Aiuti umanitari insufficienti per gli sfollati dell’Iraq

bimba-damascoGINEVRA, 11. In considerazione delle centinaia di migliaia di sfollati perseguitati dai militanti dello Stato islamico (Is) — solo alcuni dei quali trovano rifugio nelle città della regione del Kurdistan, a nord dell'Iraq — le agenzie umanitarie che operano sul luogo avvertono un’enorme necessità di aiuti umanitari aggravata dall’a p p ro s s i m a r s i della stagione invernale.
A verificare lo stato attuale della situazione è stata nei giorni scorsi anche una delegazione del World Council of Churches (Wcc) che si è recata nel nord dell’Iraq. Nell’occasione, il Wcc ha invitato il Governo locale a fornire maggiore protezione e sostegno alla popolazione, e ha esortato la comunità internazionale ad aumentare notevolmente la risposta umanitaria. Secondo l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) oltre 1,4 milioni di iracheni sono stati cacciati dalle loro case da gennaio scorso. Coloro che sono fuggiti da Mosul e dalle zone della pianura di Ninive hanno trovato rifugio temporaneo a Erbil, Dohuk e in altre città curde. Haval Mohammed Amedy, responsabile degli interventi di emergenza del Governatorato di Dohuk, nel Kurdistan, che coordina le operazioni di soccorso delle varie ong, ha sottolineato che gli sfollati sono attualmente ospitati in 673 scuole e in diversi luoghi di culto. «Qui — ha spiegato — raccogliamo tutte le risorse e le informazioni utili. Con cadenza settimanale incontriamo i nostri colleghi delle agenzie, condividiamo ciò che sappiamo e cerchiamo di intervenire dove vi sono lacune per superare le situazioni di crisi». Nella sola città di Khanke, a nord di Dohuk, si è registrato un aumento della popolazione: si è passati da 25.000 a 100.000 persone (per lo più yazidi in fuga dalle violenze dell’Is), ospitate in scuole, edifici pubblici e abitazioni locali, insieme ad altre 60.000 persone che alloggiano negli accampamenti alla periferia della città messi a disposizione dell’Unhcr. Questi sfollati mettono a dura prova le risorse della città. Acqua, servizi igienici e cibo sono preoccupazioni costanti per i gruppi umanitari poiché si prevedono tempi di insediamento molto lunghi. Secondo Peer Deyan, responsabile del consiglio di amministrazione di Khanke, la città sta facendo del suo meglio per soddisfare un così alto afflusso di persone, ma lo stesso Deyan ha avvertito che «se gli aiuti alle ong non vengono mantenuti e rafforzati, non saranno in grado di tenere il passo con le richieste. C’è bisogno — spiega — di vestiti e di ripari più confortevoli. Anche se le tende dell’Unhcr riempiono il paesaggio per chilometri, queste strutture non forniscono alcuna protezione contro il freddo inverno del nord dell’Iraq dove le temperature notturne possono scendere sotto lo zero. La maggior parte della gente ha lasciato le proprie case in piena estate con i soli vestiti che avevano addosso». Il reverendo Olav Fykse Tveit, segretario generale del Wcc, ha diffuso una dichiarazione pubblica nella quale sottolinea che «il Governo iracheno ha la responsabilità di proteggere i cittadini. Se non può farlo, allora la comunità internazionale deve intervenire per garantire la sicurezza delle persone che sono state brutalmente costrette a scappare di casa coinvolgendo una forza militare internazionale nella regione». Nel sottolineare le molteplici esigenze dell’intera regione, Fykse Tveit ha chiesto di nuovo la protezione delle minoranze religiose. «La comunità internazionale — ha detto — deve esercitare la propria forza e responsabilità per proteggere queste persone estremamente vulnerabili, tra cui i cristiani e i membri di altre comunità religiose». Per il World Council of Churches ora serve una soluzione a lungo termine per la crisi in Iraq.

© Osservatore Romano - 12 settembre 2014