Il peccato che divide gli egiziani

TawadrosIIIL CAIRO, 7. «Quando Dio creò l’uomo, Egli volle che questo essere vivente fosse in continua comunicazione con Lui; e volle che l’uomo fosse la corona del creato. L’uomo fu la grande creazione del Signore. Ma poi avvenne il peccato, che lo gettò a terra e lo scacciò lontano da ciò che Dio aveva stabilito per lui.
Fin dal peccato di Adamo ed Eva, nella sua vita l’uomo divenne soggetto a tutti i peccati in tutte le loro dimensioni». Al significato del peccato e della debolezza dell’uomo il patriarca Tawadros II ha voluto dedicare il messaggio rivolto, come è tradizione, a tutti gli «amati figli» della comunità copta ortodossa sparsi nel mondo in occasione del Natale che — come le Chiese orientali e la maggior parte di quelle ortodosse che seguono il calendario giuliano — è stato festeggiato martedì 6. Il patriarca, che ha celebrato la messa di mezzanotte nella cattedrale di San Marco al Cairo, ha ricordato in particolare che «il peccato si è diffuso insieme alle sue tre debolezze: l’ego dominante, la violenza diffusa e la paura che riempie la vita dell’uomo». E ha sottolineato che «quando operi la pace nel tuo ambito familiare, nel tuo ambito di servizio, nel tuo ambito di lavoro, nella tua Chiesa e nella società, tu puoi eliminare qualsiasi violenza. E quando ti riempi dello spirito della vera gioia interiore questa gioia di cuore può sconfiggere tutte queste debolezze, e, attraverso la tua conversione, può scacciare ogni peccato dalla tua vita. Ci auguriamo che il 2015 sia un anno pieno di benedizioni, di bene e di amore, gioia e pace». Alla liturgia della veglia del Natale nella cattedrale di San Marco è intervenuto il presidente egiziano, Abdel Fattah El Sissi. Secondo monsignor Antonios Aziz Mina, vescovo di Guizeh dei Copti, la partecipazione personale del presidente costituisce un evento nuovo nella storia dell’Egitto. «In passato — ha spiegato il presule all’agenzia Fides — i presidenti si limitavano semplicemente ad inviare dei loro rappresentanti. Nel suo intervento, il presidente ha insistito su due concetti molto importanti: ha detto che l’Egitto per millenni è stato un faro di civiltà per tutta l’umanità, e che il mondo di oggi attende ancora che l’Egitto torni a riappropriarsi della sua storia e a esercitare un ruolo rilevante nella comunità internazionale. El Sissi — ha proseguito monsignor Mina — ha ribadito che quando si parla del popolo egiziano, bisogna sempre evitare ulteriori specificazioni di divisione e non bisogna mai chiedere: “Che tipo di egiziano sei?”. Un modo per dire che quello che conta — ha concluso il vescovo di Guizeh dei Copti — è la comune e condivisa cittadinanza, al di là delle differenze culturali e religiose».

© Osservatore Romano - 7-8 gennaio 2015