Per un popolo sofferente
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- Creato: 31 Maggio 2014
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«La Siria soffre ancora» a causa di «una guerra tanto lunga» che è «una vergogna per l’umanità». Come è vergognoso che mentre si continua a parlare di pace c’è chi continua a vendere le armi ai belligeranti, «e forse ce ne sono anche tra quelli che parlano di pace». Sono alcune considerazioni scambiate tra Papa Francesco e i rappresentanti degli organismi caritativi cattolici operanti nel contesto della crisi siriana, durante il breve ma significativo incontro di venerdì pomeriggio, 30 maggio, davanti all’ingresso della Casa Santa Marta. Prima di raggiungere la basilica per l’ordinazione episcopale, il Papa ha infatti voluto salutare e ringraziare personalmente quanti si prodigano nell’assistere la martoriata popolazione siriana.L’incontro con il Pontefice è stato il momento centrale della giornata vissuta dai venticinque partecipanti alla riunione convocata da Cor Unum per un confronto sui risultati dell’attività svolta sul territorio. Tra gli intervenuti ai lavori, oltre al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, e al presidente del dicastero, il cardinale Robert Sarah, anche l’arcivescovo Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, monsignor Antoine Audo, presidente di Caritas Siria, e Joseph Farah, presidente di Caritas Mona. Si è trattato di un incontro importante visto il continuo peggioramento della situazione, come ha riferito monsignor Zenari. «In tante zone come Damasco stessa dove io vivo — ha detto — c’è un’i n s i c u re z -za quotidiana. Colpi di mortaio cadono in continuazione e fanno vittime innocenti». E «tra queste ci sono tanti bambini». Le statistiche più recenti parlano di circa quindicimila piccole vittime. «Bisogna restare in questa terra», è stato il suo appello finale, e fare in modo di consentire l’arrivo di aiuti umanitari. Il Papa, ha aggiunto monsignor Zenari, «ha ricordato anche lo scandalo della vendita di armi. Io direi che abbiamo bisogno in Siria, ma forse un p o’ ovunque, di un’arma speciale, la parola. Liberiamola, invece di sparare!». Accennando poi al ruolo dei cristiani, l’arcivescovo ha detto che «dovrebbero fare da ponte tra le varie comunità. In cinque anni che vivo lì ho potuto constatare che sono ben accolti i villaggi misti di cristiani, sunniti, alawiti, drusi. Sono villaggi in cui la gente vive in pace. In genere i cristiani sono aperti, sono pacifici, convivono con gli altri senza problemi, quindi devono fare da ponte tra le varie etnie». Ed è su questo che i partecipanti hanno trovato convergenza di obiettivi. Intanto è necessario creare una maggiore sinergia tra l’azione diretta dei vescovi locali e quella dei diversi organismi, sia nazionali che internazionali, anche per arrivare a una sempre maggiore professionalità nel servizio di carità. In secondo luogo si deve ribadire la disponibilità a una maggiore collaborazione tra i diversi soggetti attivi nell’a re a di crisi. Infine è stata sottolineata la necessità di concentrarsi su alcune priorità per affrontare la crisi: per esempio, sul come favorire la nascita, lo sviluppo e l’implementazione di progetti di riconciliazione, in stretto rapporto con le comunità locali e con un approccio sempre personale all’aiuto umanitario, di ascolto e assistenza diretta alle singole persone. Altri settori di intervento segnalati riguardano l’educazione, il lavoro e la comunicazione. Per quanto riguarda la formazione, al momento se ne occupano circa 18 organizzazioni. Sono stati utilizzati 18 milioni di dollari, per aiutare oltre 310 mila ragazzi in età scolare. Un intervento importante, ha sottolineato monsignor Giampietro dal Toso, segretario di Cor Unum, perché si rischia di avere «una intera generazione che non è andata a scuola». Stesso discorso vale per il lavoro, dal momento che in Siria si conta «il 40 per cento di disoccupazione». Di non meno rilievo è la questione della comunicazione, perché «l’opinione pubblica non dimentichi questo conflitto» e si contribuisca a creare «la volontà politica per fermarlo». Monsignor dal Toso ha quindi ricordato che la guerra interessa da vicino anche Paesi vicini come l’Iraq, la Turchia, la Giordania, in particolare attraverso il dramma dei profughi, e ha rinnovato l’appello «affinché vengano garantiti i corridoi umanitari» e sia consentito «il libero accesso in tutte le zone». Infine, in linea con le parole del segretario di Stato, le agenzie caritative hanno convenuto sulla necessità di svolgere opportune attività di advocacy nei confronti dei Governi nazionali e un lavoro di sensibilizzazione nei rispettivi Paesi per combattere l’indifferenza, come ha confermato il Papa nel discorso consegnato ai partecipanti all’incontro. Dunque, pur nella consapevolezza delle difficoltà che intralciano il lavoro, è stata riconfermata «la disponibilità ad aiutare le vittime della guerra, senza distinzioni etniche o religiose».
© Osservatore Romano - 1 giugno 2014