Il mondo non può chiudere gli occhi

iraqchristiansQARAQOSH, 27. «Davanti al dramma vissuto dal nostro popolo mi rivolgo alle coscienze dei leader politici di tutto il mondo, agli organismi internazionali e a tutti gli uomini di buona volontà: occorre intervenire subito per porre un argine al precipitare della situazione, operando non solo sul piano del soccorso umanitario, ma anche su quello politico e diplomatico». È l’appello lanciato dall’arcivescovo di Mosul dei Siri, monsignor Yohanna Petros Moshe, in merito agli scontri in corso in Iraq e alla grave situazione umanitaria.
Più del novanta per cento degli oltre quarantamila abitanti di Qaraqosh, quasi tutti cristiani, appartenenti alla Chiesa siro-cattolica — riferisce Fides — sono fuggiti negli ultimi due giorni davanti all’offensiva degli insorti sunniti guidati dai jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), che sottopongono l’area urbana al lancio di missili e granate. «Ogni ora, ogni giorno perduto — aggiunge l’arcivescovo — rischia di rendere tutto irrecuperabile. Non si possono lasciar passare giorni e settimane intere nella passività. L’immobilismo diventa complicità con il crimine e la sopraffazione. Il mondo non può chiudere gli occhi davanti al dramma di un popolo intero fuggito dalle proprie case in poche ore, portando con sé solo i vestiti che aveva addosso». Tra i pochi rimasti in città ci sono l’arcivescovo di Mosul dei Siri, alcuni sacerdoti e i giovani della sua Chiesa, che hanno deciso di non fuggire. Nel centro abitato, nelle ultime due giornate, sono arrivate armi e nuovi contingenti a rafforzare le milizie curde dei peshmerga che oppongono resistenza all’avanzata degli insorti sunniti. L’impressione è che si stia preparando il terreno per lo scontro frontale. L’arcivescovo Moshe ha tentato una mediazione tra le forze contrapposte con l’intento di preservare la città di Qaraqosh dalla distruzione. Per il momento, il tentativo non ha avuto esito. Gli insorti sunniti chiedono alle milizie curde di ritirarsi. I peshmerga curdi non hanno alcuna intenzione di consentire agli insorti di avvicinarsi ai confini del Kurdistan iracheno. L'arcivescovo di Mosul delinea con poche vibranti parole la condizione particolare vissuta dai cristiani al riesplodere dei conflitti settari che stanno mettendo a rischio la sopravvivenza stessa dell'Iraq. «Qaraqosh e le altre città della Piana di Ninive sono state per lungo tempo luoghi di pace e di convivenza. Noi cristiani siamo disarmati, e in quanto cristiani non abbiamo alimentato nessun conflitto e nessun problema con i sunniti, gli sciiti, i curdi e con le altre realtà che formano la nazione irachena. Vogliamo solo vivere in pace, collaborando con tutti e rispettando tutti». Forte preoccupazione è stata espressa anche dalle suore domenicane di santa Caterina da Siena. In un messaggio la priora suor Maria Hanna sottolinea la grave situazione nella quale versa il Paese e in particolare Qaraqosh. «Per fortuna siamo in un luogo sicuro, nei nostri conventi, ma chiediamo a tutti di pregare. È difficile farlo quando si è costretti a vivere in una situazione instabile, ma noi crediamo alle nostre preghiere».

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"Barbarin su Le Figaro".
PARIGI, 27. Incoraggiare le organizzazioni che operano nella piana di Ninive; spingere i cristiani che lavorano nella sanità, nell’educazione, nell’alimentazione ad andare in soccorso dei superstiti; creare gemellaggi con le diocesi francesi; dedicare parte delle elemosine raccolte durante l’anno nelle parrocchie ai bisogni più urgenti della popolazione cristiana in Iraq. È l’appello che il cardinale arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, ha lanciato dalle pagine del quotidiano «Le Figaro», nell’edizione di giovedì 26 giugno. Nel testo, intitolato Chrétiens d’Irak: plus urgent que le foot!, il porporato — preoccupato dall’ultimo colloquio avuto martedì sera con il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako — sottolinea che la situazione si fa di ora in ora sempre più drammatica. La città di Qaraqosh, nella piana di Ninive, con il massiccio afflusso di rifugiati è diventata «la più grande città cristiana d’Iraq». Barbarin chiede che essa divenga «un santuario per tutti i belligeranti e un’oasi di pace per le popolazioni civili», poiché sta accadendo che «si uccidono degli uomini, nel silenzio, fra le ola di uno stadio di calcio brasiliano». Il cardinale auspica che la comunità internazionale trovi al più presto una soluzione ma, dice, non è il caso di attendere gli Stati e le loro diplomazie: «Muoviamoci qui e adesso, come il Papa ci ha chiesto. Siamo di fronte a un ecumenismo del sangue».

© Osservatore Romano - 28 giugno 2014