Le tragedie in Siria e Iraq al centro della plenaria della Roaco
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- Creato: 17 Giugno 2015
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«A causa del deterioramento della situazione dei cristiani in Iraq e in Siria, siamo stati testimoni delle atrocità inaudite perpetrate da più parti, ma in modo particolare dal cosiddetto Stato islamico, che hanno costretto migliaia di cristiani e di persone appartenenti ad altre minoranze religiose a fuggire dalle proprie case. Tanti altri sono stati sequestrati e addirittura uccisi a causa della fede». È il grido d’allarme lanciato dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, durante i lavori della plenaria della Riunione delle opere di aiuto per le Chiese orientali (Roaco), in corso a Roma da lunedì 15 giugno. Illustrando l’impegno della Santa Sede a livello politico e diplomatico a favore dei cristiani in Iraq e in Siria, il presule ha sottolineato come questa persecuzione «così grave e dolorosa, abbia risvegliato la coscienza della comunità internazionale. Si tratta — ha detto — di una questione importante, in cui sono in gioco principi fondamentali come il valore della vita, la dignità umana, la libertà religiosa, e la convivenza pacifica e armoniosa tra le persone e i popoli». Dopo aver rievocato le varie iniziative promosse dal Pontefice e dalla Santa Sede per favorire un processo di riconciliazione in tutta l’area mediorientale, l’arcivescovo Gallagher ha richiamato tutta una serie di diritti, tra i quali quello dei profughi di poter fare ritorno e di vivere in dignità e sicurezza nel proprio Paese. Soffermandosi in particolare sul versante siriano, ha rivelato le condizioni tragiche «che continuano a deteriorarsi essendo già nel quinto anno dall’inizio della crisi». Anche l’Iraq — ha proseguito monsignor Gallagher — «si trova in una fase molto delicata. Già negli ultimi anni la questione della sicurezza rimaneva il principale elemento di preoccupazione. Nel 2013 le violenze erano tornate ai drammatici livelli del 2008 e nel 2014 la situazione si era ancora aggravata a causa del cosiddetto Stato islamico. Si è creata anche una situazione umanitaria insostenibile con più di 8 milioni di persone bisognose di assistenza e circa 3 milioni di sfollati dall’anno scorso. Più di un milione, tra cui molti cristiani, si sono rifugiati nel Kurdistan». Infine il segretario per i Rapporti con gli Stati ha riferito circa le sfide poste dal cosiddetto Stato islamico, evidenziando che «la Santa Sede ha ribadito a più riprese che è lecito fermare l’aggressore ingiusto, sempre, però, nel rispetto del diritto internazionale. Tuttavia, va sottolineato che non si può affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare. Esso va affrontato alla radice, a partire delle cause sottostanti e che vengono sfruttate dall’ideologia fondamentalista. In particolare, va prestata attenzione anche alle fonti che ne sostengono le attività terroristiche attraverso un più o meno chiaro appoggio politico, nonché tramite il commercio illegale di petrolio e la fornitura di armi». Sul fronte siriano ancor più dettagliata è stata la relazione del nunzio apostolico Mario Zenari, il quale ha parlato di oltre 220.000 vittime del conflitto. «Ma purtroppo — ha detto — questi numeri andrebbero rivisti al rialzo. Non sono inoltre compresi i circa 20.000 scomparsi, di cui si ignora la sorte. I feriti sarebbero più di un milione». Il rappresentante pontificio ha denunciato «le carneficine e le distruzioni compiute con il lancio di bombe-barili su scuole, ospedali, moschee e mercati popolari». Quindi ha fatto notare come il conflitto sia «passato a poco a poco nelle mani di estremisti ed è divenuto ormai un conflitto “per procura”. Sul “campo da gioco” siriano, una squadra indossa la maglia sunnita, e l’altra la maglia sciita. Un anno fa, c’è stata un’“invasione di campo” di maglie nere, che ha scombussolato il gioco». E purtroppo «più il tempo passa, più la matassa si ingarbuglia». In un antico commentario di viaggi nel deserto si legge: «Se dopo tre giorni di cammino non sei arrivato alla meta, sei perso. Non hai infatti sufficienti scorte di acqua per tornare indietro, né per andare avanti». Proprio come la Siria che «sta vagando nel proprio deserto senza meta, lasciandosi dietro colonne di morti». Del resto, ha concluso, la «situazione umanitaria è stata più volte definita dall’Onu come la più grave del nostro tempo: circa 8 milioni di sfollati interni; 4 milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi; un milione e mezzo di emigrati in cerca di lavoro; 12,2 milioni (più della metà della popolazione) bisognosi di assistenza; più di 11 milioni senza acqua potabile; 4,8 milioni vivono in zone difficilmente accessibili; più di 2 milioni di bambini in età scolare non sono in grado di frequentare la scuola; 4 siriani su 5 vivono sotto la soglia della povertà; il 58 per cento della popolazione è senza impiego; circa un terzo delle case, 1,2 milioni, distrutte o danneggiate; circa il 40 per cento degli ospedali inutilizzabili; uccisi 400 membri del personale medico; più di 30 mila medici hanno lasciato il Paese; più di 300 mila, in gran parte bambini, morti a causa della carenza di prestazioni sanitarie».
© Osservatore Romano - 18 giugno 2015