Se è la preghiera a vincere la paura della guerra
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- Creato: 10 Dicembre 2013
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D A M A S C O , 10. «Scopriamo di nuovo in questi difficili tempi l’efficacia della preghiera come unica maniera per uscire dai nostri sentimenti ne- gativi, dalla paura e dall’angoscia per quanto riguarda la nostra esi- stenza e il nostro futuro». Scrive dalla Siria madre Houda Fadoul, che firma la consueta Lettera di Na- tale agli amici della comunità mo- nastica di Deir Mar Musa, sita nei pressi della cittadina di al-Nabk, a circa ottanta chilometri a nord di Damasco. È la religiosa a guidare la comunità dopo l’espulsione dalla Siria, nel giugno 2012, del fondato- re, il gesuita Paolo Dall’Oglio, poi rapito nel nord del Paese alla fine dello scorso luglio. Dalla lettera, di cui ampi stralci sono pubblicati da «Popoli», il mensile internazionale e missionario dei gesuiti italiani, emergono con straordinaria vivezza i sentimenti e il clima di drammatica quotidianità di un Paese in guerra. «Ogni volta che tento di scrivere queste righe a voi, cari nostri amici — sostiene la religiosa — mi trovo confusa, poiché le parole mi tradiscono e non mi aiutano a trasmettere l’amarezza che si trova nel mio cuore, la confusione che occupa la mia mente, a causa del dolore e la tristezza per quello che viviamo nel nostro caro Paese, la Siria. L’amore per la patria in me è grande ed è profondo, il che apre una ferita lancinante nel mio cuore e a questo non trovo altro rimedio che la preghiera, come fanno nume- rosi siriani in questi giorni». Alcuni — osserva ancora madre Fadoul — definiscono la preghiera come un’arte che si esercitamo da- vanti a Dio, altri la vivono come una sosta, «personalmente, invece, trovo la preghiera in questi giorni come dialogo tra noi e Dio in cui abbondano le nostre richieste, le nostre domande e le nostre speran- ze. Vorremmo che fossero esaudite velocemente ed eseguite in modo che ricolmino i nostri bisogni e do- nino la pace, la riconciliazione e il perdono a tutti i figli del nostro Paese e del mondo intero. Ci unia- mo in questo alla posizione del suc- cessore di Pietro, il Papa Francesco, quest’umile Papa amico dei poveri e vicino agli afflitti, solidale con la sofferenza del nostro popolo». Nelle parole della religiosa trova- no eco e comprensione i dubbi di tanti. «Ritorna sempre nella nostra preghiera una domanda proveniente dalle profondità della nostra tristez- za: dove è Dio in tutto ciò che ci accade? È veramente assente? O forse si è deciso di prendere posto nelle sue altezze e starci a osserva- re? Spesso dimentichiamo che è Dio colui che ha preso l’iniziativa e ci ha amato e si è rapportato a noi, è quindi impossibile che ci lasci, Egli che ha detto: «Non temere o piccolo gregge» ( Luca , 12, 32). Egli vuole che noi siamo persone re- sponsabili e coscienti ciascuno del proprio ruolo e della propria voca- zione. Siamo certi che Dio agisce e provvede alle cose come le vede possibili e convenienti, in maniera che non abolisce la responsabilità dell’uomo, anzi la rispetta e la ren- de più efficace per il bene comu- ne». Dolore e angoscia, poi, per il de- stino del fondatore del monastero padre Paolo Dall’Oglio. «Non ne abbiamo nessuna notizia certa dopo la sua sparizione, non sappiamo a chi chiederne, né a chi rivolgerci per un eventuale aiuto. Sappiamo però, di poterci affidare al buon Dio, clemente e misericordioso, e alle preghiere di tantissime persone di buona volontà nel mondo, di di- verse religioni e nazioni, per il no- stro amato fratello e maestro. Noi siamo in costante preghiera per la sua sicurezza e tranquillità». Il pen- siero va anche a quanti condividono la drammatica condizione del gesui- ta. «Speriamo che finisca presto la tragedia di ogni rapito, scomparso o detenuto. Preghiamo senza sosta anche per i due vescovi e gli altri sacerdoti sequestrati, e per tutti i prigionieri e gli ostaggi, per chiun- que manca dai suoi, e soprattutto coloro di cui non si sa niente». L’atmosfera a Mar Musa è simile a quella dell’anno scorso: non ci so- no pellegrini né visitatori. Fra’ Jac- ques, racconta ancora la religiosa, dedica tutto il suo tempo a Qarya- tayn per accogliere le famiglie dei rifugiati che hanno bussato alle por- te di Mar Elian, un altro monastero della comunità, cercando aiuto e protezione. «Il numero dei rifugiati che sono arrivati al monastero dalla città stessa di Qaryatayn nei mesi scorsi supera i cinquemila, con una maggioranza musulmana (donne, bambini ma anche anziani e adulti). Dormivano come gli scout, dapper- tutto, in chiesa, nelle sale e perfino sui tetti con il freddo. Ringraziamo il Signore che la loro fuga è stata in primavera e non in inverno». Così, in questi giorni, fra’ Jacques «acco- glie più di 450 rifugiati dai villaggi vicini: sono tutti musulmani (57 fa- miglie con 97 bambini sotto i 10 an- ni), scampati alla morte e agli spa- ri». Da qualche mese la situazione di sicurezza a Qaryatayn è buona, la città è tranquilla e quasi stabile, mentre i villaggi vicini soffrono an- cora. «Aiutare queste persone è sta- to possibile grazie alle vostre dona- zioni e alla solidarietà di tante per- sone che hanno avvertito la respon- sabilità verso chi soffre». Tuttavia, «abbiamo ancora bisogno di aiuto, poiché questi sfollati sono rimasti senza niente, le loro case sono state saccheggiate e bruciate, i loro vil- laggi distrutti, le infrastrutture sono da rifare, non hanno più elettricità né un posto al quale tornare». (©L'Osservatore Romano 11 dicembre 2013)