Un Natale dedicato ai cristiani dell’Iraq
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- Creato: 16 Dicembre 2014
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BAGHDAD, 16. Digiuno, preghiera e penitenza nei tre giorni che precedono il Natale e l’invito a rinunciare a musica e balli in occasione delle festività. Sono questi, in sintesi, i gesti di penitenza che il patriarca di Babilonia dei Caldei, monsignor Louis Raphaël I Sako, propone a tutti i fedeli della Chiesa caldea per invocare la fine delle violenze a Mosul e nella Piana di Ninive e per manifestare una vicinanza concreta e solidale a tutti i profughi iracheni, costretti ad abbandonare le città e i villaggi caduti sotto il controllo delle forze jihadiste del cosiddetto Stato islamico (Is). Intanto, per esprimere in maniera pubblica la solidarietà delle istituzioni e di tutta la società verso i cristiani, il governatore della provincia di Kirkuk ha dichiarato il prossimo 25 dicembre giorno festivo. In occasione del Natale tutte le istituzioni pubbliche della provincia, comprese le scuole, osserveranno un giorno di riposo. «Nel tempo di Avvento — ha scritto monsignor Sako in un messaggio — ci si prepara al Natale con il digiuno, la preghiera, la penitenza e le opere di carità». Il patriarca ricorda di aver visitato in questi giorni alcuni campi profughi ad Ankawa, ad Alqosh e nei villaggi di Amadiya e Aqra: «Ho incontrato i preti di Zakho e ho sperimentato quanto è pesante e dolorosa la loro croce». Per questo, monsignor Sako chiede «a tutti i figli e a tutte le figlie» della Chiesa caldea di praticare il digiuno stretto da lunedì 22 fino alla sera del 24 dicembre, per invocare dal Signore il dono della liberazione di Mosul e della Piana di Ninive, così che tutti i rifugiati possano finalmente «ritornare in sicurezza alle proprie case, al proprio lavoro e alle proprie scuole». Nel suo messaggio, il patriarca di Babilonia si dice certo che «Cristo ascolterà le nostre preghiere», e cita le parole di Gesù riportate nel Vangelo di Matteo: «Questa razza di demoni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno» (Matteo 17,21). Inoltre, il presule nel suo messaggio suggerisce ai cristiani di sostenere iniziative di solidarietà concreta rivolte ai fratelli che si trovano in situazioni di emergenza e necessità, invece di spendere energie e risorse nell’organizzazione di «concerti rumorosi». «Augurando un buon Natale nei nostri cuori e nei nostri campi profughi», il patriarca di Babilonia dei Caldei invita ancora i fedeli a «digiunare e a dare la mano ai bisognosi, visitandoli e consolandoli». Intanto, a pochi giorni dalle festività, padre Rebwar Audish Basa, procuratore generale dell’Ordine antoniano, ha rinnovato l’appello della Chiesa caldea del Kurdistan iracheno ai cattolici italiani a non dimenticare i cristiani che stanno vivendo nella precarietà e nella sofferenza nel triangolo fra Iraq, Siria e Turchia. «I cristiani cacciati dalla città di Mosul e dalla pianura di Ninive in Iraq — ha detto il religioso — p er la prima volta non potranno celebrare il Natale nella loro terra. I profughi cristiani, che sono vittime della violenza del terrorismo fondamentalista, hanno nella mente un passato di guerre sanguinose e un presente tragico sotto le tende, lontani dalle loro terre, case e chiese. Con un futuro molto incerto e ambiguo. Essi — ha concluso padre Basa — hanno solo fiducia in Dio, che è la loro speranza e la loro gioia, nonostante tutto».
© Osservatore Romano - 17 dicembre 2014