli ultimi anni, la Giordania ha rappresentato un rifugio sicuro per i senza tetto e per i fratelli sfollati. Alcuni di loro — ha detto — hanno trascorso qualche tempo con noi e poi si sono diretti verso altre mete, ma l’ospitalità giordana rimarrà sempre un vivo ricordo ovunque vadano a vivere. Preghiamo chiedendo al Signore di mantenere il nostro caro paese sicuro e stabile per i suoi cittadini e per tutti coloro che bussano alla sua porta in cerca di amore e di dignità».

© Osservatore Romano - 24 dicembre 2016